- Report Seminari e Corsi -

Docenti: Lucia Portis, Massimo Michele Greco
Tutor: Daniela Bennati
23-25 settembre 2011

Insieme a Lucia Portis e Michele Massimo Greco, nell’ultimo fine settimana di Settembre, ha avuto luogo il seminario “La scrittura del sé per prendersi cura delle donne vittime di violenza” al quale hanno partecipato operatrici dei centri di accoglienza, psicologhe e counselor. Non è facile contenere in poche pagine le storie emerse, gli sguardi attenti e sapienti delle partecipanti, eppure ancora tanto desiderosi di conoscere l’altra, le altre, di esplorare e di accogliere. È stato un vero tentativo di “Dare voce al silenzio”, ai silenzi delle donne vittime delle tante forme diverse di abuso, partendo dalla storia di ognuna delle presenti e da una riflessione sui loro nomi. Dopo un’introduzione sulla metodologia autobiografica, ognuna ha osato scrivere qualcosa che prima d’ora era stata di difficile condivisione, ci si è avvicinati all’indicibile… Tale scritto prezioso è stato quindi pescato a sorte da una compagna che ha accolto così tra le mani un segreto altrui, diventando contemporaneamente svelatrice e custode di “non detti” importanti.

Si è riflettuto molto su quanto invece, spesso, ad una situazione traumatica e di forte disagio, seguano silenzio e vergogna e, per contro, si è dato qui spazio alle parole emerse con più forza di altre associate a paura – senso di colpa – vergogna – distacco – sollievo – liberazione – perdita di controllo – responsabilità – assenza di giudizio – rispetto – fiducia – cura – silenzio … silenzi …

Dopo aver sollecitato scritture che facessero uso del presente indicativo per facilitare la presenza di dettagli percettivi più che di pensieri intimi e/o interiorità, è stato interessante chiedersi quale relazione si metta in atto tra scrittura e benessere, scrittura e guarigione, scrittura e prendersi cura di …
Si è trattato di riflettere su quanto sia possibile una integrazione equilibrata tra aspetti biomedici con indicatori di saluti ben misurabili e l’approccio esistenzialista, fenomenologico e letterario proprio della Libera Università dell’Autobiografia che comunque, ha una certa base scientifica.
Un concetto importante presente nel disagio profondo e motivo di allontanamento dal benessere delle donne vittime di violenza, è quello di inibizione. Molte energie vengono risucchiate nello sforzo di mantenersi in tale condizione. Quanta energia serve per mantenere i nostri segreti? È chiaro quindi che la possibilità di condividere il carico del segreto può influenzare la salute. L’inibizione protratta nel tempo, può essere causa di forte stress, motivo a sua volta, di disordini funzionali se non di vera malattia. La scrittura allora, può essere atto ed esercizio concreto che si muove nella direzione della autodeterminazione, della espressione di sé e del conseguente allontanamento dall’inibizione stessa.

Mai tralasciare lo sguardo umanizzante!
Al di là dell’aspetto biomedico appunto, come viene raccontata la violenza subita?
DeseaseIllnessSikness, ovvero: “malattia intesa in senso clinico” – “come è vissuta la malattia dal paziente”? – “malattia intesa in senso sociale”.
Il come viene accolta una donna vittima di abusi in un centro o in un pronto soccorso, ha molto a che vedere con la concezione che l’operatore/trice hanno della violenza e anche con la disponibilità a prendere in carico la persona, la storia della persona. Se vogliamo imparare a prenderci cura della persona oltre che del paziente, non possiamo che interagire con vissuti, sentimenti, idee ed interpretazioni, aspettative e desideri, contesto di appartenenza, valori.
Si è sottolineato che per medicina narrativa non si intende usare la scrittura per guarire come fosse una medicina alternativa, ma esprimere e realizzare l’atto medico (di chi prende in cura) con competenza narrativa, ovvero come sostiene Rita Charon, grande studiosa di medicina narrativa, con la capacità di assorbire, accogliere, interpretare, rimandare il piano della storia di vita dell’altro/a. Si arricchisce il proprio sguardo clinico e si offre al “paziente/persona” uno spazio di racconto che utilizza un gergo ben più denso e diverso dal consueto. Il fatto che siamo tutti fatti di storie è ciò che contribuisce all’idea che ognuno ha di malattia, sofferenza, salute, guarigione ecc.. E’ bene imparare a lavorare su questa fitta costellazione di storie per sentire ciò che il racconto dell’altro ci lascia immaginare e non aver dubbi sulla propria capacità di prendere in carico – in cura, la storia altrui.
Oggi l’attenzione del mondo biomedico e lo spazio a questo riservato nelle più autorevoli riviste mediche, costituiscono un importante risultato in sé. Gli studi fatti circa i vantaggi riportati grazie alla scrittura con persone che hanno subito un trauma si avvalgono di forme diverse di scrittura:
expressing writing: volta a far emergere le emozioni più intime e profonde e neutral writing: scrittura minimale fatta di percezioni sensoriali, elementi neutri e temi liberi.
Beh, appare ormai con chiarezza che se con la prima forma di scrittura, scrittura di sé, la depressione diminuisce perché tale forma contribuisce alla costruzione dell’identità, con la seconda forma di scrittura diminuisce il dolore cronico fisico.
Ma molto altro accade nella relazione trauma/scrittura:
un racconto ben formato e curato anche nella forma, nel gusto e nell’equilibrio letterario, agisce sul soggetto autore attuando trasformazione positiva; una scrittura di tipo iconica, che poggia su un registro prettamente visivo e non necessita di un filo conduttore ma è descrittiva di un immagine, può aiutare nella rielaborazione di memorie traumatiche percepite e conservate come fotografie; le forme di scrittura episodica, autobiografica più ampia, narrativa, possono aiutare nel far emergere e rielaborare ricordi.
Per riportare alla luce i ricordi non è sufficiente rievocarli, bisogna invece ricreare atmosfere, luci, sfondi, gesti, cercare ed indagare nella letteratura, apprezzare piani narrativi di buon livello e farne pratica.
Il punto di partenza della cura è quindi, e resta sempre e comunque, partire da sé!
Fare esperienza dello scrivere la propria storia prima di proporre ad altre/i di fare altrettanto, dimostra che la scrittura di sé è scavare, approfondire, elaborare il dolore, isolamento, gesto raffinato, ma anche strumento grazie al quale si alleggerisce, ci si diverte e ci si autorizza uno spazio tutto per sé.
Gli esercizi proposti al gruppo, che hanno ovviamente avuto carattere autobiografico rispetto soprattutto ad eventuali episodi di violenze più o meno forti subiti o agiti, si sono avvalsi di tante forme diverse di scrittura, dalla iconica, alla più introspettiva. È emerso con molta chiarezza quanta importanza abbiano i più piccoli dettagli per sottolineare la giusta accoglienza nei centri, o per rievocare attimi decisivi, per arrivare al nocciolo del trauma … ciò che solo apparentemente può sembrare poco significativo, grazie alla scrittura emerge con grande rilievo. È emerso con altrettanta chiarezza quanta importanza abbia l’idea che operatori/trici hanno della violenza che altro non è se non il frutto delle loro storie ed esperienze personali.
Esiste un etica di colei/colui che accoglie?
Se si tratta di accogliere un racconto nato nello spazio della scrittura costruito per la persona/paziente, si tratta di un etica del lettore alla quale molta importanza e attenzione si da all’interno della LUA.
Esistono una posizione morale del lettore ed un etica che è possibile mantenere solo ancorandosi al testo che si tiene tra le mani. Il fatto che testo ed autore del testo stesso siano distinti è ciò che aiuta a tener a bada il più possibile giudizi, schemi e valori propri di chi legge.
Nel corso del laboratorio Lucia e Massimo hanno “raccontato” un loro percorso professionale molto interessante (qui solo accennato), dal titolo “Ricercazione” per condividere un modo di fare ricerca, ovvero iniziative per raccogliere informazioni e conoscenza operando in un contesto che attivi esso stesso trasformazioni positive. Tale percorso dal titolo “Ascoltare il silenzio” , ha avuto come tema centrale il sommerso che è elevatissimo nel momento in cui la vittima di violenza contatta il centro di accoglienza. “C’è qualcosa che le operatrici/ori possono fare per ridurre al minimo il disagio già nel momento della denuncia, del primo contatto? Qualcosa che si possa fare per incoraggiare tale momento?” Gli obiettivi consistevano nel raccogliere storie che raccontassero del primo contatto per evidenziare la percezione di qualità, appropriatezza dell’accoglienza e dell’assistenza e della presa in carico della persona. Certo, custodi di autobiografie “particolarmente delicate” si trattava di tendere verso trasformazioni importanti di professionalità mantenendo criteri etici e correttezza deontologica. I principi dell’etica applicati al prendersi cura, l’approccio fenomenologico che vede il ricercatore porsi come punto di vista parziale che ammette propri pregiudizi e li esplicita al narrante in una continua riaffermazione di sospensione del giudizio ed una restituzione il più fedele possibile di quanto narrato, sono stati ingredienti fondamentali. Durante la ricerca, sono nati una sorta di apparato sollecitatorio con il quale chiedere alle donne vittime di violenza di far emergere quanto accade nel momento di primo contatto, ed un manuale d’uso di sostegno questa volta, per il personale sanitario. (Quanti i punti di criticità)!
Perché un’altra domanda molto interessante è: “Chi si prende cura di chi si prende cura”?
La scrittura torna ad essere utile come prevenzione del barnaut, perché l’espressione, l’attenzione verso il proprio interno, la riorganizzazione scritta, il dare ordine cronologico, il recuperare la memoria, sono già di per sé strumenti di cura.
Per questo in medicina narrativa, accanto alla cartella clinica nasce la cartella parallela per accogliere oltre a quello che il personale scrive del paziente, anche ciò che l’operatore ha necessità di dire di sé … sconforti, fatiche, riflessioni, emozioni. Cartelle se pur archiviate, strutturate e pensate in modi differenti all’interno dei vari centri, pur sempre contenitori di scritture ricche di particolari.
Varie esercitazioni e sollecitazioni conducono al concetto di scrittura professionale: quali possono essere i possibili spazi di integrazione e utilizzo della scrittura di sé all’interno della propria pratica professionale – della relazione di cura? La scrittura del sé professionale, a differenza di quanto contenuto nella cartella clinica, si avvale di una forma di scrittura riflessiva e particolarmente densa e può continuare a generare apprendimento. Può essere distinta in tre tipi differenti:
Cartella parallela: narrare l’esperienza della vittima di violenza dalla posizione soggettiva dell’operatrice/ore, ovvero “io racconto te” in uno specifico caso.
Diario professionale: non narra di un caso particolare, ma è il diario dell’operatrice / ore
Scrittura degli eventi “casi” critici: in campo credenze e valori. Ad es: priorità alla giustizia o alla cura?

In chiusura, tornando al rapporto cura/scrittura, nasce una nuova ed ulteriore domanda: “ciò che resta dopo la scrittura si è fatto più sopportabile”? Certo le operatrici/ori possono a loro volta divenire portatrici di un trauma non diretto ma indiretto facendosi traumatica la relazione nata tra chi offre e chi percepisce cura e proprio in questo consiste l’obiettivo del seminario … fornire qualche utile strumento.
Per quanto le operatrici presenti senza dubbio avessero da raccontare anche storie portate a termine con successo, in prima istanza hanno sempre narrato e scritto quelle storie che hanno bisogno di essere raccontate e non quelle che coloro che ascoltano hanno bisogno di ascoltare … è un bisogno di chi scrive quello di liberarsi, mettendo su carta i pesi più importanti! Il gesto concreto di scrittura durante il seminario,
si è fatto voce che, diventando voce appunto, è uscita dall’isolamento allontanandosi dall’idea dell’impossibilità di un buon proseguimento, per andare incontro al possibile.
Ed è con l’idea del possibile che si è guardato ad una nuova futura progettazione di laboratori autobiografici all’interno delle strutture di accoglienza … tenendo con molta umiltà ben presente quanto sia prudente muoversi con gradualità.
La stessa gradualità che ho visto in quegli sguardi attenti e sapienti, ma ancora desiderosi di conoscere l’altra, le altre, esplorare e accogliere che si sono commossi, hanno riso, si sono spaventati, hanno partecipato, rivissuto episodi per poi congedarsi con nuova fiducia e coraggio.
Grazie di cuore a Lucia, a Massimo, alla scrittura e a tutta questa ricchezza.

Report di Daniela Bennati

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