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Report di Roberta Parnisari

Raccogliere, ordinare, trasfigurare
poeticamente e letterariamente
le memorie familiari
deve avere tutte le prerogative
dell’esperienza ludica.
Duccio Demetrio

{hsjp image|formazione/2012/121012-SeminarioKorthDeFilippo/121012-Korth-01.jpg|captions.txt}È proprio un’atmosfera ludica, creata dalle conduttrici e subitamente raccolta da tutti, quella che si è manifestata dal primo giorno intorno ai tavoli della sala aperta sulla bella piazza del Popolo di Anghiari.
Nonostante a fine giornata nei lavori prodotti si siano visti anche fili annodati, squarci, rovine, veli e cancellature, la laboriosità e la richiesta di operare uno scongelamento, hanno permesso sia leggerezza sia profondità.
E anche questa volta Anghiari conferma, a chi ne aveva già esperienza, che lavorare “gomito a gomito”, magari con persone mai viste prima ma unite dalla ricerca di sé, rende possibile il recupero di memorie e una rinnovata lettura della propria esistenza.
Per dar modo a tutti di accostarsi alle proprie fotografie ed emozioni, Carlotta ci ha subito messo in guardia dall’effetto perturbante di uno scatto ma ci ha anche chiesto di considerare la nostra scelta fotografica (ci era stato raccomandato di portare fotografie di famiglia per lavorare con il fotocollage).
Alcuni hanno dedicato un buon tempo a casa: hanno sfogliato album e coinvolto familiari, altri hanno frettolosamente messo insieme un po’ di immagini, qualcuno ha scelto periodi specifici, altri hanno lavorato secondo un ordine cronologico. C’è anche chi ha scelto di allargare la famiglia includendo amici, animali, persone di cui si prende cura.
Per alcuni di noi Anghiari è un luogo ricco di memorie comuni: ci si incontra ad un seminario, ci si rivede ad un simposio, ci si scrive a lungo. Nulla come lo scambio di memorie rende intimi.
Ma in queste giornate dedicate alla costruzione di un album di famiglia, un primo momento di intimità c’è stato con noi stessi e i nostri familiari, con gli sguardi, le pose, i vestiti dei personaggi nelle fotografie.
La proposta di una riflessione scritta sulla scelta delle immagini ha dato modo ad ognuno di scoprire che le ricerche non erano state poi così frettolose e fortuite e che anche una sola fotografia poteva diventare un ottimo materiale su cui lavorare per tre giorni.
Oltre quindi alle coincidenze fortunate che spesso ci portano a ritrovamenti, abbiamo ricercato le emozioni che le fotografie destano o suscitavano in quel momento.
Sull’onda di queste valutazioni ed emozioni collettive ci siamo dedicati nuovamente ad un lavoro personale e inizialmente quasi frenetico, come Sabine ci ha suggerito di fare.
Sono state scelte da riviste immagini per i nostri collages, frammenti che risultavano dal primo sguardo in relazione a fotografie predestinate ai lavori.
Carta di giornale, foto, nastri, cordicelle, stoffe sono stati i materiali. Cultura, gusto estetico, affetti, ragione, istinto si sono messi all’opera per consentirci a fine giornata di portare il nostro elaborato “al museo”. Una didascalia, un aforisma, parole catturate dai giornali, hanno aiutato a dar voce all’opera prodotta.
Molti sono stati in queste giornate i riferimenti al rapporto tra parola e fotografia, tra scrittura e collage. Mentre la foto esprime la sintesi, la scrittura dà continuità e compensa ciò che l’immagine non può darci; il collage inoltre restituisce una vitalità che difficilmente sarebbe possibile ritrovare nelle fotografie.
Mentre Susan Sontag ci ricorda l’inesorabile azione dissolvente della fotografia, Carlotta e Sabine riescono a scongelare il rapporto con le nostre immagini del passato. Per far sì che la fotografia non sia la morte, il lavoro deve essere una gestazione, una nascita. Si crea un movimento che diviene terapia. È un lavoro leggero e profondo nello stesso tempo. Prende l’avvio dalle emozioni, riscoprendole come “vie d’apertura alla comprensione del mondo”.

Il sabato mattina si lavora sull’autoritratto.
È quindi un tempo dedicato a sé, anche se naturalmente un sé in relazione. Gli altri personaggi non sono più presi in considerazione come elementi di un album di famiglia ma di uno proprio: l’album del Sé.
Anche in questo caso immagini statiche (fotografie), immagini in movimento (collage) e scrittura si compenetrano e si completano: sono linguaggi diversi, differenti modi di presentarsi, di osservare, di de-scrivere. Ma anche la voce ha una grande importanza e la postura in cui si presenta il proprio lavoro: chi si alza in piedi, chi mostra il proprio lavoro, chi preferisce affidarlo ad un compagno, chi lo tiene davanti a sé.
Alla fine di ogni prodotto artistico le impressioni personali vengono fissate sul diario delle giornate, qualcuno legge al gruppo, altri si rendono conto che da un giorno all’altro quasi non sono più attuali: l’emozione è cambiata, si vorrebbe modificare un particolare del lavoro o una frase del diario. Naturalmente questo è consentito e in fondo auspicato se si considera il lavoro autobiografico come un percorso, una rivisitazione, un’esplosione, un lento procedere, un incalzare di immagini e pensieri contrastanti. Molte possono essere le letture di un evento, di un frammento, di un rapporto di vita con familiari e amici. Le varie tecniche, l’esposizione e il tempo ne portano via via di nuove, ne seppelliscono o suggellano altre.
Le immagini, le fotografie e le sollecitazioni di Carlotta hanno permesso inoltre lavori sulla coetaneità, sul confronto e dialogo fra generazioni, in un gioco di immedesimazione, empatia, riconsiderazioni, scontri, chiusura o riappacificazioni.
La domenica mattina è stata dedicata alla ricomposizione dei vari lavori, alla costruzione dell’Album di famiglia. Ognuno ha cercato il proprio modo di dare senso e presentare tutto il materiale prodotto ai presenti: pannelli, scritti, aforismi. Le soluzioni sono state naturalmente diverse sia nell’aspetto compositivo, sia nei titoli o destinatari. Anche se i veri destinatari erano ovviamente gli stessi autori.
Si è creato un clima di partecipazione e di scambio oltre che di ascolto. Anche perché le opere sono state visionate da un visitatore sconosciuto che ha lasciato ad ognuno la sua traccia.

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