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CORPO E AUTOBIOGRAFIA
Seminario a cura di Daniele Callini 
12 – 14 ottobre 2012
Tutor Anna Cappelletti

"C’è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore sapienza"
Con questa frase di F. Nietzsche (Così parlò Zarathustra), si apre il seminario Corpo e Autobiografia.
Il gruppo è composto da 14 persone, compresi il conduttore e la tutor.
I partecipanti provengono da 6 regioni diverse e hanno esperienze di vita e di lavoro differenti. Diversi di loro sono impegnati in attività che implicano una relazione e talvolta una relazione d’aiuto.
Forse non è un caso che chi si occupa di sostenere gli altri abbia ogni tanto bisogno di un percorso che sostenga se stesso.
Che cosa abbiamo fatto

Ci siamo molto interrogati e abbiamo ricercato traiettorie di significato attraverso la scrittura autobiografica e il corpo, un corpo che si è mosso – letteralmente – sopra questioni di senso, che ha preso posizione, che talvolta si è fermato, è tornato sui suoi passi, un corpo che talvolta è rimasto paralizzato, che ha incontrato (e riconosciuto) confini, che è riuscito a valicarli (oppure no) che si è assunto responsabilità, che ha sperimentato la relazione e la bellezza.
Callini ha iniziato esplicitando uno dei suoi ancoraggi teorici (peraltro numerosi e diversi), Victor Frankl, il fondatore della logoterapia, che pone al centro le tematiche che si riferiscono al senso della vita.
Riassumendone in estrema sintesi le tre direttrici principali, emergono le parole azione, amore, pensiero.
Azione intesa come il costruire qualcosa di utile e di bello, che riempie la nostra vita conferendole senso.
Amore come il movimento dialettico tra il dare e il prendere, sottolineando che è necessario riconoscere che bisogna avere la possibilità di prendere prima di poter dare.
Pensiero come atteggiamento nei confronti del destino, dei vincoli, e anche della malattia e della fortuna (o sfortuna). È il campo di libertà più ampio che abbiamo, perché forse non siamo “liberi da”, perché la realtà ci pone molti confini, ma sicuramente siamo “liberi di”: muoverci dentro la nostra vita e imprimere una direzione alla nostra storia.
Il conduttore scrive queste tre parole -ognuna in un foglio- e le pone per terra, in mezzo al cerchio che abbiamo creato con la nostra disposizione nella stanza, come altrettanti vertici di un immaginario triangolo.
Amore, Azione, Pensiero

Da questo momento il muoversi con il corpo intorno a questi temi, diventerà il dispositivo principale per attivare le nostre riflessioni.
Uno per volta o a piccoli gruppi, secondo le indicazioni del conduttore, siamo invitati a muoverci sopra, dentro e fuori queste parole, a sostare dove ci troviamo meglio, a riflettere se ci piace o meno rimanervi, soprattutto ad ascoltare il nostro corpo, in tutte le sue parti.
Adesso e più avanti il conduttore ci chiederà: “Cosa dice il corpo?”, “Come stai?”,”Vuoi spostarti?” Con uno stile che non sarà mai direttivo, ci inviterà a provare un’altra disposizione e poi un’altra ancora finché, ognuno arrivi ad individuare la posizione o la direzione che trova più consona, in cui si sente meglio.
E questo avverrà sopra il triangolo appena delineato, ma poi anche riguardo a molte altre parole, che Callini individuerà sempre nella riflessione prodotta dal gruppo (o forse potremmo dire “dal campo”).
Così continueremo a muoverci intorno alle parole e alle direttrici di senso che emergono dall’esperienza immediatamente precedente, che sia un’esperienza corporea o una scrittura.
Dopo che ci siamo abbracciati, scriveremo intorno al ricordo di un abbraccio, più avanti intorno alle nostre memorie di salute e malattia.
Dopo che il gruppo si è un po’ “scaldato” e, come dice il conduttore, “il sistema si è mosso ed è cominciata a circolare energia”, siamo in grado di utilizzare un dispositivo più complesso e alcuni partecipanti sono invitati non solo a muoversi in torno alle parole-simbolo, ma anche ad impersonarle: “chiudi gli occhi ed entra nel ruolo” -chiede il conduttore-, e tu diventi il corpo, la mente o lo spirito e puoi rivolgerti agli altri, secondo quello che il tuo sentire, la situazione o la relazione ti suggerisce. Intorno alle parole corpo, mente e spirito, abbiamo assistito ad un dialogo particolarmente intenso e coinvolgente; i personaggi-parola possono dialogare e a un certo punto la mente dice: “sto bene dove sto, non ho bisogno del corpo”, così il corpo risponde: “senza di me saresti un fantasma”….

Andiamo avanti così, alternando questo tipo di ricerca corporea con la scrittura, con le riflessioni di Callini, con la comunicazione del nostro “sentire”.
Il conduttore esercita un ruolo discreto e rispettoso, ma fondamentale per rilevare, rendere visibile e rilanciare quanto emerge via via dal gruppo.

Nei momenti in cui i partecipanti hanno evidenziato incapacità, crisi, limite, Callini spesso è rimasto in silenzio; in genere chi conduce un incontro formativo rifugge dal lasciare spazi di vuoto per evitare che qualcuno possa pensare che non abbia gli strumenti per riempirlo: Callini si è assunto tranquillamente questo rischio più volte e questi vuoti si sono rivelati fecondi.

Del resto sta ad ognuno di noi assumersi la responsabilità delle cose che ci riguardano.
Siamo sempre ad un bivio o, come ci dice Callini, davanti ad una grande Y in cui ognuno dei due bracci rappresenta una scelta, e decidere talvolta è difficile.
Anche in questi frangenti ascoltare il nostro corpo può aiutarci.

Tra le varie situazioni che abbiamo rappresentato, diverse ci hanno portato un incremento di riflessione e di consapevolezza.
La riflessione sul corpo ci ha condotto inevitabilmente a portare il pensiero sulla dialettica salute-malattia.
Questo tema diviene l’occasione per affrontare ancora una volta e da un’altra angolazione le questioni del senso.
Essere in salute non è legato in modo deterministico con lo star bene: si può essere malati e star bene, come anche essere sani e star male.
Anche nella malattia possiamo trovare il modo di autorealizzarci ed è questo che produce felicità: la felicità –dice Callini citando Frankl –è l’effetto non intenzionale dell’intenzionalità della vita.
Sarà allora necessario anzitutto ascoltarci e interrogarci ancora una volta su ciò che il nostro corpo ci suggerisce, sui disagi che esprime, sui suoi problemi.
Scriviamo così un nostro ricordo al riguardo e condividiamo i nostri racconti.
Poi proviamo di nuovo a rimanere in ascolto del nostro corpo.
Ci rendiamo conto che ci sono tensioni che lo attraversano, e che su alcune parti di esso – qualcuno sul collo, o sulla testa, o sulle braccia- sentiamo gravare un particolare peso. Callini ci invita a riflettere sul fatto che è necessario trasformare questa pesantezza. Se è vero che noi tutti abbiamo bisogno di energia per vivere, possiamo pensare che la malattia può avere a che fare con un uso sbagliato della nostra energia: questo accade quando, per esempio, la utilizziamo in maniera difensiva (cercando di difenderci da ciò ci sta intorno), invece che il maniera propulsiva, trasformando in occasione di crescita anche i vincoli e i limiti.
Uno dei passaggi più forti del seminario è stato proprio quello del riconoscimento del confine, del limite insito in ogni nostra esperienza.
Il limite infatti chiede di essere visto e di essere nominato.
E anche io lo vedo e lo nomino, a proposito di questo resoconto: è la precisa consapevolezza che non potrà essere esauriente. Certo, poche righe non lo sono mai per raccontare i seminari della Libera: tre giorni ad Anghiari sono sempre densissimi di esperienze, incontri, scritture, riflessività. Ma stavolta sento più forte il senso del vincolo, sia perché molte delle esperienze le abbiamo fatte con il corpo e non è facile tradurle, sia perché il gruppo ha avuto un ruolo importante, ma ognuno ha appreso qualcosa di diverso rispetto agli altri, perché ogni esperienza è filtrata attraverso l’unicità della sua storia e del suo sentire.

Epilogo

Prima di lasciarci ci scambiamo pensieri, considerazioni, emozioni:

  • Avevo bisogno di chiarezza e di forza e le ho ricevute tutte e due.
  • Mi sento piena come un uovo e ora forse dovrò covarlo.
  • Vi ringrazio…
  • Vi ho sentito così partecipi, così amici…
  • Se lo scopo è la forza, è riuscito.
  • Vado via con maggiore consapevolezza.
  • Ho sentito la mia stanchezza, vado via più leggera. Ringrazio tutti.
  • Sono stato bene e mi sono divertito: un bel modo di lavorare, fecondo e pieno.

Qualcuno ha lasciato agli altri un tocco del proprio corpo, come Umberto, che ha firmato col suo dito ogni nostra mano: rimarrà una scrittura indelebile.

Abbiamo ascoltato le voci del corpo e anche io l’ho fatto per piacere e per… forza: le mie corde vocali ad un certo punto non mi hanno permesso di proferire parola.
Sarà stato il raffreddore, una faringite, una forma di influenza.
Fatto sta che non ho memoria che mi sia mai successa una cosa simile: impossibilità di usare la parola, possibilità di esprimersi solo attraverso il corpo e di ascoltare.
Un esercizio davvero utile per me in quei giorni, perché sono riuscita a “sentire” (me stessa e gli altri) come mai prima d’allora. Ed era esattamente ciò di cui avevo bisogno.
Allora mi è venuto in mente che la situazione avesse molto a che fare con una delle riflessioni che Callini ha fatto emergere durante il seminario: a volte la malattia ci salva, ovvero diventa un percorso verso la salus, intesa non solo come salute o assenza di malattia, ma nel suo significato più pieno, di salvezza.

Ci siamo lasciati con molto affetto, senza manifestazioni enfatiche.
Però nella casella di posta di ogni partecipante sono continuate ad arrivare per settimane dichiarazioni di gratitudine per Callini e per ognuno degli altri.
Perché davvero abbiamo sentito di essere tutti uniti (da un sistema, da un campo di energia, dallo scambio delle proprie storie, dal fatto di calcare un’unica terra… chissà!) e che la salus – salvezza di ognuno è legata a quella degli altri.

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