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8-10 maggio 2015
Con gli occhi chiusi. Federigo Tozzi e la sua capacità visionaria: i boschi, le nuvole, le campagne come miraggi in un deserto

seminario a cura di Gabriella D’Ina
tutor Carmine Lazzarini


Venerdì 8 maggio, ore 15.00

Nella saletta di Palazzo Testi ci si dispone in un quadrilatero non proprio regolare. Di fronte alla conduttrice, Gabriella D’Ina, e al Tutor, Carmine Lazzarini, ricchi di cultura e di età, le nove presenti. Alla sinistra in due: Paola Cristofaro (Roma) e Vittoria Sofia (Verona). Di fronte: Ivana De Toni (Schio-VI), Patrizia Petrosino (Rosia, SI), Anna Noferi (Anghiari), Marica Apostolo (Livorno). Sulla destra: Rita Nicolaidis (Castiglione delle Stiviere-MN), Cristina Croatti (Santerno-Ravenna), Pia Roncaglia (Nonantola-MO).

Quando iniziano le presentazioni, la saletta un poco in penombra dell’antico palazzo si illumina: tante esistenze, eventi, esperienze, sogni, dolori, prospettive, portate quasi per caso da molte parti d’Italia, sono lì ad arricchire l’incontro e a dimostrare che la nostra terra ha ancora qualche speranza di rinascita: che da Anghiari si torna sempre un poco migliori. Sette hanno già partecipato alla scuola di eco-narrazione, per cui l’amore per la natura è un sentimento diffuso in questo gruppo quasi improvvisato.

Pia. Una maestra in pensione, di Nonantola, che da sempre intende promuovere i diritti della donne, ama la natura e la cultura del benessere, anche attraverso un’associazione. Cristina. Lavora presso l’Azienda Sanitaria e vive a Santerno, in provincia di Ravenna, legge poesie e scrive poesie, versi, visioni, stralci d’anima, una donna che ha avuto ed ha delle sofferenze, e quindi cerca nella natura o in chi gli passa accanto una voce amica. Marica. Invece giunge da Livorno, dove lavora in una scuola d’infanzia, e ama il mare. Ha progettato con i bambini “e la plastica diventa primavera” sulla raccolta differenziata, sogna di scrivere autobiografie, sempre in apertura all’altro e con l’attenzione alla natura. Rita. Riferisce di aver partecipato al seminario, nella speranza di acquisire nuovi stimoli per la scrittura di sé che ha già sperimentato nella sua autobiografia “Vola colomba aringhe affumicate farfalle”, dove racconta la sua lotta contro il trauma cranico e l’invalidità. Libro che le ha consentito di ricostruire la propria identità narrativa e di trovare l’amore. Anna. Fondatrice della LUA fin dal ’98, porta la sua esperienza di erborista e appassionata della natura. Patrizia. Anche lei viene dalla econarrazione, dalla scrittura delle stagioni. Dal 2005 si interessa di editoria, pubblica tra l’altro storie di vita (come le Voci di Zindis, a Muggia). Ivana. Ha letto Tozzi, lavora a Schio nella rete dei piccoli musei dell’alto vicentino, dove hanno messo a fuoco attività memoriali relative alla Grande guerra, al Pasubio, all’altopiano di Asiago. Vittoria. Svolge attività di formazione dei docenti, ha insegnato nella Scuola Superiore, a Verona. Ha seguito vari percorsi alla LUA, tra cui Kliné, è in un dialogo continuo con la natura, soprattutto per un approccio letterario. Paola. Una maestra approdata a neuropsichiatria infantile per sfuggire alla “follia” della scuola, dove nulla è definito: ruoli, regole, finalità. Molto importate il laboratorio di poesia per gli ospiti, meglio di Istantanee narrative. Organizza lì pomeriggi di letture letterarie, il che consente di lavorare sulle emozioni proprie e altrui, di riconoscerle, di farle passare attraverso le parole, il linguaggio.
Si presenta poi la conduttrice, Gabriella. E’ stata per molti anni Direttore editoriale ed editor di importanti case editrici, dove ha conosciuto in diretta molti autori, scrittori, poeti, è attualmente docente al Master in editoria IULM, con un corso di 250 ore. Organizza gruppi di lettura in Brera, nella sala dedicata a Lalla Romano. E’ counsellor con indirizzo rogersiano, ma ha capito che quella non era la sua strada principale. E’ convinta della potenza della parola, della sua funzione anche per i disabili psichici e della funzione forte del gruppo per affrontare i problemi emotivi. Conduce Gruppi di lettura e opera nel campo letterario. Non è molto d’accordo con gli scrittori attuali, che mirano alla divulgazione, a raggiungere il pubblico, omologando la lingua letteraria ad un parlato un poco smorto: non si sente più nella loro pagina quella che Barth chiamava “la grana della voce”. Pensa che occorre dotarsi di strumenti per capire nella scrittura ciò che va e ciò che non va, giungendo a comprendere quello che lo scrittore ha detto proprio per te.

La conduttrice chiede anche al tutor di presentarsi. Carmine ha conosciuto Demetrio ben prima della nascita della LUA. Ha insegnato molti anni nella scuola superiore, poi ha svolto per quindici anni attività amministrativa. Ora è in pensione per la II volta, e può dedicarsi alle sue passioni di sempre: la cultura, la scrittura, letteratura e filosofia, autobiografia. In prima istanza ha proposto l’approccio autobiografico per la formazione dei docenti e come attività didattica nelle scuole, poi si è dedicato alla raccolta di storie di comunità, fondando a Isola Dovarese uno dei primi musei della memoria. In seguito alla malattia della moglie, morta poi di tumore, ha approfondito il discorso della scrittura come cura di sé nelle condizioni di sofferenza, anche di fronte al lutto. Ha tenuto un laboratorio con donne malate di tumore, poi con i famigliari di pazienti psichiatrici. Ora si è trasferito a Castiglione delle Stiviere, a casa di Rita, che ha sposato da nemmeno un anno.

In questo clima carico di emozioni, inizia a questo punto il seminario sul tema proposto. La conduttrice parte da un lunga presentazione di Federigo Tozzi, un autore per molti sconosciuto o misconosciuto. Spesso dimenticato e sottovalutato dalla critica viene invece considerato dagli studi più recenti uno dei maestri della narrativa italiana dell’età che va dagli anni precedenti e seguenti la Grande Guerra, un acutissimo interprete della crisi di quegli anni travagliati. Nato nel 1883, la sua esistenza è segnata dalla corposa presenza del padre, Ghigo del Sasso, che gestiva una trattoria senese e possedeva qualche podere, “grande eviratore di animali”, con cui il giovane ebbe numerosi e anche violenti contrasti, per motivi personali e per il suo totale disprezzo per la cultura. Da queste lotte con la figura paterna – oltre che per la morte della madre quando aveva 12 anni, la quale, anche per i frequenti lutti di figli morti, aveva assunto una funzione protettiva nei suoi confronti – non poteva che seguire un’infanzia difficile, poi adolescenza e una giovinezza inquiete, da cui venne segnato psicologicamente per tutta la sua non lunga vita (morto nel 1920).

I suoi rapporti con la scuola furono assai difficili. Segue studi disordinati, come le sue indiscriminate letture, da autodidatta a caccia di visioni, sensazioni, innamoramenti improvvisi, nel campo della letteratura, della psicologia, dell’arte figurativa. Segue un corso di ornato, frequenta le scuole tecniche. Studia i pittori senesi del ‘400. Stringe amicizia con Domenico Giuliotti, iscrivendosi al Partito Socialista, ma il suo interesse politico è presto spento. Nel contempo inizia un rapporto “strano” tra il timido e il morboso con una contadina, Isola, dipendente della sua famiglia, che verrà trasfigurata in Ghisola, la figura femminile di Con gli occhi chiusi. Apre una corrispondenza epistolare con una certa Annalena, con cui si esprime a fondo (cfr. come leggo io), oltre a cercare un contatto diretto, riuscendoci, tanto è vero che questa diventerà negli anni a venire sua moglie, Emma. Tale corrispondenza, col titolo Novale, venne pubblicata postuma. Qui veniamo tra l’altro a sapere che ricava da William James il “flusso di coscienza”, come forma di indagine psicologica da trasporre in modalità di scrittura narrativa.

Da questi primi cenni si capisce che l’opera letteraria di Tozzi, pur essendo imparentata a volte col naturalismo e l’espressionismo, in realtà è pervasa sempre, anche negli elementi oggettivi, da proiezioni psicologiche sull’esterno e da introiezioni degli eventi esterni (quasi fortissime allucinazioni), da una fortissima carica autobiografica, tanto è vero che un critico ne ha ricostruito la biografia facendo un sapiente collage di brani delle sue opere (Marco Marchi, Vita scritta di Federigo Tozzi, Le lettere, 1997). Scrivere è per Tozzi vivere, la scrittura è per lui sempre autobiografia, anche se in terza persona.

Partecipa ad un concorso per le ferrovie, dove troverà un impiego per qualche anno. Ancora una volta la sua esperienza personale sarà trasposta in forma letteraria (Ricordi di un impiegato).

Di grande originalità il suo punto di vista sul mondo. Il figlio Glauco parla di “spalancature”, quasi che la realtà esterna entri di colpo dentro di lui con violenza, trasformandosi in scrittura: una modalità di porsi di fronte all’esistenza e la natura: “Tu sei l’esterno”, “lei diventa parte di te”. L’elemento drammatico, lacerante, si libera con la scrittura: diviene risorsa per capire il mondo. “sento la mia anima piena di occhi chiusi”, scrive Tozzi. E ancora di un suo personaggio: “egli poteva vedere quel che non avevano visto i suoi occhi. Egli ora vedeva da dentro le cose, e non da fuori”.

Per primo Pirandello aveva segnalato lo sguardo dell’autore come “sguardo dal di dentro” del mondo rappresentato. Una veduta bassa o rasoterra sulle cose, che consente di portare sempre in primo piano particolari isolati dal fondo. Un’ottica che consente allo sguardo di soffermarsi su tutto ciò che è infimo, insignificante, brulicante: la foglia secca, il ramo caduto, le formiche, la mosca e perfino “un filo d’erba che si crolli percosso da un insetto”. Gianni Celati invece parla di “ottica rasoterra”, che “parifica tutto quello che incontra, dando un uguale peso emotivo a cose, persone o animali. Ma non è un azzeramento di tutto, come avverrà in altre forme di scrittura moderna, bensì un lavoro attivo della visione per dare importanza a ogni cosa”.

La scrittura di Tozzi si pone come visionaria. Nei suoi testi c’è sempre un’emozione che si volge ugualmente ai fenomeni naturali, alle sensazioni corporee, ai pensieri e ai comportamenti. Un’emozione che può rivolgersi a qualsiasi aspetto e “abbracciare anche le cose che sembrano meno suscettibili di essere scritte”.

Pur essendo vicino per certi aspetti a un impressionismo a fondo paesistico, in un certo senso non lontano dal frammentismo vociano, molto prima di questi scrittori sentì che occorreva trasporlo in forme oggettive, in narrazione e personaggi, che sono lì a testimoniare quel fallimento e inettitudine, quello smarrimento che diventava tema dei contemporanei Svevo e Pirandello.
Non siamo a Freud, Tozzi ne è al di qua, ma egli rivela la sua qualità di “rabdomante”, alla ricerca di filoni sotterranei con mezzi quasi primitivi. Il suo è un modo di raggiungere se stesso perdendosi, dimenticandosi di sé. Un modo di chiudere gli occhi di fronte ad una realtà che lo ferisce, ma anche di vedere meglio ad occhi chiusi i flussi che provengono dall’esterno. Spalancatura e straniamento. Ama se stesso come natura, trova così risorse vitali. La sua è una strategia di salvezza attraverso la scrittura, per cui un meccanismo mentale diventa una poetica. Qui sta la sua originalità, soprattutto nei due romanzi Ad occhi chiusi e Ricordi di un impiegato, e nelle prose come Bestie. Perduto nel mondo degli uomini, si trova ad essere un elemento della natura.

Sabato 9-5-15, ore 9
Gabriella riparte nella sua illustrazione di Tozzi mostrando una serie di slides, con passi, citazioni. In lui si vede l’alternanza tra memoria e immaginazione, si ha una memoria dell’immaginazione, la vita è dentro l’immaginario L’autobiografia si spersonalizza e diventa specchio allucinato della realtà contemporanea. Non pone barriere al flusso di coscienza nel far scorrere pensieri ed immagini.
Tozzi scrive un’autobiografia fuori di sé, dove gli stati d’animo diventano specchi della realtà. Ciò che diceva Pirandello, con uno sguardo dal di dentro del mondo rappresentato. Non si confronta con la realtà, non la comprende, la vive dall’interno, fino a fare della sua fragilità un tesoro nella prevaricazione del mondo (Borgna).

In Tozzi vi è una volontà incosciente: “racconto i misteriosi atti nostri”. Chiudo gli occhi, non vedo per non agire (Cl. Toscani), che manifesta una sostanziale incapacità alla vita. Chiude gli occhi per non vedere, ma nello stesso tempo per vedere meglio. Lo scrittore senese ci manda stralci, lampi di realtà. “Io cammino perché è primavera. Perché ci sono le nuvole”. Sono particolari isolati dallo sfondo, come ci fosse una spalancatura verso l’esterno, vedendo le cose come dal di dentro, non dal di fuori.
“V’è un gran segreto dentro di noi e ci affacciamo invano sull’abisso”. Si sta ad occhi chiusi per vedere meglio. Sembra a volte un poco francescano. “Io faccio parte del mondo, ma il mondo può stare senza di me, può fare a meno di me”. Sembra una preparazione alla morte, che è una condizione umana ineluttabile.

Sabato 9-5-15, ore 15.00
Si introducono a questo punto in analogia alcuni riferimenti di carattere iconico, immagini di pittori, come Cézanne, Casorati, Marc. Cézanne. “Io ho provato quel che fa povera la realtà, che diventa rossa e il pennello crea il rosso. Casorati. Parte dalla secessione viennese, collegandosi al simbolismo europeo. Si vede Sogno del melograno 1912. F. Marc. Visione delle forze latenti nella materia, per far parlare il mondo stesso, animali, rendendo la loro vitalità interna. Il destino degli animali 1913. Forme in combattimento 1914. Tigre 1912. Sassetta. 1450. Il viaggio dei magi, una specie di racconto naturalizzato.

Guardando la realtà, Tozzi vede cose e persone come incubo. Nei Ricordi di un impiegato scrive: Io sono fatto di tante strisce che corrispondono ad altrettanti giorni. Tracce inestinguibili.
Occhi e sguardi che fanno tremare la mia anima.

La percezione nostra liberata dallo sguardo di un altro. Come possiamo difenderci? Capire le persone da cui difenderci.

Ogni incontro ha un impatto forte e squilibrato su di me. Non sa come provare (accettare) le emozioni. Per lui c’è il pudore nei confronti della vita.

Vede lo sguardo di lei con gli occhi chiusi.

Non sono diventato erba anch’io per farmi falciare come erba del campo?

Vedere ed essere visti. Non essere veduti che dall’aria. Scomparire.

Gli animali divengono simboli: la sevizia degli animali diventa simbolo della condizione umana.
Naturalmente queste annotazioni critiche della conduttrice, queste suggestioni, sono intervallate da domande, osservazioni, interventi delle componenti del seminario. A volte ci si perde, ci si allontana dal tema. Quasi fosse un bisogno di deviare dall’impatto emotivo provocato dalla scrittura di Tozzi, dalla sua soffocata sofferenza. Questo avviene sia sabato che domenica, quindi quasi una ritualità di questi incontri.

Si passa così al laboratorio di scrittura vero e proprio, un esercizio difficile, dopo l’incontro con la scrittura di Tozzi. Ad ogni esercitazione Gabriella fa seguire un breve commento sulla riuscita o meno dell’esperimento, che coglie le caratteristiche del brano proposto: un dialogo con ogni componente del gruppo.

Prima esercitazione di scrittura. Descrivere un pezzetto di natura, prima come dall’alto di un macrosguardo, poi attraverso un microsguardo ravvicinato, con all’interno un personaggio (umano, animale).

Seconda esercitazione di scrittura. Lo sguardo dal di dentro ad occhi chiusi – qui e ora, oppure verso il passato

Terza esercitazione di scrittura. E se certe persone conoscessero le tracce inestinguibili lasciate in me, ne sarebbero stupite.

Domenica 10-5-15. ore 9.00
Quarta esercitazione di scrittura. Pietro chiude gli occhi perché non riesce a far fronte alla realtà. Chiudiamo anche noi gli occhi quando vogliamo non vedere? Al termine delle letture, ognuna racconta alcune circostanze in cui chiude gli occhi o li apre di fronte alle circostanze della vita.
Quinta esercitazione di scrittura. “Io avrei dato tutto me stesso per parlare a un albero”. Il rapporto con la natura.

Considerazioni sull’esperienza e il percorso compiuto: è questa l’ultima richiesta della conduttrice, anche se da parte di tutte si manifesta quasi il desiderio di non finire questa comunanza di pensieri, emozioni, scritture, di non lasciare l’alveo creato in questi giorni. Tanto è vero che si termina dopo le 13.00.

Patrizia. Ha apprezzato la novità di una letteratura non direttamente autobiografica. La parte più positiva ha riguardato la spazio assegnato alla scrittura. Anna. Porto a casa una ricchezza, con approfondimento per come sei. Ivana. Interessata al tema, ho visto che il tempo è stato troppo breve per affrontare le tematiche sollevate. Non è possibile concludere ora equi, ma la ricerca va avanti per me e per ciascuno. Pia. L’aspetto più positivo è stato il confronto col relatore. Ho scoperto in Tozzi un amico. Rita. Ho scoperto meccanismi di scrittura da far propri nella scrittura della propria vita. Esperienza importante. Paola. Apprezzato l’approccio non cattedratico, in un contatto con Tozzi che ci regala grandi suggestioni. Vittoria. Riscoperta di un autore che non conoscevo. Importanza della scrittura attraverso il filtro del letterario. Occorreva però fare qualche esercitazione sulle immagini. Leggere maggiormente i testi. Qualche discussione di troppo. Ricchezza del gruppo e delle sue componenti. Marica. Naturalezza della relazione e del lavoro svolto. Accoglienza. Di ognuna. Sono stati incontri fecondi. Gratitudine per lo scrittore e la scrittura. Importanza del vedersi dal di dentro e dal di fuori. Cristina. Lascia il gruppo con un senso di gratitudine. Importanza dell’incontro con Tozzi. Carmine. Ho scoperto la ricchezza che può portare la scrittura quasi letteraria, non direttamente autobiografica, anche per la conoscenza di sé.

Anghiari-Castiglione delle Stiviere, 22-5-15

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