RECENSORE: Carmine Lazzarini, .

Titolo: All'antica.. Una maniera di esistere.

Autore: Duccio Demetrio

Editore: Raffaello Cortina (Milano)

Collana: saggistica

Anno edizione: 2021

Pagine: 316

ISBN: 9788832852929

Una maniera di esistere

di Duccio Demetrio

Essere all’antica per Duccio Demetrio significa innanzitutto offrire a lettrici e lettori, in questo aiutato dall’editore, un volume curato nei minimi dettagli, della dimensione adatta per stare bene in mano, in modo da toccarlo, sfogliarlo, scorrerlo, leggerlo con piacere nel raccoglimento, stampato su una carta gradevole al tatto, e immagini pittoriche scelte con grande sensibilità estetica a mostrare donne e uomini, più spesso giovani – qualche interno, qualche sfondo – in posizione tranquilla, quasi meditativa, scelte per la loro “ineloquenza”, per il loro delicato “incanto esistenziale”, mostrate “come se” fossero viventi anche le cose rappresentate, poste al di fuori del perenne scorrere del tempo, ma in un momento privilegiato, nella loro eternità, per coglierne “tutta la bellezza taciturna, compita, solenne” (p.50).
Citando Berenson: “La loro semplice esistenza ci appaga”.

 
E’ forse un caso che la prima che appare è quella di una giovane, lunghe trecce color rosso tiziano, con un libro-quaderno in mano: uno strumento silenzioso, lento, lineare, senza link, che inizia e finisce – come noi umani, del resto? Né è certo un caso che un capitolo, il secondo, porti il titolo: “Una pinacoteca tra le dita”. Dove si parla di immagini “in fuga da ogni futurismo o surrealismo deformante, così come dagli iper-realismi” (p.54), per affratellarsi all’atmosfera crepuscolare – quella del foliage, per intenderci – richiamata in due esergo: “Per scoprire la verità, non c’è miglior luce, che quella del crepuscolo” (Miguel de Umanuno); “Il tempo della memoria è il crepuscolo […] Quando la luce è una luce radente, che toglie consistenza ai corpi ma allunga le ombre” (Alberto Asor Rosa).

 
Un testo, quello di Demetrio, per certi versi anomalo, di genere indefinibile, che si apre con un episodio autobiografico al Liceo Giosuè Carducci di Milano – dove si dava ancora del “lei” e del “caro signore” agli allievi e appare uno dei leitmotiv del testo, pensare come se – e si chiude con un capitolo completamente dedicato a ventitré testi poetici, accompagnati da un breve commento, sotto altrettante “parole chiave”. Album, Amore, Antenati, Calligrafia, Case di campagna, Convivialità, Cose, Costellazioni, Custodire, Distacchi, Fragilità, Gentilezza, Giardino antico, Gratitudine, Inganni, Libertà, Parole, Pastelli, Scrivere, Sere, Tracce, Solennità, Silenzi. Come a dire che è dalla poesia, oltre che dall’arte o dalla musica, che può nascere un pensiero, un modo di esistere, “all’antica”, che dia senso all’esistenza di ogni soggetto, nel nostro tempo forsennato.
Molte sorprese riserva il testo, che non intendono essere “choc percettivi” così amati dalle poetiche di arte contemporanea, ma emergono lentamente a mano a mano che le pagine scorrono e il lettore si trova a riflettere in un dialogo tacito. In primo luogo, non si troverà mai la definizione di “antico” o di “all’antica”, anche se centinaia di volte queste espressioni vengono evocate, presentate, approfondite, meditate e discusse. Scrive l’autore: “L’antico dentro di noi, istintivo o coltivato tenacemente, costituirà pertanto il tema saliente del libro. “Come se” fossero identificabili i tratti salienti e gli indizi di un ipotetico profilo umano “all’antica”, riscontrabili, oltre che nei comportamenti virtuosi dei nostri predecessori, negli atteggiamenti e nelle preferenze di carattere culturale, nelle passioni amatoriali, nella disponibilità e nella sensibilità alla valorizzazione dei patrimoni storici, paesaggistici, artigianali e in molto altro ancora. Essere e sentirsi all’antica, infatti, non credo possa ridursi agli aspetti – come un tempo si diceva – connessi soltanto con la dirittura morale, la coerenza, il rigore professionale, ecc.” (p.24).
Né il tema del testo è riconducibile solo a una dirittura etica, sicuramente auspicata, o a un fatto di gusto. Weltanschauung: è questo il concetto che anche dalle prime pagine dell’ultima opera di Duccio Demetrio si affaccia alla mente di un lettore mediamente colto. Non penso nemmeno che l’intento del fondatore della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari sia stato solo quello di presentare una concezione in contro-tendenza. Certo, anche quello. Ce n’è sempre più bisogno, in una società globale disintegrata, sfrenata, “attimale” com’è stata definita da Salvatore Natoli, di fronte a un modo di gestire un “progresso” teso all’annientamento di quanto intendiamo come peculiare dell’umano, del naturale, del fraterno, del silenzioso, del conviviale. Demetrio in questa sua ricerca penso sia teso ad affermare una Weltanschauung – una visione del mondo, della vita, con al centro la posizione occupata da individui nella loro unicità – mai totalmente espressa né esprimibile, pregna di presente, di memoria, di orizzonti, di storie, di bellezza, di relazioni, che abbracci il pensare, l’agire, il sentire, l’emozionarsi, il camminare sulla terra, lo scrivere di sé e degli altri, l’esistere e l’abitare il tempo, con coerenza, misura e sobrietà, “all’antica”, intesa come dimensione permanente della condizione delle donne e degli uomini di oggi. E pregna di memoria, non tanto di memoria storiografica, ma personale, quella concreta, corposa, vissuta, in grado di restituirci il senso di avere un passato, di essere, ognuna o ognuno di noi, “all’antica”, consci di venire da decenni che ci precedono, da una finitezza all’interno della quale affrontare le grandi questioni della vita individuale e collettiva, del bene e del male, del dolore, della giustizia, della morte, della felicità, dell’amore e amicizia.
Il secondo aspetto sorprendente del libro qui presentato consiste nel fatto che chi sta leggendo, all’inizio, prevede un tuffo nell’antichità, classica, rinascimentale, neoclassica. Tuttavia qui non trova l’auspicato ritorno ai classici, con “le mura e gli archi / e le colonne e i simulacri e l’erme / torri degli avi nostri”, come cantava il giovanissimo Leopardi, ma un antico recente, un antico biografico, l’antico che ci portiamo dentro come memoria personale o familiare, che risale al Novecento, al massimo agli ultimi decenni dell’800: non il passato lontano, ma il secolo ancora in noi. Per l’autore questo antico interiore si radica in tre ricordi autobiografici, che stanno alla base della sua ricerca sull’antico. Oltre al ricordo del ginnasio sopra riportato, Demetrio richiama “L’amica di donna Speranza”, il Gozzano incontrato alle medie, che lo rimanda indietro nel tempo, al corridoio della sua casa d’infanzia: “A coinvolgermi all’istante, in una sorta di folgorazione retrospettiva, fu la sintonia tra alcuni ricordi della mia primissima infanzia e quella sequenza, davvero incalzante, da leggersi di corsa a perdifiato, di immagini e suppellettili citate da Gozzano in rapidissima rassegna. Man mano che le scoprivo, mi risultavano sempre più familiari, in un vortice di déja vu. “Come se”, uno dopo l’altro, uscissero dagli stipi della mia memoria gli stessi oggetti” (p.123).
E’ in quest’atmosfera avvolta dalla penombra – intima, affettuosa, amichevole, in un tempo sospeso, esitante – che matura per il piccolo Duccio la prima consapevolezza dell’antico: “Dove l’antico, più che riguardare il passato, incominciò nella mia mente a definirsi come qualcosa di inconoscibile, negli accenni esitanti ad accogliere l’ambivalenza del mondo. In un clima affettivo e protettivo che erano le cose silenti, più che le umane presenze” (pp.127-128). Da tale antico della penombra, del chiaroscuro, della memoria personale, attraverso la scrittura, il Duccio diventato adulto dice di aver appreso ad accettare “la presenza al contempo reale e simbolica dell’oscurità (dell’indicibile, dell’invisibile, dell’irraggiungibile…) nella mia vita”. Una forma mentis che gli offre la possibilità di “ammirare, grazie a questa maniera all’antica, di assistere allo svolgersi dell’esistenza e delle esistenze, delle loro forme quando queste si fanno vaghe e le loro storie ci lasciano alle spalle lacune, enigmi, misteri” (pp.140-141).
Si comprendono così le motivazioni pregnanti per cui, approfittando anche delle atmosfere del Covid, Demetrio cerchi di porre un argine alle concezioni di vita legate ai “carpe diem” sfrenati, agli “attimi fuggenti” e ruggenti, ma in fondo disperati, a quelle filosofie del “divenire implacabile”, che troppo spesso si sono legate alle guerre, alla furia distruttiva, alle violenze, a vantaggio di un più riposante senso dell’essere. Ciò non significa cancellare la coscienza della finitezza, dell’irreparabile, del niente, della morte, ma proporre un modo di esistere in cui il sentimento della durata, della permanenza, diano serena gioiosità alla vita che ci tocca vivere, alla poesia che la abita, alla saggezza che la deve abitare: “Guardare all’antico poeticamente non genera consolazioni di sorta, ma almeno la consapevolezza del limite, che diventa valore morale, non soltanto piacere estetico” (p.242).
Demetrio pone così le basi di una filosofia all’antica, quando, come ci ha insegnato Pierre Hadot, non si trattava unicamente di conoscere il mondo, l’essere, l’uomo, ma di vivere filosoficamente, praticando la saggezza di vita: “all’insegna di quei principi virtuosi sui quali ci siamo a lungo soffermati: per i quali il passato è eternamente presente, anche quando non venga rievocato nel qui e ora” (p.258). Coscienti che “Per mettere in crisi definitivamente il carpe diem l’unica medicina è la scrittura” (p.205), attraverso la quale le ricordanze, di leopardiana memoria, troppo spesso  puntuali, depositate nelle “celle isolate dell’oblio” potranno connettersi, acquistare durata, ricomporsi: “Si adempie in tal modo l’ulteriore transizione dalla poetica delle ricordanze a quella delle rimembranze. Un’altra parola cruciale, questa, che dell’arte del saper rammendare aggiunge un ulteriore passo. Poiché non può esserci ricordanza senza un paziente lavoro di ricomposizione delle memorie disperse in una narrazione che sappia conferire ad esse quella forma di cui ogni racconto abbisogna per essere ritenuto tale” (p.215).
Saper vivere all’antica filosoficamente richiede che si assuma per ogni soggetto la coscienza della distinzione tra essere, vivere, esistere, in quanto, come scrive Vito Mancuso, “Tutti vivono, solo alcuni esistono” (p.215). Per Demetrio il modo di essere richiama “il sentire di esserci, di respirare, di percepire, di pensare, di comunicare”, mentre il modo di vivere sottolinea “il sentire di appartenere a un tempo, a un luogo, a un moto, a dei legami, di possedere una storia”. Ma solo l’esistere ci rimanda al sentire “di poter andare oltre se stessi, di crescere, migliorare, elevarsi, di avvicinarsi ai propri limiti, e a sfidarli o comprendere di doversi astenere dal farlo… Nel mondo della propria soggettiva vita e nel mondo come appartenenza a un universo che ci eccede, ma al quale apparteniamo e che ci chiede di rispondergli” (pp.257-258). Distinzioni, queste, per certi aspetti necessarie, ma che non devono diventare categorie separate, dato il loro intrecciarsi, nel flusso continuo della vicenda umana, nella quale “Il passato è sempre presente, è già sulla strada che dobbiamo percorrere” (p.161): l’antico da cui veniamo ci precede sempre e indica il cammino.
Nell’Epilogo, l’Autore richiama la misura cardine di ogni racconto: “Nell’Edipo re di Sofocle non si afferma che ogni conclusione della storia si incontra di nuovo, o meglio, si spiega, col proprio inizio?” (p.249). Viene subito da chiedersi quale può essere per Demetrio tale inizio. Certo, c’è il ricordo ginnasiale del “come se”, ci sono i richiami più volte rivisitati della “maniera” di Gozzano nel vivere e poetare, ci sono le immagini reali/fantastiche disseminate lungo la lettura, che si pongono quasi come “cose in sé” nella loro pregnanza. Ma il senso ultimo dell’opera, “all’antica”, quale potrà mai essere?
Scrive Demetrio: “Avvicinandoci ora, per davvero, verso la conclusione, “come se” un libro potesse raggiungerne una, augurandomi che la lettrice o il lettore abbiano avuto la gentilezza e la pazienza di giungere fin qui (due virtù, come si è potuto osservare, che solo per questo sancirebbero il vostro e nostro essere all’antica), sorge spontanea la domanda: che fare per adottare (un po’ di più) una maniera di esistere ispirata a quanto si è sostenuto nelle non poche pagine precedenti?” (p.265). All’inizio e come senso finale dell’opera, si pone, a mio parere, l’esigenza personale dell’autore, sempre educatore, di “condividere” esperienze all’antica: ancora una volta momenti che non svaniscano nell’istante, momenti poetici, come dono che ci precede, ci accompagna, ci apre al futuro. “Quale può essere , allora mi chiedo, la forma più discreta, più vicina all’antico, come tempo (paradossalmente oltretemporale?) interiormente vissuta, se non quella di convocare, attraverso purtroppo soltanto qualche frammento significativo delle loro opere, alcuni poeti italiani manifestatisi tali già nel primo, ma soprattutto nel secondo Novecento, e poco oltre, celebri e poco noti?” (p.267). L’intento del testo che abbiamo tra le mani è allora non solo quello di condividere un pensiero, ma esperienze di lettura, di scrittura, di sosta estatica di fronte ad un quadro, magari di uno sfondo musicale, che siano di “solitudine condivisa”, dove l’istante si apre alla durata, all’ora, agli anni, al susseguirsi delle stagioni salvate dalla memoria. Ben lontani da tutte quelle “filosofie dell’attimo”, che rivelano sempre più la loro inconsistenza esistenziale. Come se fosse possibile sentire la bellezza di una melodia se non nella sua durata, comprendere la profondità di un amore senza il ricordo del primo sguardo furtivo, della prima carezza, del primo dolore condiviso.

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