RECENSORE: Carmine Lazzarini, .

Titolo: Autobiografie immaginarie. Fiction e cura di sé.

Autore: Gian Luca Barbieri

Editore: Mimesis ()

Anno edizione: 2019

Pagine: 190

ISBN: 9788857553351

Argomenti: personalità, narrativa, coscienza, ego, io, identità

di Gian Luca Barbieri

Se è vero che molte delle nostre elaborazioni coscienti nascono da una mitologia interna celata nel profondo, si può dire che il testo di Gian Luca Barbieri ruoti intorno al mito della Medusa, la Gorgone che pietrificava con lo sguardo chi la guardasse negli occhi (senza dimenticare gli sguardi mortiferi di Narciso e Orfeo). Una possibilità, questa, che chi scrive la propria autobiografia può avvertire: il rimanere fissati nell’immagine di sé costruita nelle pagine memoriali accuratamente o involontariamente scelte per rappresentare il proprio cammino esistenziale. Scrive l’autore: “Se identifichiamo Medusa, mostro mitologico, con uno dei “mostri interiori” che abitano ciascuno di noi e ai quali ci accostiamo con cautela, spesso con timore, possiamo riflettere su quale sguardo sia opportuno utilizzare per far emergere dall’oscurità un particolare contenuto, spesso percepito come doloroso, pericoloso, minaccioso; per poterlo osservare, elaborare; per renderlo meno traumatico” (p.11). A seconda delle proprie specificità cognitive ed emotive e del proprio carattere il soggetto può quindi optare per uno sguardo diretto oppure per uno indiretto.
Barbieri è un ricercatore che abbina assai spesso l’indagine teorica, i riferimenti alla letteratura, all’allestimento di laboratori, percorsi sperimentali, pratiche di scrittura autobiografica e di finzione, in modo che le conclusioni a cui giunge siano ampiamente motivate, nonché arricchite dalla riflessione sull’esperienza in atto. Si giunge così alla tesi “quasi paradossale”, che anche aprendo il racconto autobiografico classico, diretto, all’immaginazione, si può giungere vicini al socratico “conosci te stesso”. E’ quella che l’autore chiama “trans-autobiografia”: “Episodi, persone, esperienze della propria vita sono utilizzati in un contesto narrativo sganciato da ogni preoccupazione di fedeltà alla propria storia individuale e aperto al possibile… Questa scrittura persegue l’obiettivo di conferire leggerezza alla rappresentazione di sé, rendendola più duttile, meno certa, meno definitiva, evitando che si cristallizzi e si pietrifichi” (p.63). Del resto, Perseo riesce a decapitare la Gorgone, senza esserne pietrificato, osservando l’immagine di lei riflessa nel suo scudo.

Il problema che percorre l’intero testo concerne la cura di sé che si realizza attraverso la scrittura autobiografica messa a confronto con quella scrittura d’invenzione che prende spunto da vissuti personali (Autofiction). Modalità di scrittura antitetiche o complementari? Il testo propone la complementarietà, come sostiene del resto anche Duccio Demetrio, quando afferma: “La scrittura ti getta una fune, ti nobilita rispetto ai tanti cosiddetti sani che invece la rifuggono e la temono, timorosi di portare a galla quelle parole oscure dalle quali si sentono perseguitati” (“La vita si cerca dentro di sé”, p.18) . Secondo l’autore, la cura di sé realizzata con l’autobiografia si attua con un “narcisismo benevolo”: “da intendersi come quella necessaria autostima di base che deriva dall’aver focalizzato in modo almeno in parte nuovo la propria vita e la propria immagine di sé grazie a un lavoro mentale paziente e spesso doloroso” (p.50). Nella scrittura trans-autobiografica i processi di cura e di riparazione si spostano ulteriormente in avanti, in quanto entrano in campo in modo prepotente la “creatività” e la “distanza”, la “simbolizzazione”, la “identificazione” e la “proiezione”: “Così viene indirettamente coinvolto nella nuova trama anche ciò che sta al di sotto della coscienza, in particolare la dimensione preconscia della mente individuale, che consente di galleggiare tra la realtà e l’immaginazione, da un lato rinunciando alla rappresentazione consueta di sé e dall’altro trasformandola con la bacchetta magica degli artifici letterari”, acquisendo così la consapevolezza “che la propria identità non è immutabile, non è mai data per sempre, perché dipende dal nostro sguardo interiore e dai modi con cui ci raccontiamo” (p.65).

La pratica della fiction autobiografica attraversa la storia della letteratura e del cinema, che è richiamata da Barbieri con una fitta messe di riferimenti (Capitolo 4). Importanti anche le parti dedicate alla cura di sé che si realizza scrivendo le storie degli altri, e alla scrittura umoristica, che cementa un’alleanza leggera con la scrittura trans-autobiografica. Senza dimenticare le pratiche di autofiction sperimentate nelle strutture psichiatriche, nella scuola primaria, in ospedale, nel counseling, nella scrittura al femminile, dove le ricadute riparative della scrittura di sé “immaginaria”, delle “memorie sognate”, in un continuo rimando tra il vissuto e l’inventato, risultano assai promettenti.

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