Gian Luca Barbieri (docente di Psicologia dinamica, Università di Parma)
– pubblicato su “La cronaca” di Cremona il 6-5-2011

Carmine Lazzarini ha svolto diverse attività nella sua vita. Tra le più visibili e importanti, quella di professore di Lettere, quella di esperto di scrittura autobiografica e quella di sindaco del suo paese, Castelverde. È così che i tre ambiti di riferimento, cioè la letteratura, l’autobiografia e l’impegno civile, etico e per alcuni aspetti politico, si incontrano nella sua ultima opera, un libro intitolato

Avremmo voluto che fosse altro.
Cinque donne raccontano il loro viaggio dentro il tumore

pubblicato dai tipi di Repubblica e dedicato a due “donne vere” di Castelverde cadute sotto la lama impietosa della terribile malattia, Giusi (moglie di Carmine) e Franca (nota ai cremonesi come titolare della famosa trattoria di Livrasco).
Il libro nasce come momento conclusivo di un’attività meritoria, importante e coraggiosa condotta in collaborazione con la dott.ssa Cecilia Sivelli, che si è concretizzata in un laboratorio organizzato dall’Associazione MEDeA (Medicina e Arte) denominato “Scrivere di sé per curarsi meglio. Laboratorio di scrittura terapeutica” tenuto presso il Day Hospital Oncologico dell’Ospedale Maggiore di Cremona, tra il marzo e il giugno dello scorso anno.
In qualità di Collaboratore Scientifico della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, Lazzarini ha proposto alle partecipanti a questo laboratorio (si noti, tutte donne) di utilizzare la scrittura autobiografica come supporto emotivo e cognitivo, come strumento riparativo e attività che favorisce l’elaborazione delle emozioni, anche di quelle più distruttive a destabilizzanti. Come scrive il curatore del volume, “l’autobiografia si [pone] come una delle forme più elaborate ed efficaci di cura di sé anche in condizioni di malattia grave, per le sue caratteristiche di espressione / riflessione, avvicinamento / distanziamento dai ricordi e dai personali vissuti, di ricomposizione e riconciliazione con le parti plurime della propria personalità”. È così che la scrittura personale “permette che l’insieme dei vissuti, delle emozioni, delle memorie, anche traumatiche, sia avvicinato nella rievocazione e insieme distanziato sul foglio bianco, dove può sostare e decantarsi”.
In termini kleiniani, il conduttore del laboratorio ha aiutato le partecipanti a transitare dalla posizione schizoparanoide a quella depressiva, ovvero le ha guidate a superare l’atteggiamento che porta normalmente a separare e racchiudere in una sfera isolata e distaccata dal resto della propria esperienza il dramma del cancro, per integrare questa componente all’interno della propria identità, come fattore non da cui rifuggire o da negare, ma come aspetto di sé con cui scendere a patti e con cui misurarsi attraverso il pensiero e le emozioni. Le ha orientate, sempre kleinianamente, ad attivare una riparazione vera e non a rifugiarsi nell’istintiva riparazione maniacale che consiste nel rinnegare le componenti depressive della propria personalità e della propria esperienza.
Le cinque autrici, ciascuna con il proprio stile, con il proprio punto di vista, con la propria capacità di affrontare la tragedia, si è messa in scena come personaggio di una narrazione in cui è circondata da tanti altri personaggi, alcuni concepiti come aiutanti (i medici, i familiari, il personale sanitario, i partecipanti al laboratorio, ma anche la vita, la speranza, la verità), altri come antagonisti (il tumore identificato come un mostro o come un drago, la flebo, i globuli bianchi, l’anestesia…), altri ancora come vittime (soprattutto le parti del loro corpo aggredite dal male), altri infine come apparizioni fiabesche (il cavaliere, il mago Merlino).
Il lettore si trova a fare i conti e a misurarsi con il dolore trasferito sulla pagina senza tanti giri di parole, ora con delicatezza e con garbo, ora con rabbia, ora addirittura con amore. E ha di fronte una dimensione della malattia impensabile, che comporta, anziché un abbandono alla disperazione, l’acquisizione della capacità di gettare uno sguardo verso il futuro, di gustare con consapevolezza e con piacere il resto dell’esistenza che rimane da percorrere, senza ambizioni stupide e vane, senza illusioni ingiustificate, ma con la certezza di aver imparato ad assaporare, anche grazie alla scrittura, la presa di coscienza degli eventi e il controllo delle emozioni.
È indispensabile riportare l’osservazione che Lazzarini pone in chiusura della sua prefazione. Dopo essersi chiesto se il personale sanitario sia “adeguatamente attrezzato a questa nuova frontiera, con i problemi psicologici e relazionali” che comporta, avanza un suggerimento: “perché non organizzare in modo sistematico l’accompagnamento delle persone che si sono incontrate col tumore con forme come quelle qui sperimentate? Tra l’altro la spesa è ridottissima, in quanto si favorisce la cura di sé, il diventare medici di se stessi, attraverso l’autonomia della scrittura autobiografica, che può essere coltivata come costume di vita, nella propria casa, con un supporto esterno assai ridotto”. Proposta che condividiamo completamente e di cui ci facciamo a nostra volta promotori.

Il libro è reperibile al seguente indirizzo:

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