RECENSORE: Giorgio Macario, .

Titolo: DALL’AUTORECLUSIONE AL RITORNO ALLA VITA. Adotta l’orso’, 2014-2020. Sezione narrativa – Primi premi, Menzioni speciali e approfondimenti teorici.

Autore: LEGGERE LIBERA-MENTE

Curatore: Barbara Rossi

Editore: La Vita Felice (Milano)

Anno edizione: 2021

Pagine: 292

ISBN: 978-88-9346-582-3

Adotta l’orso’, 2014-2020. Sezione narrativa – Primi premi, Menzioni speciali e approfondimenti teorici.

LEGGERE LIBERA-MENTE. (a cura di) Barbara Rossi

PROLOGO*

Quelle sensibilità autobiografiche che attestano il riscatto sociale

di Giorgio Macario[1]

Se in primo luogo non liberiamo noi stessi e la nostra anima
 dal peso che l’opprime, il movimento la schiaccerà ancora di più:
come in una nave i carichi danno meno impiccio quando sono ben stivati.

Michel de Montaigne

…sai anche che ciò che è rimasto , o sei riuscito a scavare
 in quel pozzo senza fondo [rappresentato dalla memoria],
non è che una infinitesima parte della tua vita.
Non arrestarti. Non tralasciare di continuare a scavare.
Ogni volto, ogni gesto, ogni parola, ogni più lontano canto, ritrovati,
che sembravano perduti per sempre, ti aiutano a sopravvivere.

Norberto Bobbio citato da  Eugenio Borgna

 

Mi è stato chiesto di introdurre una selezione dei brani autobiografici presenti in questa interessante raccolta di primi premi e menzioni speciali, in tema \ testimonianze di autoreclusioni e ritorni alla vita. Ma non mi è possibile far riferimento alle sensibilità autobiografiche che emergono da queste letture senza partire da una esperienza personale. E’ per questo che avvio queste brevi note introduttive con una autocitazione connessa alla presentazione al Festival dell’Autobiografia di Anghiari del 2013 dell’intenso filmato ‘Levarsi la cispa dagli occhi’ (C. Concina-C. Maurelli, 2013). Scrivevo, in un commento ‘partecipato’ alla visione del film:
“Sono parole piene che rimangono sospese a mezz’aria senza precipitare.
Sono parole aspre che penetrano nei cuori di chi ascolta facendoli palpitare senza scompensarli.
Sono parole in libertà che non trasudano vendetta e risentimento e, pur non facendo sconti, sciolgono barriere e pregiudizi.”
Ed è proprio al termine della lettura dei brani contenuti in questi diversificati attraversamenti di storie di vita che mi sono tornate alla mente le analoghe sensibilità autobiografiche che riecheggiano nella gran parte degli scritti.

Una persona attualmente detenuta, di padre italiano ma uruguaiano di nascita, rievoca la sua “autoreclusione forzata” sotto una decennale dittatura militare, “anni di paure, di sofferenze, un calvario” ed utilizza questa sua esperienza per pronunciare una ferma condanna di quanto accaduto, relativizzando le proprie sofferenze odierne di cui si assume la responsabilità: “Questa mia reclusione attuale, arrivata a causa di alcuni miei errori, vi posso dire che fa meno male di quella che ho vissuto nella mia gioventù. La dittatura si stava prendendo le nostre anime senza il nostro consenso.” (Luis Armando Adinolfi, 2016)
Una insegnante racconta un episodio taciuto per lunghi anni: l’essere stata picchiata da una compagna ‘bulla’ alla scuola media ed il sentirsi anche colpevolizzata per i disagi altrui senza percepire un adeguato accoglimento dei propri, che la porta ad affermare. “…garantisco che se anche l’istituzione fa finta di nulla e dimentica, la vittima ricorda sempre benissimo.” Terminando il suo racconto con il senso del proprio ‘ritorno alla vita’ : “Ed è proprio per questi motivi che ho deciso di fare l’insegnante nella vita, proprio alle scuole medie. Un bel riscatto!” (G. Chiasso, 2018)
Una donna, dopo diversi decenni passati in silenzio, trova il coraggio di raccontare la propria storia di violenze subite dal padre senza mai essere stata difesa da nessuno, ed ereditando tali problematiche anche nella relazione con il marito. Concludendo con queste parole: “Eppure…man mano scrivevo, sentivo chili di peso andarsene via…la rabbia si scioglieva e io mi sentivo meglio, (…) finalmente l’ho detto, e ora il disturbo mi è passato.” (Sonia Piera, 2017)
Un membro della giuria del Concorso letterario ‘Adotta l’orso’, ex detenuto, è profondamente colpito dalla profondità e dall’intreccio virtuoso che si è creato fra i testi scritti dai ragazzi delle scuole di tutta Italia e quelli realizzati dalle persone detenute nelle carceri, che lo porta ad affermare: “…ci sono tanti mezzi per ‘riprendersi’ la libertà, per esempio scrivere, e scrivere, avere il coraggio e la forza di trovare le parole e farle ascoltare agli altri (…)”. (Pino Carnovale, 2016)
Una studentessa partecipa al concorso ricostruendo un diario che elegge a protagonista Francesco, uno studente che scrive il suo diario da sedicenne rinchiusosi volontariamente nella sua stanza e autodefinitosi in “fase Hikikomori”; il diario descrive diverse fasi di passaggio nella relazione con un amico virtuale, fino a che maggiorenne, e in ‘soli’ due anni, la relazione amicale con Jin è capace di consentirgli di ritornare ad una vita sociale, affermando: “Diario, ti ricordi di Jin, il ragazzo che mi ha sostenuto per tutti questi anni e che non mi ha mai lasciato da solo? Il ragazzo che è entrato prima di tutti nella mia camera? Benissimo (…) Jin mi ha tirato fuori da tutto ciò.”
(Gangale Federica, 2017/2018)
Un professore descrive la sua esperienza di insegnante per i detenuti durata diversi anni, descritta come un “centro nel bersaglio sbagliato”, perché dettata dalle circostanze e “da un gesto di rabbia”; ma al contempo rivelatasi un’esperienza straordinaria, anche perché “in carcere si impara che il buon professore non è quello che parla per tutta la lezione, ma che, invece, prima di tutto tace ed ascolta.” (Michele Pagliara)

Poche citazioni soltanto, fra le molte decine di scritti che meritano certamente tutti quanti una lettura ‘partecipata’; ma citazioni importanti per restituire, almeno in parte, il giusto protagonismo a chi scrive di sé affrontando, peraltro, un tema così impegnativo come il passaggio dai diversi tipi di autoreclusione alle diverse possibili modalità di ritorno alla vita.  Scrivendo di sé mediante lettere, diari, frammenti autobiografici, storie di vita e quant’altro si presti a prendersi cura di sé mediante la scrittura.
Sappiamo, dal maggiore esponente del metodo autobiografico in Italia, Duccio Demetrio, che ‘Raccontarsi’ (Cortina, 1996), e ancor più utilizzare l’autobiografia (e quindi la scrittura che ne è parte integrante anche nell’etimologia) come cura di sé, vuol dire imparare ad apprendere da se stessi.
Ma come emerge con grande evidenza da molti degli scritti autobiografici qui contenuti, non è la dimensione solipsistica a prevalere, quanto l’uscita dall’autoreclusione come sforzo compartecipato. Un passaggio dall’io al noi  capace di transitare attraverso il tu, come ribadito dallo psichiatra Vittorio Lingiardi nel suo recente testo che nel sottotitolo cita, fra l’altro, il “Vivere con se stessi, l’altro, gli altri” (UTET, 2019).
E’ possibile approfondire, in tal modo, le molte strade della presa in carico di sé in un percorso che dalla sensibilità autobiografica può condurre alla sensibilità biografica. Ed analogamente dalla cura di sé  prende spunto per riattivare un interesse rivolto ai percorsi degli altri fino ad un vero e proprio prendersi cura degli altri.
Potremmo infine osservare, applicando uno sguardo autobiografico al tema della ‘cura’, come questa si ponga nel percorso educativo fra ‘l’accogliere’ e il ‘favorire l’autonomia’, posizionando l’altro più vicino a sé, fra un maggiore avvicinamento iniziale e un allontanamento finale. (MIMESIS, Autobiografie, N. 1/2020)
Ebbene questo stesso percorso, se autoriferito, può rappresentare a mio avviso anche una delle chiavi di lettura del cammino che negli scritti contenuti in questa raccolta conduce dall’autoreclusione al ritorno alla vita. Ri-accogliere e cercare di dare un senso alla propria storia di vita, anche se dolorosa, curarsi di sé e raggiungere una maggiore autonomia nel proprio percorso di crescita può arricchire di nuovi significati l’incontro con l’altro e con gli altri. Si attribuisce, in tal modo, una dimensione sociale al proprio riscatto individuale. Perché, come ci dice Eugenio Borgna “…prendere cura dell’altro è (in questo modo, anche) curarsi.” (EINAUDI, 2019)

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*Barbara Rossi (a cura di), DALL’AUTORECLUSIONE AL RITORNO ALLA VITA. ‘Adotta l’orso’, 2014-2020. Sezione narrativa – Primi premi, menzioni speciali e approfondimenti teorici, La Vita Felice, Milano 2021.
[1] Membro della Direzione Scientifica della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari; già docente di Educazione degli adulti all’Università di Genova. Email: giorgio.macario@lua.it

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