RECENSORE: Giorgio Macario, .

Titolo: Senza figli. Una condizione umana

Autori: Duccio Demetrio, Francesca Rigotti

Editore: Raffaello Cortina (Milano)

Collana: Temi

Anno edizione: 2012

Pagine: 268

ISBN: 978-8860304940

Argomenti: famiglia, genitori, figli, pedagogia, psicologia, filosofia

Consigliato da Giorgio Macario

“Senza figli. Una condizione umana” di Duccio Demetrio e Francesca Rigotti

Child less” o “child free”?
Può essere questo il dubbio di chi si appresta alla lettura del testo attratto dal titolo assertivo: “Senza figli”, rafforzato da un sottotitolo che sdogana in qualche modo la liceità di un tale stato: “una condizione umana”. Gli autori saranno una coppia che ha deciso di rimanere senza figli per scelta, volgendo la non generatività da punto di debolezza a punto di forza (child less) o aderiranno all’ala radicale del movimento, da epicurei all’ennesima potenza, estendendo l’avversione per la propria eventuale prole ad una repulsione per il mondo dell’infanzia più in generale (child free)?
Ma è sufficiente leggere le prime otto parole del libro (Introduzione. Figli che ci abbandonano, figli mai nati) per intuire che di ben altro originale sforzo di riflessione ed elaborazione si tratta, posto in essere dai due autori, entrambi filosofi: “uomo-non padre” lui, Duccio Demetrio, che di figli non ne ha avuti; “donna-madre” lei, Francesca Rigotti, che i figli avuti non ha più presso di sé.
L’assenza di una parola specifica per designare lo stato dell’essere senza figli (un equivalente dell’essere ‘orfani’ quando non ci siano più i genitori) appare in gran parte legato alla centralità del compito riproduttivo e generativo che fa vivere come una colpa il volersene privare e l’esserne privati provvisoriamente o in modo definitivo. Da questa considerazione prende avvio il percorso riflessivo proposto dagli autori, delineando l’essere o il trovarsi senza figli come “condizione esistenziale interessante”, tendenzialmente non approfondita perché riferita al vuoto di contro all’imperante pienezza, ma capace di “…trasformare il dolore, o la conclamata indifferenza al problema, in un evento fecondo del pensiero e della conoscenza di se stessi.”
Nell’impossibilità di rappresentare anche solo per sommi capi l’intreccio di spunti, riflessioni ed analisi che si susseguono nel testo, credo sia più proficuo concentrarsi su alcune suggestioni che sono apparse particolarmente significative a chi scrive.
In primo luogo la “sindrome del nido vuoto”, che risulta più familiare e con una accezione tendenzialmente al femminile, favorisce al maschile la formulazione di una serie di domande. L’insorgenza di una tale sindrome è sicuramente accentuata dalle abitudini culturali (l’uscita di casa in Francia, Germania e Olanda a 18-20 anni è abissalmente distante dai 30 anni e più che si registrano in Italia) e ha una ben altra tragicità nei casi luttuosi di perdita quasi sempre irreparabile. La metafora del nido, i bambini come uccelli, le madri-corvo trascuranti e le dita intrecciate alla guisa di un nido che trattiene ma può anche sciogliersi con un semplice gesto, sintetizzano alcuni dei passaggi analizzati.
Ma subito dopo si incontra la “sindrome del pontile deserto”, ben più originale e di particolare efficacia per il “sentire maschile” incapace di percepire intimamente l’utero/nido: delinea infatti una mancanza ma è anche un orizzonte; senza riparo e battuto dal vento fa percepire la propria fragilità ma non impedisce certo una partenza sempre possibile. Rappresenta un “sito simbolico” da frequentare comunque in quanto padri biologici, padri che crescono figli generati da altri o padri, appunto, simbolici perché, in fondo, “chiunque può esserci padre”. Nella certezza, anche senza figli e dopo aver adempiuto al lutto del proprio padre, di “farsi figli di sé in una solitudine epica”, “diventando, seppure a malincuore, almeno genitori di se stessi”.
A seguire appare significativo un intreccio di metafore e miti a partire dalle grida (“Lancia un grido acuto, come di uccello angosciato in vista del nido deserto”, dall’Antigone di Sofocle). Intreccio che si riferisce da un lato alle grida nel rapporto padri/figli (fra gli altri il grido lacerante nella disperazione di Giobbe, il grido interiore nell’obbedienza di Abramo, il grido ignaro nelle vesti stracciate di Giacobbe) e dall’altro al “silenzio degli infecondi”, padri mancati che pure spesso hanno un numero ragguardevole di “figli simbolici” (il silenzio della dissipazione nello stratagemma di Onan, il silenzio della rinascita in Giona in fuga da Dio, il silenzio del maestro invisibile in Elia e Eliseo).
E ancora, l’attesa declinata da Rigotti in quanto attesa della gravidanza, paradigma in tutta evidenza centrale ma svalutato perché femminile, ed i figli in attesa dei padri che portano Demetrio ad articolare una serie di icone paterne ciascuna associata a figure storiche e letterarie (padri ‘a distanza’, mentori, solleciti, senza arte né parte, adottivi, virtuali, assenti, superflui, ignoti).
Infine, gli ultimi due capitoli, che richiamano direttamente alla conoscenza di se stessi, citata come centrale in fase di avvio, e declinata anche in senso autobiografico dagli autori.
Rigotti analizza infatti il senso di vuoto in connessione al sapere femminile, sottolineandone l’accezione in genere negativa di concreta e incolmabile assenza, rievocando il mito delle Danaidi che riempiono continuamente d’acqua urne bucate e chiedendosi: “non siamo tutti dipendenti dal vuoto di figli, se non avuti perché non avuti, se avuti perché avuti?” Le numerose metafore sugli uccelli si intrecciano quindi all’interesse dell’autrice, emigrata in Germania da più di trent’anni, nell’ascoltarne e osservarne decine di specie diverse nei numerosi giardini della zona in cui abita, peraltro molto boschiva; ed il richiamo al trauma della dipartita dei figli per motivi di studio, lavoro e nuove famiglie da fondare da voce ad un dolore che, pur coesistendo con l’innegabile soddisfazione, “si rinnova ogni giorno”.
Demetrio, da parte sua, affronta invece il senso della mancanza analizzandolo come sapere maschile. Ed in particolare le sue riflessioni fortemente autobiografiche, partono da un detto orientale che pone il traguardo dell’essere uomini dopo il raggiungimento di tre atti fortemente generativi: scrivere un libro, piantare un albero, fare un figlio. Avendone scritto, di libri, un numero ragguardevole, consegnando ai posteri quanto ha creduto di capire della vita, ed avendo messo a dimora un numero consistente di piante che potranno dare i loro frutti anche ad altri, Demetrio si concentra sul fatto che di figli non ne ha avuti né ormai potrà averne o permettersi di desiderarli, rammaricandosi di essersi in tal modo privato di un’esperienza molto importante e provando, però e al contempo, sollievo proprio nella mancanza di figli. Non è la mancanza che lo spaventa, sostenuto da un atteggiamento riflessivo ed introspettivo, quanto semmai il mito della pienezza ed i suoi inganni. Non ha cercato perciò vie sostitutive –pur legittime- per compensare la mancanza, mutando invece la mancanza in uno stato di pienezza, inquietudine che arricchisce e non demoralizza.
D’altronde se non tutti sono padri, tutti sono stati figli e si può affrontare tranquilli questa mancanza proprio in quanto si è stati amati. “Tu figlio accolto, puoi continuare a farlo con te stesso. Questo è il lascito più importante, che non puoi che devolvere ai figli simbolici, a ciò in cui credi.”
In conclusione Demetrio sintetizza alcuni apprendimenti maturati dalle esperienze vissute in mancanza di figli e fra questi quello che più colpisce è l’ultimo, riferito al lascito umano in assenza di posterità. Lascito che va oltre gli oggetti cari, i libri, le tracce di sé per riguardare la generatività dell’offrire ad altri “occasioni, possibilità, pensieri fecondi”.
“I lasciti contano se sono riusciti, un poco almeno, a produrre svolte nelle vite degli altri incappati nel tuo progetto di vita sufficientemente dignitoso, e cioè non prefigurato e realizzato soltanto per il tuo vantaggio e utile. (…) Una eredità –di parole scritte, di alberi piantati, di figli (anche simbolici) generati- capace di perpetuare l’esistente e di migliorarlo” Si, lo posso affermare con certezza, il lascito di Demetrio conterà, sono sicuro per molti, ma conterà sicuramente per me, che sono uno di quelli che hanno avuto il privilegio di ‘incappare’ nel suo progetto di vita.

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