RECENSORE: Flora Molcho, .

Titolo: Perchè amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione

Autore: Duccio Demetrio

Editore: Raffaello Cortina (Milano)

Collana: Minima

Anno edizione: 2011

Pagine: 232

ISBN: 978-8860304377

Argomenti: società e scienze sociali, educazione, psicologia, filosofia, scrivere, formazione

Di Flora Molcho

Credo molto poco alla casualità. Semmai credo alla causalità. E così, un sabato mattina, appena venuta a conoscenza dell’uscita dell’ultimo libro di Duccio Demetrio, mi sono avviata come un automa in libreria per acquistarlo. Ero spinta da una curiosità direi quasi morbosa a intraprenderne la lettura. Il suo titolo Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione è molto esplicito e io stessa ero reduce di una scrittura autobiografica. Perché avevo scritto anch’io? Ero consapevole di tanti motivi che mi avevano indotta, quasi obbligata, alla scrittura ma sentivo l’esigenza profonda di avere dei lumi da chi sapeva tanto più di me sulla necessità dello scrivere.
Fin dalle prime pagine ne rimasi abbagliata, stupefatta, quasi incredula. Questo signore, per quanto erudito potesse essere, mi aveva forse letto nella mente? Aveva carpito i miei segreti più profondi? Mi aveva rubato i pensieri? Potrebbe sembrare molto ingenuo da parte mia ma è proprio così che mi sentii al primo impatto col testo. Non avevo mai letto un libro simile, non mi era capitato o forse non l’avevo cercato. Come altri libri, anche se di genere diverso, sin dalle prime pagine riuscì a toccare le corde più sensibili di tutta me stessa.
Si tratta di un libro piacevolissimo e affascinante ma che nello stesso tempo richiede una lettura impegnativa. Se vuoi riprenderti dal turbamento o, semplicemente, capire fino in fondo alcuni concetti, devi soffermarti su un cospicuo numero di frasi, su altrettanti paragrafi. Dovresti addirittura leggerli una seconda volta prima di proseguire, per non perderli e farli tuoi, metabolizzandoli, per renderli fecondi. E per riflettere, soprattutto riflettere. Solo dopo una profonda analisi da parte del lettore credo che il contenuto avrà raggiunto il suo scopo: insegnarti tante cose e fornirti convincenti risposte se hai già scritto qualcosa; incoraggiarti a persistere oppure darti la spinta finale perché ti metta al lavoro se qualche idea ‘strana’ ti sta frullando per la testa. E dopo averla realizzata scoprirai quanto più ricco, sollevato e curato ti senta. E come sarai riuscito a tramutare i tuoi tormenti, i tuoi conflitti, la tua depressione o il tuo isolamento in una forza vitale.
E’ un libro che rispecchia le nozioni del suo autore derivanti da una cultura assai vasta ma soprattutto, secondo me, dalla personale esperienza di scrittura, nozioni che spaziano soprattutto dalla mitologia greca, al campo filosofico, da quello pedagogico e psicologico, fino a quello psicoanalitico, solo per citarne alcuni. Ma quello che risalta di più è la profondissima conoscenza dell’autore riguardo alla scrittura analizzata sotto tutti i punti di vista, perfino nelle sue pieghe più riposte.
Nel primo capitolo Ante litteram, Agli scrittori per diletto, lo scrittore esordisce con una frase alquanto modesta: “Mi propongo di offrire ai lettori qualche idea per comprendere i motivi che ci spingono ad amare la scrittura”. Ma successivamente, in un fiume di pensieri, condensa tutta l’essenza della sua esperienza sulla scrittura, autobiografica e non. Tali riflessioni vengono ampliate e sviscerate nei capitoli successivi. Sfata innanzitutto il cliché predominante che descrive gli italiani mezzi analfabeti e non propensi alla scrittura. In una prospettiva completamente innovativa, sostiene che la tecnologia oggi abbia indotto anche persone di cultura modesta a scrivere; per cui oggi si scrive di più e la scrittura è diventata il mezzo principale di elezione, nonostante lo stravolgimento della lingua.“La gente cerca – e trova – nella scrittura un modo per stare meglio, per incontrarsi diversamente con gli altri”.

Mi sia concesso citare anche altre frasi sparse dell’introduzione, che sono quelle che più mi hanno impressionata:“ La scrittura è una passione disinteressata, estranea a ogni ambizione letteraria. E’ una pulsione che dobbiamo assecondare. Ci dona sensazioni di libertà creativa, riuscendo a turbare i momenti di quiete, mutandoli in un raccoglimento pensoso. Ci spinge senza complimenti a guardare in noi stessi. Ci spinge a cercare il silenzio, a sfidare il frastuono. Scrivere dà forma e consistenza a qualunque cosa, a chi scrive prima di tutto. Chi scrive ha il culto del passato e giudica la memoria un bene prezioso. Scrivere è sorgente inesauribile di indagini autoanalitiche alla ricerca delle domande da porre agli uomini, a dio, agli altri. Il desiderio di scrivere, una volta soddisfatto, ne accende altri. Accresce la voglia di non smettere di guardarsi intorno, di curiosare, di vagare a zonzo in ogni dove. Per riscoprire storie dimenticate, per inventarne di nuove. Per decidere se scriverne o meno, se rivelarle o nasconderle. Se scriviamo per passione, scriviamo di noi anche quando ci nascondiamo dietro l’alibi della terza persona.Scrivere, ci mette inesorabilmente dinanzi a uno specchio”.
L’autore propone inoltre una distinzione fra scrittori dilettanti e scrittori per diletto, mettendo in evidenza l’enorme diversità sussistente fra di loro. “Ho scelto nella mia vita di occuparmi delle scritture dei ‘senza lettori’. Di chiunque in condizioni difficili o per nulla tali abbia trovato nello scrivere un sollievo, un’ancora di salvezza per rispondere alla disumanizzazione, all’affievolirsi della coscienza”.

Ma è soprattutto alla mitologia greca che l’autore attribuisce la genesi della scrittura. Proprio nei miti infatti essa si trova nascosta nonostante non sia mai esistita una decima Musa, quella della scrittura appunto, e i miti siano stati tramandati solo per via orale, come anche l’Iliade e l’Odissea. “I miti trasmessi di bocca in bocca avevano fecondato la produzione di immagini mentali; la scrittura non solo le avrebbe inventariate e classificate, avrebbe aggiunto immaginario a immaginario. E’ quanto accade quando scriviamo non di miti, ma una semplice storia. La nostra, per esempio, nella quale essi ricompaiono chiamati a rivivere dalla funzione divinatoria dello scrivere”. E ancora: “I miti che da millenni, con le loro storie, raccontano in parte ancora le nostre divengono di conseguenza il tramite di un’insopprimibile esigenza umana. Il bisogno di trovare un senso alla propria vita producendo immagini, astrazioni, sogni. Ancora una volta, è la ricerca delle origini il motivo conduttore di ogni nostro cercare”.
E’ dunque un caso che Duccio Demetrio si riferisca così tanto alla mitologia greca da dedicare con estrema maestria e originalità ogni capitolo ad una musa o ad una divinità? Convinto che i miti risiedano sempre nel nostro inconscio nonché profondo conoscitore, associa il contenuto di ogni capitolo ad un mito selezionato con notevole cura. Ne racconta innanzitutto la storia, per poi approfondirne i significati collegandoli alla scrittura. Il lettore ne rimane affascinato. Scorrono nei vari capitoli Eros e Psiche, Ermes, Circe, Pandora, Flora e Persefone che proteggono la nascita di ogni nuovo scritto, Mnemosine e Lete, Apollo, Poro e Penia, Arianna, Orfeo e Euridice, Piramo e Tisbe, Filemone e Bauci, Didone, Narciso, Sisifo, Atteone, Aracne, Asclepio, Chirone, Ila, le Danaidi. Il suo cognome “Demetrio” è inconfondibilmente di origine greca. Come greca sono anch’io. E’ chiaro che non occorre essere greci o mezzi greci o avere semplicemente un antenato greco per invaghirsi della mitologia classica. Ho iniziato questo scritto dicendo che non credo tanto alla casualità. Non mi sembra quindi affatto casuale che l’autore sia così impregnato di mitologia greca. E, per quanto mi concerne, il coinvolgimento della mitologia greca di cui sono stata nutrita fin dalla più tenera età, costituisce un ulteriore fattore della mia commozione nel leggerlo.
Anche altri sue frasi mi hanno suggestionata in particolar modo e mi piace riportarle:
“La scrittura è, in ogni circostanza, una passione vitale. Chi l’ha provata, si è sentito non più infermo”. “Scrivere è più di un linguaggio. E’ un modo di vivere, di gioire, di piangere, di lottare. Scrivere è tramite tra sacro e profano, tra reale e immaginario, tra conoscenza e ignoranza”. “Ricorriamo alla penna per sopportare il male di vivere, per uscire dal buio, per perdonare”. “Se l’amore per l’esistenza che include e oltrepassa quello di sé, viene meno, l’amore per la scrittura inesorabilmente lo segue”. “Se amiamo scrivere, ogni solitudine può essere allontanata, mitigandone la crudeltà. Restituendola alla pura bellezza del percepirsi esistenti. Soli a respirare, soli ad amare, soli a scrivere”. “Si scrive perché abbiamo bisogno di ritualizzare, più e più volte, l’ansia di abbandonare e di essere abbandonati. Scrivendo, io rigenero qualcosa che muore in me; fecondo me stesso e altri offrendo loro le mie parole”. “La vocazione della scrittura è la relazione: è ricerca di un lettore anche quando nessuno vorremmo mai ci leggesse. Eppure noi scriviamo, anche nel gesto più generoso, soprattutto per noi stessi”. “Si scrive sempre per amore, senza che l’amore ne sia l’argomento esplicito. Ogni pagina lo genera”. “La scrittura non nasce da una madre sola, dalla prolifica e generosa Memoria. Lete, a suo modo, le è indispensabile sorella e amica. Scrivendo sbozziamo il superfluo, lasciamo andare lungo la corrente di Lete le cose che non possiamo salvare nelle pagine, perché imbarazzanti o eccessive”. “La speranza è l’anima più vera del nostro scrivere”. “Scrivere ci espone, ci cambia, ci mette a nudo, ci rende migliori, ci fa più cauti e meno infelici”.

Questo saggio, sebbene dai tratti così eruditi, si rivolge ad un vasto pubblico ma è dedicato soprattutto ai “Cari agli dei”, ovvero agli scrittori per diletto. E’ a noi che Demetrio Duccio dedica sia il primo che l’ultimo capitolo del suo libro, il Post scriptum, rendendoci partecipi della sua predilezione nei nostri confronti, intenerendoci, commuovendoci. Noi, scrittori per diletto, lo stimiamo molto ma, probabilmente, non raggiungeremo mai il suo livello. Invece lui apprezza noi, incitandoci ed incoraggiandoci a scrivere. Ascoltiamolo: sicuramente sa quello che dice. Mi ha inoltre arrecato un piacere particolare trovare ivi inclusa una poesia dell’illustre poeta greco Odisseo Elytis, che suggerisce l’amore dell’autore non solo per la letteratura classica greca ma anche per quella moderna.
Ho detto troppo, troppo poco su tale libro meraviglioso? Nel secondo caso, quale margine di curiosità avrei lasciato ad un possibile lettore? Il libro va gustato per intero, per scoprire gli infiniti risvolti sulla scrittura che Duccio Demetrio ci propone.
Flora Molcho

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