RECENSORE: Carmine Lazzarini, .

Titolo: Frammenti autobiografici dal carcere. Laboratori di scrittura sulla paternità tra uomini detenuti e uomini liberi

Curatore: Carla Chiappini, Marco Baglio

Editore: Franco Angeli (Milano)

Anno edizione: 2019

Pagine: 206

ISBN: 9788891779861

Laboratori di scrittura sulla paternità tra uomini detenuti e uomini liberi.

A cura di Carla Chiappini, Marco Baglio

Recensione di Carmine Lazzarini

Dopo alcuni decenni che ci presentano il venir meno della figura del padre – il padre che stabilisce la Legge e rende possibile il Desiderio, sostituito da un padre affettivo e maternizzato – non più presenza che stabilisce il Sì e il No, che obbliga al confronto, ecco comparire una ricerca che costringe a considerare in forma nuova/antichissima, cioè nella sua “essenza”, il rapporto padri-figli. Chiappini e Baglio hanno saputo intrecciare in un discorso molteplice contributi di studiosi, operatori, educatori e testi/testimonianze di padri e figli che hanno incontrato il dramma del carcere, elaborati nel corso di laboratori autobiografici per detenuti. “L’idea era quella di offrire a papà reclusi e papà liberi la possibilità di incontrarsi in profondità, nel silenzio, nella scrittura e poi nella condivisione. Non dibattiti o esternazioni, ma incontri nell’intimità dei ricordi e delle emozioni per ritrovare quel “fondo comune” di cui parla Etty Hillesum nel suo diario, lasciando a ciascuno la libertà di interrogare i propri ricordi e di cercare risposte intime e autentiche. Tante storie che si sono incrociate nelle stanze vuote e un po’ tristi di cinque istituti” di detenzione dell’Italia settentrionale (Carla Chiappini).
Quando si è di fronte ad una “colpa” conclamata e sancita dall’Istituzione, cadono i paraventi, le maschere, i misteri sottaciuti, che di solito creano una distanza nell’incontro tra genitori e figli. Il gioco sulla “verità” dell’incontro si fa stringente. Ognuno evidenzia la propria fragilità. Il contesto non condiziona più di tanto: si rimane padri e figli per sempre, come per sempre si sarà segnati dal carcere. E’ questa l’eredità che non si può allontanare, che obbliga in ogni caso alla relazione, tra sensi di colpa, vergogne, dolori, identità negative, rimorsi, ma anche impossibilità a rinunciare al proprio ruolo educativo, alla voglia di riscatto, dove la scrittura di sé sollecita all’autenticità, ad una riscoperta di sé e di quanto si può fare per l’altro, così vicino, consanguineo, apparentato non solo affettivamente, ma nel destino di tutto un percorso vitale.
La valenza educativa del laboratorio autobiografico si realizza nel momento in  cui si lavora su di sé, sulla propria paternità, sui propri moventi, pulsioni, atteggiamenti,  cercando una nuova postura, attraverso parole nuove, a contatto, nel piccolo gruppo, con altre storie, con l’alterità di altri adulti o giovani adulti “Ricerca di paternità con altri figli, di filialità con altri padri… Vita che cerca vita, forme ferite e sfigurate che cercano figure e forme altre” (Ivo Lizzola). Come ebbe a dire K. O. Knausgård in “La morte del padre”: “Scrivere significa portare alla luce l’esistente facendolo emergere dalle ombre di ciò che sappiamo. La scrittura è questo… Tutto deve piegarsi a una forma”. Tenendo presente che poi ogni forma, ogni esistenza, ogni relazione educativa, segue cammini del tutto individuali, e che i frammenti autobiografici, anche in carcere, devono obbedire alla legge della assoluta singolarità del soggetto (Niccolò Terminio).

 

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