Recensione di Carmine Lazzarini

Romanzo di formazione di una scrittrice
“I paesaggi perduti” non intende essere un memoir esaustivo della mia vita, e nemmeno della mia vita di scrittrice.
E’, almeno per me, qualcosa di più prezioso e al contempo indefinibile: un resoconto delle forme che la mia vita (di scrittrice, ma non solo) ha assunto durante l’infanzia, l’adolescenza e l’inizio dell’età adulta.  Si concentra sul “paesaggio” dei primi anni, i più cruciali…”.  Un collage di ricordi, fatti quotidiani, pensieri sulla scoperta, spesso dolorosa del senso della vita o sul suo non-senso.
In tali paesaggi si trova di tutto: il mondo rurale a nord di Buffalo, con le sue fattorie isolate, la fatica dei campi, le gioie delle estati in campagna, la scoperta della lettura e della possibilità di scrivere, la casa dei nonni, i meravigliosi genitori, gli animali dei cortili, le violenze nelle famiglie e sui minori, la vita e la morte di Happy, una gallina che si credeva un cane, il suicidio di un’amica: “Un mistero irrisolto è una spina nel cuore. Sono trascorsi cinquantasette anni! …  Come se Cynthia non fosse ancora morta. Come se io potessi fare qualcosa per impedirle di morire”.
La memoria di Yoyce è attivata da fotografie familiari, inserite nel volume: “quando sosteniamo di ricordare il passato quasi sicuramente stiamo ricordando le nostre foto preferite”.  Perché la sua memoria, come per ognuno di noi, è un problema irrisolto: si è a contatto con “ricordi  creativi”.
Scrive nella “Postfazione: “Il concetto fondamentale del memoir ricostruito è la sineddoche.  Una parte simbolica rappresenta il tutto”, in quanto si è molto selettivi e un singolo personaggio, o un oggetto scelto per la descrizione, ne sintetizza molti. La stessa “Joyce” diviene un personaggio semi-inventato nel ruolo di osservatrice.
“Da bambini cominciamo immaginando dei fantasmi e avendone paura. A poco a poco, durante la nostra lunga esistenza, finiamo per diventare quegli stessi fantasmi che abitano i paesaggi perduti della nostra infanzia”.
Mondadori, 2015

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