di Carmine Lazzarini
Mimesis, Sesto S. Giovanni, 2017.

“Il segreto è non avere niente a che fare con i grandi eventi della Storia. Se non ne fai parte, sei felice”. Parole di Faruk Sehic, scrittore, poeta bosniaco, sintesi della sua esperienza di vita, di memorie e di guerra. Nel suo testo, Il mio fiume, vincitore del Premio dell’Unione Europea per la Letteratura nel 2013, l’autore dà voce a Mustafa Huser, poeta e soldato come lui, sua proiezione autobiografica, che attraverso un “labirinto onirico”, a metà tra fantasticheria e autoipnosi, in un flusso di coscienza dove si accavallano momenti felici e episodi terribili, ricostruisce il suo rapporto felice con il fiume Una e la casa della nonna, il suo Eden di tredicenne, ma anche la Bosnia (1992-95), che brucia case, carni, menti. “Quando sei alla ricerca di ciò che è scomparso, diventi un cronista onirico”, convinto che “Quello che non si racconta, non esiste”.
La Bosnia è terra di fiumi che nel loro eterno transitare nelle valli, accanto a città, villaggi, ponti, genti diverse, hanno ispirato una grande letteratura: da “Il ponte sulla Drina”, di Ivo Andric, Nobel per la letteratura 1961, a questo fiume, Una, affluente della Sava. Di fronte alle ossessioni di una guerra che gli ha strappato tutto, si è assaliti dal terrore che tutto scompaia. Allora ci si aggrappa a oggetti transizionali, su cui riversare gli affetti residui. Ma anche gli oggetti sono corrosi dall’usura del tempo. “Appena crei un mondo, una casa, una capanna di rami, ti rendi conto che tutto è destinato alla distruzione… Per questo ho cominciato a credere alle parole. Sono oggetti che non possono essere distrutti… Con la scrittura avrei potuto costruire un protesi, un mondo alternativo”, dove le case e le persone non possono scomparire. Un testo “sulle persone vive, che potrà essere utilizzato anche a scopi terapeutici. In questo modo le nostre armi più forti saranno i sogni e l’arte”.

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