di Carmine Lazzarini

“Da bambino avevo visto la pittura nascere dalla scrittura: accadeva di notte, quando spiavo mio padre scrivere sui nastri delle corone funebri le laconiche dediche dei parenti del morto”. Inizia con una pagina autobiografica il testo di Recalcati, che torna, dopo Il miracolo della forma. Per un’estetica psicoanalitica, (2007) a cimentarsi con il fascino dell’arte. “Avrei ritrovato in Lacan, molti anni più tardi, il senso segreto di quella scena: la pratica dell’arte costeggia l’abisso del reale, è una rotazione attorno all’impossibile, al mistero assoluto della vita e della morte”. Per i cultori dell’autobiografia, un inizio di grande suggestione: il parallelo tra la pittura e la scrittura; l’ammettere che anche le ricerche teoriche più astratte hanno spesso la genesi nell’epifania di ricordi infantili.
Da quell’esperienza, le domande fondamentali che collegano la pratica dell’arte con l’esigenza di contrastare il mistero della morte. “Mio padre mi insegnava silenziosamente la radice ultima della pratica dell’arte: la luce dell’oro può accadere solo sullo sfondo di un’assenza, di un vuoto che non si lascia colmare”. Tesi estensibile anche alla scrittura autobiografica, che nasce assai spesso dal tentativo di fissare momenti transeunti, che scompaiono nello stesso momento in cui li si fa rivivere. “Contano assai poco le parole che si scrivono, conta soprattutto l’attività della mente che cerca di esorcizzare l’assenza” (Demetrio).
L’arte contemporanea nasce dalla rinuncia al “bello armonico”, alla  “mimesi”, alla forma come copertura di un reale spaventoso. Da lì uno stilicidio di rifiuti e la continua ricerca di “provocazioni”, di shock percettivi, di negazioni di valori formali e sociali consolidati, fino a giungere, per dirla con Recalcati, al ripugnante, all’assoluto informale, che è una poetica che uccide se stessa, in quanto giunge ad eliminare ciò che è proprio dell’arte: la sublimazione, la trasformazione simbolica, attraverso cui si tenta di avvicinare il mistero, di far durare ciò che sappiamo irrimediabilmente perduto.
L’aveva compreso a fondo Cézanne: «la natura è sempre la stessa, ma nulla di essa resta. La nostra arte deve dare il brivido della sua durata, deve farcela gustare eterna». L’artista tenta allora di sottrarre le cose del mondo alla polvere del tempo per offrircele ancora vive, sebbene ognuno sappia che sono in una lontananza che nessuno può riuscire a ridurre.
Le bottiglie, i bicchieri, le teiere, i fiori, i vasi di Morandi, i sacchi di juta e le combustioni di Burri, i carboni, le pietre, i ferri di Kounellis, i crocefissi di Congdon, le sciabolate di nero, bianco e rosso di Vedova, le impronte di fumo di Parmiggiani, i muri di Celinberti, gli interni di Papetti, le forze della natura di Frangi, riescono ancora a farci incontrare il miracolo dell’arte, immagini senza tempo, presenze silenziose sullo sfondo di una assenza, in grado di sublimare la polvere distruttiva del tempo.

Feltrinelli, Milano, 2016.

 

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