recensione a cura di Giorgio Macario


Storia di una vita fuori traccia
Louis Oreiller con Irene Borgna

Visto che parliamo di una ‘autobiografia assistita’ e non di un giallo, iniziare dalla fine non è un delitto.

“Ormai è raro che mi allontani molto da Rhemes, calpesto i miei passi sui sentieri fra i larici, mi presento al cospetto di rocce o cascate come in visita a vecchi amici. Quello che invece mi succede sempre più spesso è di pensare a tutto quel che è stato, a un contrabbandiere bambino semicongelato nella piccola stalla di una povera casa di un paese minuscolo in una valle tronca, a un giovane manovale infaticabile, a un guardiaparco curioso degli animali, a un guardiacaccia che contende ai bracconieri la notte e la selvaggina, a un vecchio dallo sguardo azzurro che sbotta per la fatica di molare la lama della motosega: ed ecco che le immagini si confondono, diventano irreali, come in un sogno. Si, ci sono delle volte in cui mi dico che forse ho solo sognato.”

E ci si potrebbe anche fermare qui, perché questa carrellata di diverse fasi della vita e di impegni lavorativi di un Valdostano che si sente anzitutto un Italiano (“Se toccano me posso anche sopportare, ma non toccatemi l’Italia”) e che ha superato gli ottanta autunni ed inverni (perchè le primavere e le estati nella sua valle non sembrano contemplate), restituisce senz’altro alcuni passaggi fondamentali della sua esistenza. Una vita quasi integralmente trascorsa in uno stesso paese in un connubio a tratti inestricabile con la montagna, che non gli appartiene ma alla quale lui si sente di appartenere. In un rapporto vitale con il mondo minerale (le rocce), vegetale (gli alberi) e animale (gli stambecchi anzitutto, ma non solo).

Ma questo è solo l’inizio, in realtà. Perchè nel libro si parla di un uomo che affinando le sue capacità di osservazione, ma anche comunicando in modo non convenzionale con il mondo che lo circonda, riesce a trovare passaggi negati agli altri umani, ad accompagnarsi con esemplari del mondo animale -non certo domestici- che sente affini a sè e a prevedere, con una buona approssimazione, le catastrofi naturali che la montagna elargisce da tempo immemore.

Un ‘pastore di stambecchi’ che non ha avuto bisogno di girare il mondo per sentirsi in sintonia con la natura, ma che ha visto molti frequentatori del mondo, anche illustri, preferirlo a chiunque altro per visitare la montagna con maggiore sicurezza.

Insomma un raro esempio di ‘vita fuori traccia’ che porta la sua ‘quasi-biografa’ (o meglio ‘assistente autobiografa’) ad affermare nell’introduzione: “Perdere i saperi di Louis, i racconti dei suoi incontri con la montagna non sarebbe solo smarrire delle belle storie, ma rinunciare a una frammentaria, confusa, in parte cancellata Stele di Rosetta per intendere il mondo alpino.”

Con l’augurio che il ‘linguaggio della montagna’, attraverso la lezione di vita di Louis Oreiller, possa essere meglio interpretato per preservarne, almeno in parte, la residua integrità.

Ponte alle Grazie, 2018

 

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