consiglio di lettura di Donatella Messina

INGRATITUDINE, LA MEMORIA BREVE DELLA RICONOSCENZA
di Duccio Demetrio

Nella lettura di Repubblica del 27 novembre, ho letto un interessante articolo di Roberto Saviano in cui, riflettendo sulla sorte di alcuni autori spesso ricordati perloppiù per un verso, completamente scollegato dal contesto in cui è stato germinato, come “La verità, vi prego sull’amore” di Auden, o i versi di Sandro Penna “Felice chi è diverso, essendo egli diverso”, poneva l’accento sulle indimenticabili parole della poetessa polacca Szymborska: “Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”. Con questo breve verso poetico, Szymborska non si limita ad esprimere un sentimento da noi tutti provato e mai pronunciato, ma conferisce a parole usate ed abusate – il sentir battere forte unito al termine cuore – un nuovo senso. Il meraviglioso verso poetico non è rovinato dalla parola ‘cuore’ in quanto riceve nuova vita, come se, scrive Saviano, rinascesse a nuovo uso.
Il libro di Demetrio, dal titolo Ingratitudine, mi ha fatto riflettere a lungo su questa parola, anch’essa, forse, resa consunta dall’abuso, consumata direbbe Chiara Zamboni. Si è ingrati in quanto dovremmo accontentarci, ingrati perché Dio, nella tradizione cattolica, ci ha donato la vita e non la rispettiamo. Ingrati per molto altro. Sei un ingrato! Mi è capitato di dire talvolta a mio figlio, irriconoscente di fronte ai sacrifici in suo onore.
Leggendo il testo, ho provato a fare una riflessione più profonda rivolgendo lo sguardo dentro di me e la parola ingratitudine ha ricevuto una nuova vitalità.
Mi ero mai interrogata prima d’ora su questo termine? In che modo? L’avevo liquidata come parola da mantenere segreta? Ne avevo equivocato il significato confondendola con altre simili? Mi sono ritrovata nelle parole del libro?
Rispecchiarmi nelle parole di Duccio ha significato osservare il mio cielo interiore, costellato di ombre e di segreti, talvolta impronunciabili persino a me stessa. Una riflessione dunque, uno sguardo a tratti indulgente, severo, o benevolo, in tutti i casi una lettura, un’interrogazione assidua e profonda, attraverso la quale è scaturita una nuova consapevolezza. Il desiderio di Duccio, di aver “aperto qualche ‘porta chiusa’, mettendo in atto quella disponibilità a riconoscersi un po’ di più”, si è esaudito.
Nella Chandogya Upanisad, vi è un punto importante che ruota intorno al tema della riflessione, dyana: “In un certo modo la terra riflette, l’atmosfera riflette, il cielo riflette, in un certo modo riflette l’acqua, riflettono le montagne, in certo modo riflettono gli dèi e gli uomini”. In queste parole la riflessione dialogante tra il discepolo e il maestro è uno dei passaggi fondamentali nel processo evolutivo verso la verità. Riflessione dunque come stato meditativo a cui tutto il creato partecipa.
Parto da qui, dall’inevitabile riflessione sulla parola, su quanto mi evoca, su cosa ancora non so. Rifletto e mi specchio.
Ingratitudine come forma di violenza, mi fa riflettere Duccio, e rivedo nel ricordo alcuni eventi legati all’adolescenza o alla prima adultità, in cui l’esplorazione interiore, ancora così opaca e sfuggente, non mi conduceva verso una seria auto-confessione ed i miei gesti si risolvevano in un atteggiamento egoico, talvolta sfrontato. Spesso spregiudicato.
Rivedo, come fosse ieri, mia madre fuori dal camerino del teatro. Risento un vociare bizzarro, un’atmosfera palpitante. Frenetica. Noi, attrici e attori, in preda all’emozione della ‘prima’, pervasi da un’apprensione fagocitante, intenti a ripetere il copione, frasi recitate in un andirivieni incostante, su e giù attraversando il camerino senza tregua. La vedo apparire, proprio mentre sto pronunciando la mia parte da brava scolaretta orgogliosa di sé, in bilico tra un ingiustificato quanto naturale delirio di onnipotenza e uno smisurato senso di impotenza. Non poter ricordare, non farcela. Tutta quella pressione. E la compagnia se la prenderà con me. Faremo una brutta figura perché non sarò stata in grado, non avrò rispettato i tempi, le battute.
Lei così dolce, dalla bellezza travolgente, il sorriso aperto. Generosa. Un’incantevole pianta di ibisco in mano. …No, non voglio disturbarvi, è per lei, per Donatella. Sì, sì, quando potete, volevo solo fargliela avere …
La vedo. Frettolosamente agguanto la pianta, quasi togliendogliela di mano. Non la guardo neanche. Non mi soffermo sui suoi occhi – invito d’amore -, né tanto meno sulla bellezza dei fiori. Arraffo tutto, maldestra, senza darmi – darle – darci il tempo. Di vedere, di guardare, di accogliere.
Un tempo senza tempo. Questa è fors’anche l’ingratitudine, non dare tempo ad un momento che chiede ascolto. Un atto violento.
In un celebre passo delle Upanishad si narra che l’uomo, lasciata la vita terrestre, giunga alla luna, la porta del mondo celeste. Per poter passare al regno del Brahma deve dare la risposta giusta. La luna gli chiede: “Chi sei tu?”. Se l’uomo risponde: “Io sono te”, la luna lo lascia passare.
Se l’io riesce a farsi da parte, rendendosi trasparente, può farsi abitare dal tu.
E’ il principio della compassione, quando avvertiamo nel cammino dell’altro un comune cammino. Quando si attua un traghettamento dall’io al tu. Ed è proprio nel dialogo con un tu che possiamo allargare la nostra dimensione interiore ed aprirci ad uno spazio di gratitudine prima e di riconoscenza poi. Martin Buber scriveva: “Divento Io dicendo Tu. Ogni vera vita è incontro”.
E nel momento in cui non ci accorgiamo, non mi sono accorta, dello sguardo di mia madre, del suo gentil gesto, qualcosa è accaduto dentro di me.
Quell’atto mancato – un sorriso, un grazie dal cuore, una carezza, un silenzio d’amore – riverberano severamente al nostro interno. L’eco di un pentimento non vissuto sembra risuonare ed ingigantirsi. Tuttavia non vi è traccia alcuna di riconoscimento. Siamo – ero – ancora del tutto ignara di ciò che si stava invisibilmente dipanando tra noi. Quel silenzio, quei silenzi si sedimenteranno in seguito nelle nostre viscere. Ciò che non ha trovato parola a quel tempo, non avrà più dimora.
Le parole non pronunciate, il gesto non compiuto, non potranno mai essere cancellate, dice Duccio, né tanto meno la colpa e il castigo inflitti a mia madre. Non ti ringrazio perché non si fa, nessuno è entrato impunemente nel camerino, solo tu. Non si può, te l’avevo detto. Le regole sono regole, mamma.
E così, per aderire ad una norma, non fui in grado di mostrare la mia riconoscenza, quasi vergognandomi del generoso atto materno.
Di certo essere grati comporta anche il fatto di saper ricevere, saper accogliere l’altro, rispettandolo nella sua unicità. Il che presuppone sapersi mettere da parte per far spazio alla generosità altrui. Se sono piena di me, non c’è posto per l’altro. Divento avara, di me e del mio mondo. Ma, continua Duccio, spesso siamo ingrati verso noi stessi, quando, aggiungo io, la chiusura al nostro interno si trasforma in pretesa. Non più desiderio, illusione, ambizione, ma pretesa. Un volere che allarga le sue radici fino a congiungersi con l’insolenza. Mi spetta qualcosa che non ho ancora avuto. Inspiegabilmente. Perché mai la vita è così avara e me ne priva? Non basta ciò che abbiamo. Vogliamo di più. E ancora.
Siamo, dunque, mi chiedo, ontologicamente irriconoscenti?
Il libro mi ha fatto pensare e andare a ritroso, forse proprio al momento in cui ho imparato le parole gratitudine e ingratitudine, da bambina, quando non riuscivo a capacitarmi delle cose che la vita mi sottraeva. Quando il confronto con gli altri – per estrazione sociale, sventure familiari – non rendeva la vita – le vite – equanimi.
Chissà se proprio allora si è instillato un senso di sconfitta, o forse ancor più di perdita, rispetto al vantaggio delle vite che mi passavano accanto.
In fondo non è proprio sul senso di inadeguatezza – sentirsi diversi dagli altri – che si costruisce il senso di sé? Amarsi e amare non sono, forse, due movimenti dello stesso sguardo? Se sono in grado di uscire dal mio ego per prendermi cura di me, una volta gettata nel mondo, sono e sarò capace di espormi per dirigermi verso altri orizzonti.
La gratitudine è un processo che si incontra – che ho incontrato – nel tempo. Come per altri gesti tutto sta nel modo in cui doniamo e riceviamo. Dove siamo quando doniamo? E quando riceviamo?
Un primo tempo in cui ero impacciata. Goffa. Da piccola, da adolescente, non mi accorgevo dei gesti sinceri protesi all’incontro – la mamma che mi regalava abiti che avrei potuto indossare con classe, e che disprezzavo – non rispettavano il mio stile, lei non mi conosce!, – dolciumi acquistati per sedurmi e ‘addomesticarmi’ un po’ – un attacco per il mio portamento snello!, – cibi mai perfettamente cucinati – le mamme delle amiche sfornavano manicaretti molto più appetitosi! –
Un secondo tempo in cui lo sguardo si è posato. Per alcuni attimi. Un fremito di coscienza, l’istante in cui ho compreso e iniziato ad apprezzare la benevolenza altrui, ancora priva di parole da offrire in cambio. Ancora maldestra nel ricevere, poche parole a mezza bocca, pronunciate più per educazione trasmessami dai miei cari, che per un vero sentire. Si dice grazie, bisogna ringraziare.
Saper ricevere, dice Duccio, è virtù pari al saper donare.
Poi il passaggio. Quel momento in cui il grazie si apre, come una pianta che fa uscire dal seno del seme la foglia, e dalla foglia esibisce il fiore in un trionfo di colore e di forma, per generare infine il frutto generoso di succhi. Un lungo cammino, il mio. Fatto di insidie. Occorre riconoscere il valore di chi dona qualcosa più che la cosa elargita e donata, continua Duccio.
Ma occorre soprattutto accorgersi. Quando non ho espresso le scuse, quando mi sono arroccata alle mie ragioni per non riconoscere la verità altrui, ma soprattutto quando il silenzio si è tramutato in segreto. Mi difendo dalla parola. Preferisco tacere, diventando complice di me stessa. Tacere, forse, per non rivelare a sé, pur sapendolo intimamente, che il passaggio dal segreto alla parola confessata può significare una forma di resa e di abbandono. Non occorre più tener celato il mio segreto, posso liberarmene. Posso confessare – a me, finalmente, e ad altri, a me attraverso gli altri – che sono stata ingrata. Non ho capito, non ho colto il segnale, non mi sono fatta avvicinare. La confessione aiuta a conoscerci meglio, a volgere lo sguardo in più direzioni.
Ciò che ci aspettiamo dal prossimo, i gesti che non abbiamo ricevuto, non sono, forse, quei gesti che non abbiamo a suo tempo compiuto o consumato? Spesso proiettiamo sugli altri insuccessi, mancanze, inadempienze, ‘al posto suo avrei agito così’…, i nostri inafferrabili egoismi. Possiamo, prima o poi, porci l’obiettivo di lasciar andare ciò che abbiamo dimenticato o calpestato per miopia o cecità? Ci concentriamo sovente su ciò che manca all’appello. Essere ingrati, irriconoscenti, non rappresenta, allora, l’impossibilità a vivere con coraggio la gioia?
Sembra più facile soffrire che gioire, uno dei paradossi della vita.
Ed è la condivisione di un passato, recente, lontano, non importa, una delle possibilità per ringraziare chi ci è o ci è stato vicino. Non solo non mi dimentico di te, non lascio cadere la memoria di te e di noi nell’oblìo, ma ti onoro, rendendoti grazie. Ti sono riconoscente regalandoti il mio tempo. Un tempo prezioso, il “nostro” tempo prezioso.
Ogni incontro, in fondo, mi aiuta a capirmi e a comprendere meglio il mondo intorno a me. Le gratitudini a lungo o per sempre taciute, sono talvolta compensate da aiuti verbali, non verbali, da tutta una serie di atteggiamenti volti a ricordarci che il nostro posto è accanto alle persone che ci sono state vicine, non per pareggiare i conti, né per dovere, piuttosto per un istintivo desiderio di essere prossimi e solidali. Liberi dal torpore delle nostre fissità mentali, sentiamo il desiderio semplice e vero, di confrontarci con le persone amate e care.
E ancora, continua Duccio, assumersi la gratitudine dello scambio senza misurare il valore del dono è una manifestazione di reciproca ospitalità.
Mi piace questa parola. Ospitare dentro di sé, far posto all’altro, lasciare che i suoi gesti, gli occhi, la voce, dimorino dentro di noi. Farsi abitare dagli altri, senza farsi invadere.
Saper ospitare i nostri non detti, senza chiedere in cambio gesti e parole compassionevoli, imparare a convivere con quanto non abbiamo vissuto, rilanciato, offerto ed ospitato. Un dono per sé stessi.
Dalla gratitudine alla riconoscenza, parola filosofica e religiosa inclusiva della gratitudine, ci ricorda Duccio.
Riconoscenza che ci conduce verso l’alto e verso altro. Riconoscenti di tutto, nonostante tutto. Della vita, della sua infinita, mutevole ed incantevole bellezza. Delle nostre vite. Vite che si somigliano, pur nella loro straordinaria unicità.
Saper ammirare, godere, ringraziare per tutto quello che c’è. E per ciò che manca. Dire grazie, restituire quanto ricevuto. E rivolgere la gratitudine a se stessi. Riconoscere chi siamo stati in un tempo remoto, ripercorrendo il cammino intrapreso e onorando tutti gli attori che hanno contribuito a far sì che siamo le persone che siamo, a partire dai nostri genitori. Affinchè il risveglio della memoria ci aiuti a rievocare chi ci è stato accanto, chi si è allontanato da noi, tutte le volte che ci siamo eclissati e quelle in cui la nostra granitica presenza ha addolcito i momenti di dolore. In una perenne circolarità.
Ri-conoscenza come nuova conoscenza, versus un ri-credersi, verso nuove credenze dunque, frutto dei nostri pensieri e dei nostri ri-pensamenti. La potenza ri-generatrice della riconoscenza, ecco ancora le parole di Duccio.
Ci sono poi figure invisibili che incontriamo nel nostro peregrinare, quelle persone che abbiamo incrociato fuggevolmente, attraverso le quali abbiamo compreso qualcosa di più su noi stessi. Persone che ci hanno fatto il dono della loro presenza, sapienza, persino arroganza, mettendoci a contatto con la nostra presenza, sapienza ed arroganza. Doni elargiti, rubati, doni mai dati. Il più grande, il dono di sé.
Doni e per-doni, non parlerei di perdono. Il perdono implica un’asimmetria relazionale. Chi sono io per perdonare? Mi sento in una posizione di dominio, di potere?
Lo scambio non prevede il perdono, ma il riconoscimento che nella vita si offre e si riceve, in una circolare interrelazione.

Prima di porre fine alle mie parole, ringraziare desidero Duccio, custode silenzioso della mia e delle nostre storie, maestro di sapienza e di virtù, per avermi ri-conosciuta, per il continuo incoraggiamento a scoprire, per la persona che è, per il tempo che mi ha donato, per quello trascorso insieme, per quello che verrà.

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