di Carmine Lazzarini

Quello strano paradosso che è la lettura viene subito alla mente, di fronte ad un testo come La malinconia dei Crusich: è il lettore a dare voce alla voce del racconto, riempiendolo delle sue emozioni, delle sue storie vissute o inventate, di riferimenti e personali interpretazioni, per scoprire che quella voce rimane distante, collocata in un altrove che è la vita dell’altro, vicina quanto vuoi, ma inaccessibile. Occorre saperlo, quando ci si avvicina a un testo. E’ questa l’etica della lettura, di cui parlava Ezio Raimondi, che ben si adatta all’approccio ad un autore che ha fatto dell’onestà nella scrittura uno dei suoi punti di forza. La lettura (e la scrittura) come l’esistenza, dunque: dove ciascuno scopre in sé qualcuno che non conosce e riflesso nello specchio un volto che non è il suo, ma che non può certo disconoscere.
Il “senso dell’inaccessibilità” è connaturato alla Malinconia dei Crusich. Un romanzo familiare, una ricostruzione biografica in senso proprio, pur trasfigurata, dal 1901 al 2003, ricavata dai diari e dai quaderni (anche fotografie e racconti orali) lasciati al narratore da vari membri della famiglia, che avevano la necessità personale di fissare vicende e ricordi della loro variegata vita, spesso avventurosa, imprevedibile, drammatica, «sempre in cerca di qualcosa che non sapendo cosa fosse» non potevano certo trovare. «Malinconici rimuginatori, cacciatori di terre promesse, guardatori di lune e sensuali come zingari» questi Crusich di tre generazioni: da Luigi, il patriarca dagli occhi grigi, che governa la zattera trascinata dalla corrente, a cui tutti si aggrappano per poi abbandonarla, ad Agostino, affiancato da cinque fratelli e sorelle, per giungere ai nipoti GinoCrusich e a Uberto. Ognuno che naviga per conto suo per placare un destino tragico, per sfuggire al fluire del tempo o la malinconia del distacco: «Lei, l’ostinata sentinella del tempo in corsa verso la sua unica meta. L’implacabile compagna degli uomini dal sangue più scuro degli altri e misteriosamente condannati a guardarsi vivere». Per definire meglio questa lotta, Calligarich a distanza di più di quarant’anni crea anche due personaggi, che lui stesso definisce imparentati, due maschere di se stesso, due avatar,  il terzogenito di Agostino e Leo Gazzarra, il protagonista dell’Ultima estate in città.
Vicende private, dunque, ma immesse in uno scenario cosmico prima, storico-tragico poi. Il tema è enunciato fin da subito: la solitudine dell’uomo nell’universo, nella storia, negli eventi tragici del ‘900 alla ricerca di un suo simile con cui corrispondere. L’inseguimento di un incontro, di uno scenario dove la malinconia si attenui, ché scomparire completamente non può. Il tutto accompagnato sempre dall’eterno giro e biancore della luna, dallo scorrere di grandi fiumi, dalle polveri dei deserti, dalle tempeste e risacche del mare, dallo squallore delle città. Da qui la malinconia, che nasce dalla primigenia nostalgia per l’esistenza mentre la si sta ancora vivendo. Un lascito della letteratura americana, Hemingway, ad esempio, oltre Fitzgerald.
Il lettore al primo capoverso è colto da sorpresa. Apertura a dir poco stupefacente – e sappiamo quanto pesi l’apertura della prima pagina o l’alzarsi di un sipario nel buio di un teatro – sotto il titolo del primo capitolo: “Fuga nell’Eden”: «Un giorno di vento quando il mondo era ancora un posto immenso, stupendo e semplice da vivere…». Ma dove siamo? si chiede il lettore. E subito si affacciano le ombre, le atmosfere, gli sfondi dei due grandi Joseph europei, Roth e Conrad: della progressiva perdita di epicità della vita e della storia, a causa della morte del grande Imperatore e del primo Grande Massacro Mondiale; ma anche della forza «di quella dura aristocrazia umana che erano i doppiatori di capo Horn», che avevano il coraggio di affrontare il volto tremendo del destino, oltre che della natura. Scenari questi, che allargano in noi quell’oscuro rimpianto di un mondo scomparso, pieno di uomini e donne capaci di vivere pienamente la vita, sebbene avessero intorno a loro guerre mondiali, avventure e massacri africani, anni di prigionia, lotte per la sopravvivenza e la libertà, per trovarsi una casa, un lavoro, uno spazio nella società.
Dunque una narrazione né minimalista né privatistica né intimista, data la presenza insistentemente ripetuta di date, tempi storici, nel loro lugubre scandirsi, entro cui si esaltano i tempi della storia individuale, familiare, con scadenze biografiche e riferimenti precisi. Una scrittura, tra l’altro, che si adegua ai temi e tempi della vicenda. Periodi lunghi, soprattutto nella prima parte, quasi senza punteggiatura tutti tesi, dopo un lungo respiro e molti incisi ricercati, al soggetto o alla reggente finale. Ma ad un certo punto la narrazione si riempie di polvere e di fratture: un cambiamento di stile, di voce, di ritmo. A partire dalla guerra in Etiopia il mondo diviene polveroso, come le vite. Sono gli anni che vanno dal 1935 al 1945. Cifre stilistiche volute, in quanto come ricorda spesso l’autore, in una storia vale il suono della voce, non quello che la voce ti dice.
Di particolare peso nel racconto, oltre la vita di città come Milano e Roma, la presenza di grandi fiumi, con il loro senso dell’ineluttabilità della fuga verso la fine e il loro perenne rinnovarsi della corrente, con i loro abitanti, che hanno assimilato il movimento inesausto della vita. Non solo quello «della Pianura padana col suo delta fangoso pieno di acqua salmastra e di anguille», ma quello che richiama lo scenario e il protagonista de L’ultima estate in città: un fiume che  attraversa una città unica, indifferente allo scorrere del tempo ma che si sgretola a poco a poco, per gettarsi dopo breve corsa nel mare «accettando al pari di qualunque cosa apparsa fino a quel momento il proprio destino». Una città dove «tutto muore senza smettere mai di morire», che dà la sensazione di vivere e di sentire la propria fine in un tempo senza tempo, dove i calendari della memoria sono aboliti o neanche presi in considerazione, pur tra reperti e ruderi storici di ogni tipo.
Ma come lasciarsi alle spalle il senso della fine per continuare a vivere? Per una risposta ci si deve rifare al secondo breve esergo di Thomas Wolfe: «Le storie si raccontano non per ricordarle ma per dimenticarle». Ricordare e narrare per più di quattrocento pagine per dimenticare? Qui ci aiuta per una risposta la densità dei simboli: la barca di GinoCrusich con lo strascico, «il pulsare cardiaco del motore … la barca con il suo carico di pesanti ombre». Per liberarsi dello strascico dei ricordi che pesano sul cuore, bisogna tirarselo vicino, per poi tagliare l’ultima gomena. Anche se un filo rimane sempre attaccato. Un romanzo di partenze, di distacchi, dunque. Non di addii, perché gli altri che ci corrispondevano non sono mai lasciati. Sono sempre con noi, anche dopo la morte, a spezzarci il cuore.
Forse l’unica salvezza nel tragico del vivere sta nella bellezza. Quella dei paesaggi: i mari, i fiumi, le montagne, le isole. Soprattutto dei personaggi femminili, delle donne dei Crusich, nel descrivere le quali il linguaggio del romanzo si fa leggero, allegro, vitale. O sta nel volo libero di un falco, che guarito dalla mano esperta di un uomo, torna «a riguadagnare il cielo di cui per due mesi era stato un brandello caduto a terra», dando l’illusione ai protagonisti, e ai  lettori, che anche per noi umani è ancora possibile riprendere a volare alto fin sotto la luna.

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