RECENSORE: Carmine Lazzarini, .

Titolo: La memoria autobiografica.

Autore: Ágnes Heller

Editore: Castelvecchi (Milano)

Anno edizione: 2017

Pagine: 44

di Ágnes Heller

Poche decine di pagine che contengono due testi: “Le dinamiche dell’identità personale”, e “Il ruolo della visione del mondo e della politica nella memoria autobiografica”. Testimonianze preziose del pensiero della filosofa ungherese Ágnes Heller nella sua ultima fase, un paio d’anni prima della scomparsa, novantenne, mentre faceva il bagno nel lago Balaton. Disse in un’intervista recente: “Io ormai non ho più paura per me, se non sono riusciti a eliminarmi nella fabbrica della morte nazista né a farmi tacere sotto l’impero sovietico, non ci riusciranno neanche i sovranisti. Ma ho paura per il mondo, per adulti e giovani di oggi e di domani”.
A parte comprensibili preoccupazioni politiche, i suoi timori nascono dalla constatata fragilità della personale identità, continuamente insidiata non solo dai meccanismi del potere, terribili nei totalitarismi, ma anche dalla pressione dei giudizi degli altri, dalla cultura sociale cui si appartiene, e, possiamo aggiungere, anche dai molteplici “sé” che ci abitano. Il “conosci te stesso” di Delfi è certo un precetto suggestivo, ma per Agnes impraticabile: di fronte a nuove situazioni siamo imprevedibili ai nostri stessi occhi. Spesso non riusciamo a distinguere bene tra le nostre tracce mnestiche e i nostri sogni, e gli altri conoscono di noi aspetti che ci sfuggono, mentre forniscono giudizi di noi quasi totalmente all’oscuro di ciò che autenticamente sentiamo e ricordiamo.
L’autrice pone a confronto il pensiero di Locke e di Leibniz sull’identità personale. Il primo parla della memoria autobiografica come fondamento dell’identità soggettiva degli uomini e delle donne: “Io sono ciò che ricordo di me”. Un patrimonio prezioso, individuale, a cui solo il soggetto può avere accesso e che va difeso tenacemente. Il secondo invece sostiene che l’identità di un individuo permane anche quando questi abbia perso la memoria: gli altri lo riconoscono, ne ricordano i comportamenti, gli eventi a cui ha partecipato: sanno bene chi è. Però la distinzione tra identità interna ed esterna in realtà è assai più complessa e sfumata: ognuno di noi si percepisce anche sulla base dei giudizi degli altri. Le esperienze che ricordiamo sono per lo più relazionali o collettive: “E’ ovvio che il “soggetto” dell’identità interna non è solo un “io” ma anche un “noi”. L’albero del mio ricordo cresce nel “nostro orto”, la persona che mi sorride è qualcun altro, mia madre, la mia balia”.
All’interno di queste sollecitazioni interne ed esterne, in ogni soggetto cosciente finisce per prevalere un “sé centrale”, che riesce a tenere a bada le altre molteplici istanze della coscienza e dell’inconscio, soprattutto per merito del linguaggio, che ci consente di ampliare la nostra autoconsapevolezza e di narrare la nostra storia in primo luogo a noi stessi. Una storia continua ricostruita, raccontata, recitata nel presente, influenzata dalla personale visione del mondo, percepita come unitaria anche se le memorie autobiografiche sono frammentarie. “La memoria autobiografica prende avvio da un punto che è l’assoluto presente del narratore che crea l’identità e la rafforza”, costruendo il proprio racconto in una prospettiva teleologica.
Anche Sartre, con Simone de Beauvoir, rimase convinto del primato dello sguardo dell’altro. L’ebreo è “costruito” dallo sguardo degli antisemiti, la donna si trova “incastrata” nel proprio ruolo dal pre-giudizio degli uomini. Da qui una salutare reazione che porta al rovesciamento dello sguardo: “Nel momento in cui le donne imparano a rifiutare il ruolo che gli uomini hanno deciso per loro, diventano capaci di autorappresentazione, di crearsi cioè un’identità interna indipendente”.
Ma anche ogni singolo può “rovesciare lo sguardo”. La conclusione della Heller porta ad un decisa scelta a favore del primato di una soggettività capace di emanciparsi dalle pressioni sociali, anche se troppe volte, purtroppo, vengono introiettate. In ogni caso è dalla capacità di autorappresentarsi in una relazione alla pari, che può sorgere una possibile salvezza di noi come soggetti autonomi. E’ nella dinamica io-tu che si può ricostruire una identità consapevole della propria dignità: “Così, la prima condizione per il rispetto di sé è giudicare se stesso, e anche gli altri, non sulla base del “noi” – sia che questo “noi” venga respinto sia che venga acclamato – ma sulla base dell’”io” e del “tu”. Più facile a dirsi che a farsi”.

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