RECENSORE: Carmine Lazzarini, .

Titolo: La mia anima è un’orchestra.. Scrittura autobiografica e molteplicità dell’io

Autore: Roberto

Curatore: Scanarotti

Editore: Mimesis (Milano)

Collana: Quaderni di Anghiari

Anno edizione: 2021

Pagine: 104

ISBN: 9788857578835

Scrittura autobiografica e molteplicità dell’io

di Roberto Scanarotti

Un libretto agile, piacevole alla lettura, prezioso nei riferimenti, negli esergo e nelle citazioni, quello di Roberto Scanarotti, approdato all’autobiografia nel 2012 e ora diventato un autore che vale la pena consultare, per chi intenda, donna o uomo, immergersi nei molteplici Sé della personale storia di vita. Con un titolo poetico, quasi un verso – che scopriamo essere un prestito da Pessoa – e la metafora dell’orchestra che ci suggerisce la varietà degli strumenti ma anche l’esigenza di armonizzarli pur senza ridurre il molteplice all’uno. Che sarebbero i “chiari” – che sviluppano la melodia – senza gli “scuri” che esaltano per contrasto la loro luce? “Nell’ampiezza del nostro essere, non vi è dubbio che siamo complessi universi di qualità opposte e complementari da cui si aprono trame per infinite narrazioni. Se diversità è sinonimo di ricchezza, le nostre multiformi parti ‘in ombra’ sono dunque fonti preziose e generose per noi cercatori di auto-conoscenza che ci affidiamo con fiducia alla scrittura.”

La mia anima è un’orchestra. Bene. Ma quale orchestra? Quella grande, che ha bisogno di un direttore come punto di riferimento per tutti gli strumentisti? O la piccola orchestra che si autogestisce, guidata magari dal primo violino, ad esempio quella che esegue “Le quattro stagioni” di Vivaldi? Oppure ancora un’orchestra Jazz, dove, fissato un tema e gli accordi di fondo, ognuno poi va per la sua strada? Ogni soggetto è chiamato a rispondere – ne va della sua complessa identità narrativa – affidandosi a quello strumento potentissimo che è la scrittura autobiografica. Tesa ad esprimersi in libertà, scioltezza, quasi in un flusso di coscienza, ma anche a cercare un’armonizzazione che è anche la sorgente originaria di tante scritture di sé, nate dal bisogno di catarsi e di un comprendere che sia nutrito di memorie: l’armonia è in fondo la linea guida dell’umano esistere, individuale e collettivo, non solo delle arti.

Un testo che ho letto volentieri anche perché rievoca ricordi, non solo di letture ma anche esperienze personali: quando, era il 1994, alla mia prima intervista autobiografica, alla domanda su come mi rappresentassi la mente al lavoro risposi: “La mia mente al lavoro è come un arcipelago, tante isole distinte ma connesse tra loro, esplorabili secondo percorsi diversi, come si vuole. E intorno alle isole c’è un mare profondo, che si può sondare, indagare, ma le cui profondità non sono conosciute”. Allora dimenticai di dire che dal profondo qualche vulcano è sempre pronto a risalire in superficie. Anche io “politropo” come il sempre citato Ulisse?

Ulisse, appunto, che insieme a Persefone-Proserpina, secondo l’autore, è l’immagine più antica della nostra connaturata pluralità individuale, che può diventare riferimento di molte “ere culturali” che si sono succedute nella storia. Odisseo medievale, come frantumatore dei divieti per sete di conoscenza; rinascimentale, perché scopritore di nuovi mondi; illuminista, in quanto uomo della ragione, romantico per la ricerca inesausta del “nostos”; contemporaneo, “che scoprendo se stesso, si perde nell’inquietudine del suo non sapere”. Abbinato da Scanarotti a Proserpina, dea delle profondità infere e della luce della primavera, puella e senex. “Superficie e profondità, luce del sole e buio dell’abisso sono gli opposti elementi che si armonizzano in questo mito alternandosi secondo un procedere ciclico proprio del femminile quanto del ritmo della terra”.

I capitoli centrali del testo si presentano come una rassegna dei classici riconosciuti e non riconosciuti della cultura letteraria e filosofica della scrittura dell’Io. Ovidio, Tibullo, il buddismo. Poi il pensiero moderno. “Da Cartesio in poi, il pensiero filosofico moderno continua a interrogarsi sulla condizione umana sino a confrontarsi con quella crisi dell’io che si fa strada nell’orizzonte culturale e sociale del XIX Secolo e che raggiungerà il suo apice in quello successivo. Dalle società dell’homo medievalis al Rinascimento, dalle prime teorizzazioni sull’inconscio di Leibniz al Secolo dei Lumi, a Goethe, Shopenhauer, Kierkegaard, Leopardi, Nietzsche, tra idealismo, positivismo e decadentismo, l’indagine sulla natura e sui problemi dell’io conduce a Freud e alla nascita della psicoanalisi”. Cita Nietzsche: “Io comprendo solo un essere che sia al tempo stesso uno e plurimo, che si trasformi e permanga, che conosca, senta, voglia – questo essere è il mio fatto originario”. Poi la folla degli autori “molteplici” del ‘900, compresi molti artisti, accaniti inseguitori di se stessi, attraverso la moltiplicazione degli autoritratti.

Gli “autori” di Scanarotti sono indubbiamente Luigi Pirandello e Fernando Pessoa oltre al maestro di tutti i moderni, Michel de Montaigne. Per lo scrittore siciliano, “questa disgregazione dell’identità non è affatto sintomo di una personalità sofferente, disturbata, ma produttivo indicatore del potere generativo che essa può apportare all’artista”. L’autore portoghese diviene “la dimostrazione reale di una personalità frantumata che trova consistenza soltanto nella molteplicità di esseri altri”. L’autore dei “Saggi”, compila e ci consegna un esempio “in cui chiunque di noi, abbandonando ogni resistenza e impugnando la penna, può rispecchiarsi e riconoscere tratti della propria personalità”.

Quasi alla fine, Scanarotti chiarisce il suo concetto di scrittura di sé e della sua funzione: “Ci vogliono molte vite per fare una sola persona. Passare alla scrittura è soluzione efficace per farle emergere dall’ombra e scoprire gli Ulisse e le Persefoni che sono in noi, e che ci danno il senso della nostra unicità. Funziona così questa cosa chiamata ‘autobiografia’, che molto somiglia alla sceneggiatura di un romanzo, o di un testo teatrale capace di emozionare e interrogare. Con noi protagonisti impegnati a raccontare calandoci in più di un ruolo, e facendo rivivere e onorare le persone che sono entrate negli scenari delle nostre vite passate”. Senza dimenticare che narrazione e auto-narrazione portano con sé l’innata tendenza ad alzare la qualità della comprensione non solo di se stessi ma anche degli altri.

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