a cura di Carmine Lazzarini

Quando è vicino il tempo di andare, del non ritorno, quando le forze e i sensi perdono la loro vitalità, è quasi spontaneo meditare sul valore della vita e dei giorni, con i ricordi che si affacciano alla mente, da quelli più antichi, legati all’infanzia e a quelle figure che per ognuno risultano indelebili. Perché come scrisse Norberto Bobbio, il mondo dei vecchi è il mondo della memoria.
Così è anche per Enzo Bianchi, primo priore della Comunità di Bose, ora in riposo meditativo, che narra il suo legame con la madre terra, perché “Siamo umani, terrestri, come dice il nome ‘adam, dato dalla Bibbia all’umanità”, e con la sua terra, il Monferrato, con le figure dei vecchi del suo tempo, meno longevi di quelli di oggi, ma più sereni, inseriti in un contesto che non li avrebbe mai abbandonati né denigrati, né considerati inutili.
Della vecchiaia Bianchi analizza le paure – della malattia invalidante, dell’abbandono, della solitudine, di una morte nella sofferenza o nella demenza – ma soprattutto le gioie che questa stagione tra l’autunnale e l’invernale riserva a chi ha la fortuna di raggiungerla, facendosi aiutare anche dal “grande codice” biblico (Qohelet, Salmi, una preghiera di Luca, qualche riga di Paolo). Gioie che nascono sempre dall’amare la vita, anche nella sofferenza,“Il vecchio capisce bene che l’inferno è non amare e non essere amati. Anche nella vecchiaia l’amore è sempre da inventare, ma con gli altri, non nella solitudine”.
Poi l’arte del distacco: “Lasciare la presa significa anche esercitarsi ad accettare l’incompiuto”, a cui aggiungere quella del ricordo, del leggere, dello scrivere, dell’ascoltare, del camminare. E infine la gioia intensa della luce con tutto il simbolismo che l’accompagna, perché la luce è vita: “O Signore, concedi a ciascuno la sua morte:frutto di quella vita in cui trovò amore, senso e pena” (Rilke).

Edizione Il Mulino, 2018

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