Recensione di Carmine Lazzarini

Un verso di Mario Luzi per intitolare un testo su cui l’autore ha investito molto. Da quando alla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari è stato costituito il “Centro Nazionale di ricerche e studi sulla scrittura e cultura autobiografica” – un sogno cullato da anni – Duccio Demetrio ha pensato di fare il punto sulle sue ricerche trentennali, e nel contempo di avviare una nuova fase di impegno teoretico, avvalendosi di un’esperienza che ha pochissimi eguali. Mettendo a disposizione dei ricercatori un’opera composita, con parti nuove, altre rivisitate, altre ancora autobiografiche.

Scorrendo il suo testo, spontaneo nasce il riferimento all’intarsio: un tipo di lavoro artistico-artigianale, dove i singoli pezzetti devono combaciare, dopo essere stati intagliati a parte, utilizzando legni di essenze diverse, per colore, venatura, consistenza.

Così l’opera pubblicata, con tanti tasselli, rivela una  ricerca di ricomposizione armonica, (rendere concorde il discorde, secondo i Pitagorici), di una realtà complessa, tra le cui parti si avverte una perenne tensione dialettica. Come la vita, che si accorda e disunisce in un movimento carsico di immersione e riemersione. Così Demetrio tenta una difficile compenetrazione tra la struttura composita del testo e una concezione dell’esistenza – e della scrittura che la narra – polisemica, variegata, multiforme, poliscopica: ogni autobiografia degna di questo nome richiede la capacità di osservare la personale esistenza da diverse angolazioni, dal di dentro e dal di fuori, da vicino e da lontano, nell’istante e nel tempo.  Tale tentativo si percepisce anche nella stile di indagine scelto per i singoli temi da tematizzare.

Una costante delle sue pagine è indicare una direzione, ma nel contempo mostrarne l’insista problematicità, per riproporla in una forma più aderente alla multiformità delle esperienze umane e alla scientificità dell’indagine. Tanto è vero che persegue la finalità di portare chiarezza, ma attraverso parole opache. A cui dedica l’Esordio e l’intera rassegna del “Lessico autobiografico”: Bellezza, Biografia, Coraggio, Cura, Felicità, Interiorità, Io, Leggerezza, Memoria, Metafore, Miti, Morire, Natura, Riconoscenza, Silenzio, Specchio, Speranza. A parere di chi scrive, questo sembra essere uno degli aspetti più preziosi del suo apporto come filosofo dell’educazione, di cui peraltro è pienamente consapevole. “L’opacità come approssimazione e meta”.

La scrittura in funzione terapeutica. Ma quando mai? “Nessuno è mai guarito scrivendo; tutt’al più la scrittura può averci consentito di far affiorare le parole essenziali per narrare, accettandole, le proprie opacità esistenziali” (p.18). Però la scrittura memoriale risveglia ricordi ed emozioni non legate solo alla sofferenza: “Tutto a vantaggio, allora, dell’unica vera ‘terapia’ che la scrittura può offrirci: una maggiore conoscenza della nostra vita, una crescita della consapevolezza di essere esistiti e di non voler sprecare il tempo che resta da vivere” (p.19).

L’autobiografia come racconto vero, con lo scavo nell’interiorità e la comprensione dell’Io? Una vera utopia. E si gira più a fondo il coltello nella piaga: ”Un’autobiografia si rivela autentica in base a ciò che nasconde, non ha saputo raccontare, né poteva” (p.15). “O voi… che avete sognato di scrivere la vostra storia, ignari che tali impresa conduce a un nulla di fatto” (p.20). Si scrive,  afferma Demetrio, per giungere alla “gioia dell’insuccesso” (p.40).  Si citano non a caso Anais Nin: “Scriviamo di noi per tentare di trascendere la nostra vita, per imparare a parlare agli altri, per raccontare il nostro viaggio nel labirinto”. E Kafka: “Io sono colui che fugge” (p.113). E tuttavia ogni scrittura autobiografica è un diritto e un dovere, un impegno morale e civile, un passaggio obbligato per chi vuole vivere più intensamente, moltiplicarsi nei vari “altri da noi” di cui abbiamo bisogno.

Il suo testo intende, nella sovrabbondanza attuale di proposte biografiche e autobiografiche, ridimensionarne la diffusione, perché lo scritto autobiografico in senso stretto va apprezzato solo “in ragione della sua significatività testimoniale”, in quanto rispecchia “un punto di vista individuale su di sé e sul mondo… proiezione scritta di una concezione di vita del tutto soggettiva”.

Una delle caratteristiche fondanti il suo lavoro sembra essere la capacità di creare negli anni un alone mitico intorno all’autobiografia  e nel contempo di “demitizzare” le sue versioni accattivanti, edonistiche, le “vulgate” con tanto di ricettario. Duccio Demetrio entra così in quella non numerosa schiera di studiosi, che sa scorgere la fragilità intrinseca alle concezioni che enuncia.

Mimesis, Sesto S. Giovanni, 2017.

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