recensione di Carmine Lazzarini


Le parole che salvano, e ci salvano, sono come i pozzi artesiani, in cui le acque del sottosuolo risalgono in maniera naturale alla superficie, dopo che il terreno è stato forato. Come ebbe a scrivere Ungaretti circa un secolo fa: “Quando io trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso”.

Così le parole che rivolgiamo, nella relazione veramente umana, al mistero dell’altro, al suo dolore, alla sua disperazione, ma anche alle sue bellezze celate – quelle vere, autentiche, gentili –  aprono l’animo e consentono alla sofferenza più profonda di risalire alla luce del linguaggio, senza il quale, come diceva Shakespeare richiamato da Borgna, le emozioni spezzano il cuore.

Il grande psichiatra piemontese riunisce in questo testo tre altre opere diventate ormai dei classici: “La fragilità che è in noi”, “Parlarsi”, “Responsabilità e speranza”, ricollegandole attraverso una nuova Presentazione, dove ribadisce il Leitmotiv della sua ricerca sul rapporto tra fragilità del corpo e quelle della psiche: “non c’è altra strada nel conoscerle se non quella che ci fa guardare con l’intuizione negli abissi della nostra interiorità. Ma è doloroso: temiamo, come diceva Nietzsche, di finire divorati dagli abissi dai quali rinascono contraddizioni e antinomia della nostra anima”.
Le parole che assumono tali valenze salvifiche non sono ingabbiabili negli orizzonti semantici, filologici, classificatori della ragione calcolante – le ridurremmo ad ipostasi – ma vanno inserite all’interno di orizzonti comunicativi dove si scaldano, arricchendosi di risonanze e aloni  emozionali, ponendo in contatto la superficie e la profondità, il visibile e l’invisibile dell’anima altrui come della nostra.  Sarà un piacere straordinario sentirlo al nostro Festival all’inizio di settembre, dove ci farà dono della sua presenza e della sua parola.

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