recensione di Carmine Lazzarini


Vivere e rivivere le emozioni della maternità

Due piani si inseguono circolarmente in questa proposta: quello della narrazione, con spunti e riferimenti autobiografici (la storia di Lena, una gestante, che richiama un’opera precedente, Una bambina senza stella, Rizzoli, 2015) e quello meta-narrativo, con le continue riflessioni sui vissuti delle donne che vivono la gravidanza, su come accompagnarle, su come liberarle da alcuni pregiudizi. Come quelli che vogliono rendere quel momento magico che è la nascita di un figlio tutto interno alle logiche dell’efficienza e della medicalizzazione. “Ho continuato a vivere come al solito… una radiografia al mese per vederla/o in anteprima… i consigli di un luminare… la mia pancia è proprio piaciuta a tutti, ecc.”. Affermazioni che negano il valore unico e irripetibile dei vissuti soggettivi, custoditi negli stati crepuscolari della mente, il rapporto intimo tra madre e figlio che sta sviluppandosi, i sogni e le fantasie nascoste, le paure e i sogni di una madre, il calarsi dentro di sé per scoprire il rapporto con chi è altro da sé, ma ancora sua parte.
La gravidanza, come momento sacro: occasione unica, senza paragoni, per ogni donna che la voglia vivere nel silenzio, nella meditazione sui propri stati fisici, emotivi, mentali, per prepararsi all’incontro fatale, dopo il quale la vita non sarà più la stessa: come l’artista che si realizza nell’opera d’arte, dopo averla generata nella propria mente, nella propria immaginazione, prima di vederla realizzarla fuori di sé. Sarà vero incontro nella misura in cui il nuovo essere – la nascita di un nuovo mondo secondo Hannah Arendt, è stato pensato, raffigurato prima, in un dialogo continuo con il “bambino del giorno” e il “bambino della notte”, con un tempo decisivo dedicato all’attesa, per poi viverlo nella sorpresa irripetibile del primo sguardo, del primo abbraccio: “perché il riconoscimento originario si compia deve esserci stato un “prima”, un tempo dedicato all’attesa”. Una lettura, quella proposta, che anche tutti gli uomini dovrebbero meditare, perché la loro umanità, l’identità  relazionale, deriva proprio da quel primissimo rapporto, quel “corpo a corpo” vissuto nel profondo dalle donne. E perché non scriverne, per custodire tali momenti nel tempo che verrà?

Torino, Einaudi, 2017

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