Titolo: Marco Baliani racconta.


Marco Baliani, negli ultimi giorni dello scorso agosto, era con tutti noi della LUA ad Anghiari alle Giornate Culturali ‘Incontrarsi ad Anghiari intrecciando parole’ dove ha portato il suo spettacolo ‘TRACCE’ ed ha ricevuto il Premio Città dell’Autobiografia 2020, che gli è stato assegnato con la seguente motivazione: “Coraggioso narratore e artigiano delle proprie e altrui storie, alla sua appassionata difesa delle memorie, per sete di giustizia e verità”.
A pochi mesi di distanza dall’evento Marco Baliani ha inteso arricchire il suo apporto alla piena riuscita dell’incontro inviandoci questo suo contributo non solo pienamente autobiografico, ma anche denso di riflessioni interessanti sulla narrazione orale e sulle sue specificità rispetto alla scrittura autobiografica. E’ un arricchimento delle elaborazioni di ambito LUA che, fin dall’origine, tendono a concentrarsi sulla scrittura autobiografica come riferimento centrale.
E se è certamente vero che la scrittura è parte integrante della stessa etimologia del termine autobiografico (con autos – bìos- graphein), d’altra parte la recente costituzione dei ‘Circoli di scrittura e cultura autobiografica’ in tutta Italia (ad oggi sono già 35 i referenti territoriali della LUA in Italia e nella Svizzera Italiana, e altri 15 hanno iniziato la seconda edizione del percorso formativo biennale) testimonia il crescente interesse per un allargamento dello sguardo sulle aree autobiografiche della ‘Cultura autobiografica’ che comprende certamente anche la ‘narrazione orale’, su cui verte gran parte del suo approfondimento.
Avendolo conosciuto proprio a Genova negli anni di cui ci parla nel suo scritto, mi unisco al ringraziamento di tutta la LUA per aver accolto l’invito che gli abbiamo rivolto a condividere con noi    
questi pensieri “per scoprirsi autori, autori della propria vita”. (Giorgio Macario)

Il ricordo è preciso, quei giorni in cui di colpo capisci chi sei, non in astratto, chi sei tu in quel momento lì, ed è una comprensione luminosa che lascia senza fiato, non è che ne capitino molti di giorni così nella vita, anzi, sono più che rari.  Ecco quel giorno a Genova, siamo nel 1983, è inizio primavera, sono diventato narratore di storie. Con la complicità di Marina Olivari dell’ Assessorato scuole dell’infanzia e politiche giovanili, ogni giorno nelle sale del complesso  Cisterna di santa Maria di Castello, nel centro storico,  mi venivano portati gruppi di bambini, di quelli difficili però, bimbetti di cinque sei anni, che avevano alle spalle situazioni famigliari più che complicate, ragazzini incontenibili, incapaci di restare seduti per più di cinque minuti, vivaci e terribili, e io, come altri artisti prima e dopo di me, ero libero di sperimentare ciò che volevo, nel tentativo di coinvolgerli, destare la loro curiosità, attivare la loro  attenzione
E’ in uno di quei giorni che  comincio a  praticare, preso da una sorta di istinto pedagogico, quella che poi diventerà la mia ricerca nell’arte del racconto orale.
E’ una sperimentazione sul campo, giorno dopo giorno scopro come tenerli più attenti, come assecondare i loro umori, affrontando la storia con ritmi diversi, imparo a guardarli negli occhi e a sentire che mi stanno dicendo con i loro corpi. Uscirò da quel periodo lungo  di esperimenti narrativi con la certezza di aver trovato un percorso su cui vale la pena continuare a cercare.
C’è un video di una di quelle giornate  dove mi si vede, magro come un chiodo, a raccontare la storia di Biancaneve e si possono già vedere all’opera quelle modalità narrative che poi diventeranno  per me materia di indagine, anche scritta, con libri e soprattutto con una miriade di stage e laboratori che proprio a partire da Genova comincio  a proporre in giro per l‘Italia. Rivolti  in specie a insegnanti, studenti ma anche attori in cerca di saperi. Sono anni di grandi  scoperte per me, che segnano poi quello che verrà chiamato con l’esempio di Kohlhaas, teatro di narrazione. Non voglio qui ripetere riflessioni già fatte e che si possono trovare facilmente nei miei scritti. (1)
Dovendo scrivere questo pezzo pensando all’esperienza della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari vorrei provare a intessere col tema autobiografico alcuni pensieri che scaturiscono dalle mie esperienze di narratore orale.
Ho circoscritto il mio campo di esplorazione all’oralità narrante, alla dimensione del racconto fatto a viva voce, senza un testo di supporto, senza una scrittura che lo preceda. Gli esercizi e gli allenamenti  che ho proposto in questi anni a chi seguiva i miei stage vertono sempre sulla unicità dirompente del raccontarsi attraverso il corpo e la voce. L’oralità è un mondo  a parte rispetto alla scrittura. Le prime volte che si prova  a raccontare oralmente subito emerge l’impostazione  per così dire tipografica con sui siamo stati educati, un imprinting difficile da scavalcare, che produce per esempio la necessità di una prefazione rispetto ai contenuti del racconto, come ci si dovesse giustificare a priori di quello che viene dopo. Tutte le volte che il narrante comincia  a compiere riflessioni autorali, sintetizzando in queste il percorso narrativo, e il più delle volte questo meccanismo di allontanamento dal racconto orale genera cose molto scontate, io  lo interrompo e gli pongo domande sul qui ed ora di quell’evento narrato.
Mettiamo che l’esercizio sia quello di narrare come e quando un certo oggetto è divenuto importante nella nostra vita, ecco che allora è necessario condurre l’esplorazione verso la concretezza delle cose, delle azioni, del paesaggio intorno, per staccare la spina dalla costruzione letteraria, che sta sempre lì in agguato pronta a dipanarsi secondo i suoi stilemi, consequenzialità, causa effetto, linearità etc…Cerco allora  di spostare  l’attenzione su cose piccole,  sul paesaggio esterno che accompagna quel racconto, sul momento preciso in cui è accaduto che quell’oggetto divenisse importante, attenzione, non la spiegazione del perchè è diventato importante ma solo l’accadimento puro in sé, il giorno, l’ora, il poco prima etc..
Piano piano riuscire a far sì che la memoria cominci a costruire un invisibile rendendolo visibile. Quando ci si racconta in questo modo si scoprono cose impensate, rivelazioni che fanno spalancare gli occhi, inaspettate epifanie, se il narrante riesce a lasciarsi andare al flusso del racconto, diviene un esploratore della propria memoria.
Una memoria narrativa, non puntuale, non precisa, senza la mediazione della mano che scrive, e quindi senza un tempo di sedimentazione e riflessione e distanza, una memoria che inventa, cioè trova via via i nessi di quello che vorrebbe riannodare.
Lo scopo del racconto orale per me non sta nello svolgimento  lineare, ma nelle circonvoluzioni intorno a quel contenuto, la narrazione autobiografica diviene cosi una mappa di spostamenti e dislocazioni,  con digressioni  continue, che fa luce su certi nodi ma ne oscura altri.
Chi racconta non ha tempo per riflettere sui contenuti del suo racconto, perché questi accadono in diretta, per certi versi sfuggono persino al narrante.
Ciò che viene trasmesso non ha a che fare solo col senso delle parole e della loro costruzione orale, ma anche  con l’intera corporeità, che è la vera motrice del narrare, è per questo che nei laboratori propongo ai partecipanti anche esercizi fisici, allenamenti particolari che servono a mettere in moto immaginazioni non previste, stati d’animo che scaturiscono dagli spiazzamenti  percettivi che la fisicità dei movimenti produce.
Oralità e scrittura sono due diverse strade per indagare la propria autobiografia.
La prima punta tutto sull’emotività, sull’accadimento non mediato, sulla spontaneità e quindi  su un linguaggio poco costruito, e agisce su un tempo breve, il qui ed ora del racconto.
La scrittura permette una riflessione più matura, un tempo di sedimentazione più lungo,
la possibilità di tornare sui propri passi e correggere, distendere, completare.
Sono due strade affascinanti per scoprirsi autori, autori della propria vita.
Marco Baliani

(1) Alcuni dei testi in argomento sono i seguenti:
Marco Baliani, Pensieri di un raccontatore di  storie, Quaderni dell’animale parlante -Comune di Genova, 1991.
Marco Baliani, Ho cavalcato in groppa ad una sedia,  Titivillus, 2010.
Marco Baliani, Ogni volta che si racconta una storia, Laterza, 2017.

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