RECENSORE: Fabrizio Scrivano, .

Titolo: Mitologia dell'infanzia. Figure, intrecci di vita, Storia.

Autore: Laura Bocci

Editore: Vallecchi (Firenze)

Anno edizione: 2021

ISBN: 97-88-8252-116-5

Figure, intrecci di vita, Storia.

di Laura Bocci

Che la memoria della propria infanzia sia una costruzione di tipo mitografico, che sia fatta cioè di immagini e sensazioni nodose, dure, persistenti, tanto da diventare archetipe e fondative, e proprio per questo un po’ ingigantite e teneramente epiche, nel bene e nel male, sembra a prima vista la via che il libro di Laura Bocci, Mitologia d’infanzia. Figure, intrecci di vita, Storia (Firenze, Vallecchi, 2021, €14.00), vorrebbe farci imboccare. La dolce immagine di copertina (la foto di una bimba che nel suo cappottino rosa antico guarda nell’obiettivo fotografico con una leggera aria di sfida mentre stringe a sé, con gesto delicato ma fermo, un ciuffetto di fiorellini) sembra anche alludere a una certa innocenza. Sin dalla prima pagina, comunque, si capisce che la via da percorrere insieme non sarà spensierata, perché tutto inizia con l’incubo di una casa in fiamme, dalla quale si sono salvate solo alcune cose, tracce su cui ricostruire un percorso di ricordi, di senso e di verità.
Per descrivere l’operazione narrativa compiuta in questo romanzo, che scorre fluido e fresco, gentilmente ironico, ricco di situazioni sorprendenti e coinvolgenti, bisogna prendersi un po’ di tempo, certo più lento di quanto invece non passi nella lettura, perché la trama che compone l’immagine complessiva annoda una serie di fili autobiografici fatti di materiali molto diversi tra loro, e forse qualcuno di essi sarà rimasto ben nascosto. Del resto, non sarebbe neppure giusto analizzare e dividere ciò che qui è stato ben riannodato, fino a creare una superficie capace di eludere la sua gravida porosità.
Il primo aspetto interessante di questo cammino è che l’io scrivente, focalizzato sulla resa autobiografica della propria infanzia, cede volentieri la scena ai personaggi che l’hanno abitata. Sono i nonni gli immediati e reali protagonisti di questo intreccio: Zita e il Nelli, Cesarina e Primo. Ai quali si vuole restituire una propria peculiare identità, per raccontarne anche gli aspetti irrimediabilmente conflittuali, interiori e relazionali. Nel frattempo che la riconfigurazione delle loro storie va avanti, emerge quel che di profondo hanno tramesso, e come lasciato in eredità: un bene che, in un certo senso, è ritrovato a posteriori nella sua pienezza significativa. Un’operazione quindi duplice, di accertamento e di svelamento. La narrazione, infatti, che certo non ha timore di ricordare ed esporre la memoria personale, non manca mai di utilizzare alcuni strumenti documentari (lettere, testimonianze, foto e documenti), che subito diventano capaci di svelare aspetti che la memoria era riuscita a occultare, a distorcere (forse a nascondere), come tante volte avviene. Perché poi (questo il racconto ci mostra) la memoria familiare è un magma complicato, fatto di incroci di opinioni e amori, di affetti e repulsioni, che si costruisce in uno spazio trapassato dagli echi delle voci di ciascun membro. E anche qui, Bocci, riesce a isolare, a volte ad allontanare da sé, i diversi “contributi”, ma sarebbe meglio parlare di immagini e traumi, che ogni testimone porta con sé. Nel ricordare e nel ricostruire, quindi, la narrazione riesce a far vedere la stratificazione delle azioni, che produce eventi più o meno memorabili, e che spesso emergono con la lucentezza del frammento: un gesto, una parlata, un oggetto, tutti espressioni dei corpi e tracce di qualcosa che va approfondito e che mai si mostrerebbe se non fosse volontariamente cercato.
Non vorrei ora sottrarre al lettore il gusto di scoprire e immaginare queste vite e questi caratteri, che riescono sorprendentemente a diventare esemplari di sé e della storia attraversata. Però in ciascuno di loro c’è qualcosa che colpisce e di cui dirò brevemente, nell’ordine stesso in cui le loro storie e i loro riflessi nel tempo vengono tessuti dalla narratrice, ma un po’ anche così come me li sono immaginati.
Prima di tutti c’è Zita, sorridente e ironica, armata di una sapienza schietta e contagiosa, che sembra derivare direttamente dalla conoscenza delle cose della natura. La diresti, anzi, un po’ maga: è il suo rapporto con l’ambiente, la terra, il cibo, le erbe a renderla una personalità capace di sopportare le sofferenze (la più grande, quella di avere perso un figlio e poi di essere rimasta vedova) e i fastidi che le derivano dall’essere donna (quelli che le aveva procurato il marito, il Nelli). Ecco il nonno, uomo narciso, sembra possedere un carattere sornione ma autoritario, istinto da cacciatore: aiuta i contadini nelle beghe giuridiche, ma non è avvocato, ed è impegnato politicamente, ma così com’era stato malmenato dai fascisti, nell’Italia democratica viene malmenato dai comunisti. Entrambi sono legati anzi prigionieri della loro casa e della loro terra, che amano e odiano allo stesso tempo, in diversa misura e con diverse ragioni. E infatti l’autrice li colloca saldamente nella «Casa dei Penati», che è anche il luogo della vicinanza e dello scambio tra le tre generazioni raccontate: luogo di fantasmi (di pene) ma anche spazio bucolico nella memoria infantile, di luce e di odori.
Dall’altra parte, davvero non troppo distante geograficamente (siamo in Toscana, tirati tra Campiglia e Cecina), c’è la «La Casa dei Lari», la casa dell’altra coppia di nonni, la casa di Cesarina e Primo, che certo segna un luogo di maggior continuità tra il passato e il presente. Un cubo senza pretese (così viene descritta), costruita nel dopoguerra dagli stessi nonni, e in fondo già pensata per accogliere e disegnare il futuro. Tutto il contrario dell’altra casa rurale, che sembra invece un monumento di un’epoca trascorsa. Di Cesarina, donna longeva, pratica ed energica, sembra, nel suscitamento della memoria e nelle stanze del libro, risuonare la voce, sempre intessuta di espressioni e parole da recuperare (qualche volta da spiegare, come l’antua o il metrìto), che sono il segno di un atteggiamento mentale ma anche il segno di una gestualità corporea. Ed è in fondo, o sembra, il simbolo di una continuità, che passa sia attraverso la storia sia attraverso le forme della vita quotidiana, sapendo rimanere, come la definisce l’autrice, una «anziana bambina». Infine Primo, uomo dalla vita doppia, perché tutta la sua persona, così come l’hanno conosciuta gli occhi della bambina, ha un aspetto del tutto diverso da come alcune foto, improvvisamente emerse da una valigia in soffitta, lo consegna alla storia. I fanciulli, insomma, scoprono che il nonno è stato un fascista e che in fondo la casa, che tanto amano, è la zattera con cui si era salvato dal disastro. «I vissuti dell’infanzia non hanno nulla a che spartire con le questioni storiche [ma restano] una specie di giacimento d’oro cui si può attingere tutta la vita», una frase dolente, intanto che sottolinea la rottura delle immagini che l’infanzia produce.
Mi forzo a terminare qui il racconto di questi caratteri, perché mi pare che anche questa ultima vicenda restituisca una verità profonda, valida in ogni circostanza: e cioè il fatto che spesso delle persone che ci stanno accanto non cerchiamo di conoscere oggettivamente la figura ma siamo presi da una affettuosità funzionale che riempie il senso della vita. E questa osservazione mi pare possa introdurre a un’altra riflessione, più generale, che riguarda il senso della scrittura autobiografica e che mette in guardia dai frequenti rischi di autoinganno, ai quali l’autobiografia è di frequente esposta. Capiamo cioè che, in questo senso, la scrittura biografica può diventare un intervento sull’autobiografia.
Credo sia questo l’aspetto interessante e originale che il lavoro di Laura Bocci propone, quasi rispondendo a una domanda che potrebbe essere così formulata: come il racconto della vita degli altri influenza e cambia l’immagine di sé? Come possiamo in fondo vederci davvero senza considerare lo sguardo che abbiamo sugli altri? Se lo scavo autobiografico è davvero una ricerca della verità non può evidentemente prescindere da come, silenziosamente, siamo andati costruendo le nostre mitologie personali: ed è con questo tipo di racconto che è necessario fare i conti, un racconto che forse non ci rappresenta ma ci spoglia dei veli che non è facile scorgere.

Laura Bocci, germanista, traduttrice e autrice, è nata e vive a Roma. Ha tradotto opere della letteratura tedesca tra la fine del ’700 e la metà del ’900 (Lenz, Hoffmann, Chamisso, Kleist, Brentano, Storm, ecc.). Nel 2005 ha ricevuto il Premio Nazionale per la Traduzione del MIBACT. a pubblicato: Di seconda mano. Né un saggio né un racconto sul tradurre letteratura (Rizzoli, 2004 – DMG ed., 2016), vincitore dei premi Vittorini e Rapallo Carige come opera prima, poi dei premi Argentario e Procida; Sensibile al dolore (Rizzoli, 2006); La Seconda India (Piero Manni ed., 2012) vincitore nel 2015 del premio Francesco Gelmi di Caporiacco per la Sezione“Dialoghi – La narrativa come casa comune oltre la soglia dell’esilio”. Si interessa da sempre di psicoanalisi, autobiografia e collage junghiano. È stata allieva dei corsi della LUA.

COME ASSOCIARSI

Diventa socio della Libera Università dell’Autobiografia
di Anghiari!

Una comunità di scrittori e scrittrici di sé e per gli altri.

Sostieni la LUA e scopri tutti i vantaggi di essere socio:

CONTATTI LUA
  • Piazza del Popolo, 5
    52031 Anghiari (AR)
  • (+39) 0575 788847
  • (+39) 0575 788847
  • segreteria@lua.it