RECENSORE: Carmine Lazzarini, .

Titolo: Momenti di essere. Scritti autobiografici.

Autore: Virginia Woolf

Curatore: Liliana Rampello

Editore: Ponte alla Grazie (Milano)

Anno edizione: 2020

Pagine: 292

ISBN: 9788833313238

di Virginia Woolf

“Non esiste in realtà qualcosa chiamata arte, esistono solo gli artisti”, scriveva Ernst Gombrich all’inizio di “La storia dell’arte”. Questo vale anche per l’autobiografia? Che si declina in una infinità di modi a seconda dei soggetti, dei tempi, delle occasioni, delle culture in cui il testo si genera, poi viene steso sulla pagina ed incontra destinatari, anche essi diversissimi tra loro, che indagano/completano il testo per coglierne il segreto? Interrogativi sull’Autobiografia tutti legittimi, e che acquistano la loro pregnanza nel momento in cui si avvicinano la pagine di Virginia Woolf, ora presentate in “Momenti di essere. Scritti autobiografici”, con l’Introduzione di Liliana Rampello (“Il teatro della memoria”, pp.5-26).
Seguendo il consiglio della sorella Vanessa di scrivere le sue memorie, nel 1939 la scrittrice mette a confronto lei bambina e lei adulta (“Sarebbe interessante far sì che le due Virginie, io adesso, io allora, emergessero l’una di fronte all’altra), partendo dal ricordo più antico, che descrive in scene che si affacciano da sole, quasi in assenza di lei bambina. “Se la vita ha una base su cui si poggia, se è una tazza in cui si mettono le cose, e di nuovo cose, e si colma – allora la mia tazza poggia su questo ricordo” (p.78): lei nel letto che ascolta estatica il frangersi delle onde e lo strascicare della tenda gialla su balcone. E su un altro, con le sensazioni di lei che scende in un viottolo verso il mare. “Quei momenti – nella stanza dei bambini, sul sentiero che scende alla spiaggia – posseggono ancora oggi più realtà del presente” (p.79). Forse queste percezioni posseggono una realtà indipendente dalla coscienza? Purtroppo tra i momenti di essere riemergono anche i troppi dolori, i continui lutti familiari, le violenze subite a più riprese dai fratellastri. Solo traducendole in racconto, una parte di quelle disperanti esperienze vengono allontanate. E lei poté resistere al loro assalto fino all’età di 59 anni.
Che autobiografa è, dunque, Virginia? Una scrittrice di sé che non riordina i momenti della sua vita per trovare il senso della continuità in un destino o in un cammino esistenziale, ma che ricerca i “momenti di essere”, facendoli emergere della “ovatta senza contorni”, che costituisce la banalità quotidiana indifferenziata – quei tanto sovrabbondanti momenti di “non-essere”. Termini questi costituzionalmente opposti all’uso astratto-speculativo praticato dai filosofi, come Heidegger, Sartre o Severino. I “momenti di essere” di Virginia sono rievocazioni, che salgono alla memoria nella loro estrema vividezza, significatività, accompagnati da un’emozione tanto forte da provocare una scossa al suo corpo e alla sua vita presente. Sensazioni ed emozioni che sono vissute nel presente rievocando una scena passata che riemerge e si carica, ora, nel presente, della pregnanza emozionale di cui la coscienza matura è capace. Ma dalla coscienza presente, fissata ed elaborata dalle capacità del linguaggio verbale, ricavano la possibilità di collegarsi in un sistema unitario di relazioni, in una piccola visione del mondo, che le rende vivissime, quasi estatiche.
Così parla a se stessa la voce narrante: “Forse dunque è la capacità di ricevere scosse che fa di me una scrittrice. Posso azzardare la spiegazione che a ogni scossa nel mio caso segue immediatamente il desiderio di spiegarla. Lo sento, il colpo, ma non è più, come credevo da bambina, un colpo sferrato da un nemico nascosto dietro l’ovatta della vita quotidiana; è o diventerà la rivelazione di un altro ordine; è il segno di qualcosa di reale che si cela dietro le apparenze; e sono io che lo rendo reale esprimendolo in parole. Solo con l’esprimerlo in parole gli conferisco unità; e questa unità significa che ha perduto il potere di farmi del male. Mi dà la gioia, forse perché così facendo tengo lontano il dolore, rimettere insieme i frammenti. Questo è forse il piacere più intenso che io conosca. E’ l’ebrezza che provo scrivendo mi sembra di scoprire i collegamenti precisi; di rendere vera una scena; di dare coerenza a un personaggio. Di qui nasce potrei dire una filosofia; o comunque un’idea che ho sempre avuto; che dietro l’ovatta si celi un disegno; che noi – tutti noi esseri umani – rientriamo nel disegno; che il mondo intero è un’opera d’arte; che noi siamo parte di quest’opera d’arte” (da “Uno schizzo del passato”, pp.87-88).

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