di Carmine Lazzarini

L’autobiografia di Maria Scarponi si inserisce in quel filo di scritture stese in condizioni psicofisiche più che estreme, che giungono da “un mondo altro”, la prigione del proprio corpo. Classici in questo settore, “Un mondo perduto e ritrovato” ripubblicato di recente da Adelphi, romanzo neurologico di Aleksandr Lurija, con le pagine di Lev Zaseckij, colpito da una pallottola al cervello nel 1943, e che riesce, in scrittura automatica, a descrivere la propria condizione e la sua vita, di persona affetta da trauma cranico e celebrale grave. E “Lo scafandro e la farfalla” (Il Ponte delle Grazie, 1997), cronaca autobiografica di Jean-Dominicque Bauby, affetto da sindrome Locked-In (chiuso dentro), che riesce a comunicare con l’esterno solo col battito di ciglio dell’occhio sinistro: 200.000 battiti per dettare il testo. Senza dimenticare “Voce da una nube” (Casagrande 2006) di Denton Welch, di cui Eugenio Montale scrisse “Queste pagine sono di meravigliosa purezza”.
L’autrice, molto più “fortunata” di Baulby, riesce a muovere con fatica un dito: un secondo per ogni lettera o segno grafico, dieci per digitare “libro”. Sei mesi per scrivere il testo, dopo di che “Esci di prigione”: viaggio in Svizzera dove “si puote ciò che si vuole”, ciò che in Italia è illegale. Non a caso il sottotitolo è: “Questo non è un romanzo”, che richiama il famoso paradosso-verità di Magritte.
Senza dire oltre del drammatico testo, un richiamo d’obbligo ad un passaggio fondamentale. La scoperta che la mente, da sola con la scrittura, può risvegliare i sensi, in maniera più viva che nella vita precedente: “se ho iniziato a scrivere conoscendo le virtù terapeutiche della scrittura, la verità è che non immaginavo minimamente ne avesse di taumaturgiche… Mentre trasformavo i miei ricordi in parole… in qualche modo li ho dovuti rivivere. Il corpo non si è mosso, ma la testa è riuscita a partire”, a ricostruire legami.

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