RECENSORE: Carmine Lazzarini, .

Titolo: Scrivere. Autoritratto con figure.

Autore: Franco Rella

Editore: Jaka Book (Milano)

Anno edizione: 2018

Pagine: 107

ISBN: 978-8816414754

di Franco Rella
L’autoritratto con figure di cui parla il volume è costituito da un’immagine dell’Antelami in cui si proietta l’io narrante/riflettente, e da un centinaio di libri/autori che costituiscono il suo “bagaglio essenziale”. “Io scrivo. Che cosa scrivo? Ho scritto su Proust, su Kafka, su Mann, sull’esilio, sulla nudità, sul pathos. Ma davvero ho scritto su queste cose, o le ho attraversate per raccontarmi attraverso di esse, per raccontare un rapporto perverso con me stesso e con il mondo, e in ultima analisi con la scrittura stessa?”.

Il riferimento all’Antelami, col suo “Inverno”, ritorna in continuazione nelle pagine che si susseguono. “C’è una statua dell’Antelami nel Battistero di Parma… La statua rappresenta l’inverno. Un vecchio con un rotolo completamente srotolato fino a sfiorare la terra, ma ancora trattenuto contro il corpo con due dita, perché non scivoli del tutto. Gli occhi del vecchio guardano non ciò che nel rotolo è scritto, ma altrove. Sono spalancati, come si fosse accorto all’improvviso in un attimo di terrore che la sua vita è quasi finita e che lui in essa ha visto solo parole. Mi sento un po’ così, e ciononostante è come se di quelle parole, da cui il vecchio dell’Antelami distoglie con orrore lo sguardo, io avessi bisogno”.

Però la riflessione porta Rella ad ammettere che ogni identificazione fallisce. “Io non sono il vecchio dell’Antelami. Non sono neanche l’io che dice io, o che si scrive come io, in queste pagine. E’ necessario definire l’io della scrittura che è sempre altro dall’io dell’esistenza. Io sono un altro io, quello che non scrive, quello che non parla. O sono insieme l’io loquace e l’io muto?”.

Una scrittura di sé che non riesce a farsi autobiografia. Una condanna autoinflitta, inutile e necessaria. Uno scrivere per frammenti, quello del filosofo di Rovereto, che pensa alla sua scrittura come a una possibile narrazione, una storia possibile, ma che è costretto a constatare che non ne è capace, pur avendo tentato: “Io non invento storie. Costruisco sentieri e percorsi che sono la striscia che la scrittura procedendo lascia dietro di sé come la bava di una lumaca sulla superficie di pietra di quel muretto. Quale muretto? Uno scrittore qui aprirebbe lo spazio ad una storia. Io, al contrario, faccio l’inventario delle tracce argentee della lumaca”.

Il muretto evocato è quello della casa con orto e bambini della sua infanzia, però è anche la muraglia di Montale, a rappresentare “tutta la vita e il suo travaglio”. Rella non è capace di abbandonarsi alla scioltezza di un racconto, anche breve, ad una pagina di diario catartica. Sa che è soltanto attraverso la narrazione che è possibile sondare il senso della vita e del mondo. Ma la sua scrittura rimane irrimediabilmente riflessiva, un intarsio di citazioni, nel buco dell’assenza di una storia: “Io sto scrivendo per frammenti ciò che è in questo momento per me lo scrivere. Mi pare corretto dire che anche per me ogni frammento voglia essere l’intero problema. Poi il salto mortale nello spazio bianco, e poi un nuovo frammento, che contiene anch’esso intera la mia verità”, o forse l’intera “mia menzogna”. Ogni frammento una possibile cosmogonia, ma chi riuscirà a costruire un nuovo pluriverso che abbracci la totalità dei frammenti? Impresa disumana.
E allora perché scrivere se si percepisce, dello scrivere, tutta l’inutilità, l’insensatezza, la sofferenza, la disperazione, una sorta di atto sacrificale, una perenne meditazione sul morire? Nel giugno 1555, Michelangelo scrive a Giorgio Vasari: “non nasce in me pensiero che non sia dentro sculpita la morte”. Commenta Rella: “Che scrivere sia una cerimonia funebre?”.

Forse si scrive perché lo scrivere consente la costituzione dell’io, non solo di fronte al mondo ma anche di fronte a se stessi. Non aveva scritto Montaigne che “sono io stesso la materia del mio libro”? In questo testo lo scrivere diviene il fluire dell’io che continuamente si realizza e si trasforma, scoprendosi un’incontenibile pluralità che, come ha detto Agostino, si fa ugualmente e continuamente io. “Dunque io sono tutti i racconti che incontro e che magari scrivo, e al contempo sono io stesso”.

Ma anche questo non è proprio aderente alla realtà dell’esperienza vissuta. Si ha bisogno delle parole per sondare l’esistenza, ma solo per scoprire che le parole non saranno mai le cose e gli eventi del mondo: “La mia vita è piena di parole, che hanno preso il luogo delle cose. Il mio corpo è fatto di parole. L’aria che respiro sono parole. Se sollevo il lembo della coltre delle parole sotto di essa intravvedo un magma informe. Un magma innominato. Innominabile”. E più avanti aggiunge: “Vita e scrittura si oppongono in una tensione irreparabile. Un figlio è vita. Scrivere è altro”. Ma cosa?

A siglare il senso di questo testo dove ogni dieci righe si incide un punto interrogativo, c’è un intervento di Rella del giugno 2020, su “L’assenza di una storia”: “Un uomo si trova solo in una stanza e cerca di costruire una storia che possa intramare ciò che vive il dentro di lui e ciò che sta accadendo fuori, la sua vicenda e vicende collettive. La storia non riesce. L’uomo non riesce a costruire un racconto che tenga insieme le sue contraddizioni e le contraddizioni che solcano il mondo. E’ dunque sospeso in una sorta di lacerante esitazione, braccato da una serie di domande che si ripetono e si insinuano in lui inquietanti. Alla fine, da questo suo esilio, decide di mandare comunque al mondo, a qualcuno, a nessuno le poche parole che ha”.

COME ASSOCIARSI

Diventa socio della Libera Università dell’Autobiografia
di Anghiari!

Una comunità di scrittori e scrittrici di sé e per gli altri.

Sostieni la LUA e scopri tutti i vantaggi di essere socio:

CONTATTI LUA
  • Piazza del Popolo, 5
    52031 Anghiari (AR)
  • (+39) 0575 788847
  • (+39) 0575 788847
  • segreteria@lua.it