RECENSORE: Roberto Scanarotti, .

Titolo: Spizzichi e bocconi.

Autore: Erri De Luca

Editore: Feltrinelli (Milano)

Anno edizione: 2022

Pagine: 192

ISBN: 978807 034930

di Erri De Luca

 

Frammenti di memoria per un viaggio nella sacralità del cibo. Lo intuisci subito, iniziando a leggere l’ultimo libro di Erri De Luca, che stai per confrontarti con qualcosa che richiamerà senz’altro il valore del rispetto.
“Il cibo è stato trattato con devozione da ogni popolo… Il cibo ha una storia spaventosa, eroica, miracolosa. La scrittura sacra contiene narrazioni di provviste dal cielo”, avverte già nell’incipit l’autore, precisando tuttavia che “Qui ci sono storie mie di bocconi e di bevande”, “storie di cibo familiare”.
Spizzichi e bocconi, in effetti, è un agile memoir autobiografico dedicato all’alimentazione, ma non è solo questo, perché accanto ai ricordi ci sono anche preziose e mai troppo ricordate informazioni sui cibi e sul rapporto che con essi intratteniamo: raccomandazioni e istruzioni per l’uso, insomma.
In libreria, a un primo sguardo, confesso che quell’idea di ospitare nel libro le annotazioni di un biologo nutrizionista mi aveva fatto pensare a un poco nobile espediente di marketing. Sia come sia, attratto da un autore che riesce sempre a intrigarmi, il libro però l’ho comprato e, devo dire, l’ho poi divorato con gusto, apprezzando nondimeno anche il controcanto proposto da Valerio Galasso con i suoi chiari interventi di ottimo divulgatore scientifico.
Cultura della memoria integrata con la cultura della nutrizione: le risonanze che il duetto letterato-scienziato offrono al lettore in questi spizzichi e bocconi spaziano dalle suggestioni narrative e filosofiche della scrittura autobiografica alle spiegazioni e ai consigli per un sano rapporto con il cibo. Ovviamente, con il rischio che dalla lettura possano sorgere eventuali sensi di colpa per qualcosa che riguarda personalmente chi legge.
Erri De Luca, uomo dalle molte vite e dalle molteplici storie, in questo libro ci parla di digiuno, di fame, sazietà e sete, ma anche di ragù, di pane e di vino, di latte e di pasta. E lo fa offrendo al lettore nient’altro che se stesso, cioè la propria memoria, in una narrazione che porta ad attraversare luoghi, incontrare persone e accogliere sentimenti. Dall’Himalaya all’Africa, da Torino a Belgrado, il bisogno e il piacere di mangiare (per vivere, sopravvivere, assaporare) sono le linee prospettiche lungo le quali si dirama il racconto. “All’osteria si mischiavano le generazioni, era stanza di popolo. Ogni avventore aveva un soprannome, il mio era il faina, perché mangiavo pollo lesso o due uova al tegame”; “Il mio ultimo bicchiere di latte intero l’ho bevuto a Erto, con Mauro Corona e Giuliano Fachiri”.
La scrittura di De Luca predilige la paratassi e si offre asciutta, essenziale, ricalcando il taglio stilistico schivo che è proprio dell’autore, e che qui appare molto appropriato a tenere a freno gli eccessi emotivi generati dal ricordo e da ogni possibile deriva retorica.
In questo suo nuovo raccontarsi che prende a pretesto il cibo, De Luca torna a parlare della madre e del padre. E “Li chiamo miei genitori – riflette nel capitolo Biografia alimentare –, ma nelle loro vite questo è un dettaglio aggiunto. Loro sono stati molto di più e di altro di questa definizione buona solo per noi figli”.
Dal dissodamento del ricordo emergono immagini e riflessioni di compagni e amici, e quella di una donna, Paola, e dei molti viaggi fatti insieme a lei. Autobiografia non è mai scrivere solo di sé, conferma Erri De Luca, ma è far rivivere gli altri. Anche gli oggetti trovano nuova attenzione e acquisiscono a loro volta una certa aura di sacralità, come accade con la paletta che la mamma utilizzava per le torte: “Prima di scriverne era l’ordinario arnese di una cucina dell’infanzia. La scrittura l’ha trasformata in una reliquia, riuscendo a ingrandire il dettaglio e a dare definizione a un contorno sbiadito”.
Completano il viaggio nella memoria del cibo, alcune ricette della nonna Emma e di sua madre Lillina, “da lei raccolte in nitida calligrafia”. Casatiello, ragù, pastiera, friarelli e baccalà. Alla fine ti vien voglia di sederti a tavola.

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