RECENSORE: Carmine Lazzarini, .

Titolo: Stirpe e vergogna.

Autore: Michela Marzano

Editore: Rizzoli (Milano)

Anno edizione: 2021

Pagine: 400

ISBN: 9788817159708

di Michela Marzano

Nel suo lungo racconto, diviso in quattro parti (Il disonore; La colpa; L’amnesia; Il riscatto), quasi come un sottotitolo, Michela Marzano pone le parole: “Fuggo da quando sono piccola. Fuggo dal mio passato. Fuggo dalla colpa. Ma qual è esattamente la mia colpa?” E il lettore è sollecitato a porsi un interrogativo: “Se l’autrice parla di colpa, per quale motivo nel titolo si evidenza la “vergogna”? Scriveva Wislawa Szymborska, nelle regole preventive per non ammalarsi: “Mantenere le distanze / dai pensieri tossici / dal senso di colpa / e dalla vergogna”.

Nel suo racconto il termine “vergogna” compare tra gli insulti lanciati contro di lei dall’estremismo di destra. “Oggi, sui social, i più virulenti nei miei confronti sono i fascisti. Fascisti, sì, con l’aquila romana o la croce celtica nel profilo e i post di Matteo Salvini o di Giorgia Meloni in bacheca, che mi chiamano “puttana comunista” e scrivono VERGOGNA; io che voglio distruggere la famiglia e poi, il giorno di Natale, posto una foto del presepe; io che, quand’ero in Parlamento, mi sono battuta per la legge delle unioni civili, e che poi oso dirmi credente. “Vergognati TROIA” (p.33). E gli insulti rimestano ricordi antichi, ancestrali.

Scrittrice troppo avvertita la Marzano per non sapere la distanza che corre tra i due concetti. Si ha così l’impressione che questa autobiografia, che parte sì da un problema di coerenza etica – lei “di sinistra” e “antifascista”, scopre che il nonno era stato uno “squadrista”, un fascista “della prima ora” e che il padre su ciò aveva mantenuto un assordante silenzio – in realtà intenda indagare un dramma ben più antico, profondo, addirittura arcaico, che ha provocato una lacerazione assai più profonda, connaturata alla sua esistenza, al suo corpo, alla sofferta coscienza di sé, la quale in passaggi cruciali della sua vita ha rischiato di sfigurarla, di portarla alla morte: anoressia e tentato suicidio.

E sì, perché la “vergogna” riguarda la percezione del proprio essere, non di un comportamento colpevole: ha a che fare col sentirsi deformati, sfigurati, non con la consapevolezza di aver fatto qualche cosa di male. Di un atto compiuto, o delle sue conseguenze, ci si può o ci si deve sentire in colpa, ma che si può fare quando si percepisce di essere un fallimento globale come soggetto, senza conoscere l’origine di questa lacerante consapevolezza? “Ma qual è esattamente la mia colpa?”, si chiede Michela. E’ da questa “ignoranza” che si genera la vergogna di una vita.

“Michela Marzano non esiste”. Questo l’inizio del suo testo, quando scopre che il suo nome in realtà è Maria. Con risonanze assai più profonde di quanto non indichi un semplice problema anagrafico: qui si narra la ricerca della sua identità più nascosta, sfaccettata, mutevole. E lo scontro perenne col padre, che gli è costato vent’anni di analisi. “Nomen omen, dicevano i Romani, convinti che nel nome di ogni persona fosse indicato il suo destino. Ma quale doveva essere il destino di mio padre? E il mio?” (p.17). L’autobiografia di Michela Marzano ci conduce così a ripercorrere le tappe della sua indagine, da quando scopre i primi indizi sul nonno fascista, avviata dalla scoperta che in famiglia si usava registrare i figli all’anagrafe con una pluralità di nomi. Che lei si chiama in verità Maria Michela Rosa, mentre a suo padre erano stati dati i nomi di Ferruccio, Michele, Arturo, Vittorio, Benito. Sì, proprio i nomi del re d’Italia e di Mussolini. E la zia? “Lo sapevi – chiede al padre – che tua sorella si chiamava Rosaria Giulia Giuseppina Rosetta Beatrice?” (p.380). E gli domanda da dove salta fuori quella “Beatrice”, di cui non esiste traccia nelle ave. Al che, ancora una volta il padre lascia cadere il discorso. Mentre la minuta caparbia Michela scruta, indaga, fa riemergere: una vera archeologa del sommerso. Anche con la scrittura vuole prendersi cura di sé. E così ricompaiono i cimeli familiari, gli attestati, le medaglie, le lettere, con i loro riferimenti diretti e indiretti a conquiste, a momenti di soddisfazione, dolori, ma anche a segreti custoditi con cura, che lasciano dietro di sé una scia di indizi.

La sua indagine è metodica, con consultazione di archivi comunali o statali, ma soprattutto familiari: “il nonno conservato tutto”, è un leitmotiv della sua “epopea generazionale”. Non si tratta però di una ricerca solo storico-biografica, ma di carattere assai più privato, intimo, da seduta psicanalitica. Anche il suo inconscio ha conservato tutto. Tanti i sogni, meglio, gli incubi, che la inseguono: i segnali che il suo inconscio intende presentare alla sua coscienza. Scrive l’autrice: “Ci sono identificazioni inconsce”, spiega la psicanalista francese Haydée Fainberg “che possono avvelenare l’esistenza.” Ci sono “oggetti storici” che ci portiamo dentro anche in assenza di ricordi”. E che ci spingono a trasformare in evento ciò che ci ha preceduto, talvolta addirittura a costruirlo per acquisire poi la nostra storia, modificandone il futuro” (p.384). Non a caso in un esergo cita Stephen King: “Denuda uno scrittore, indicagli tutte le sue cicatrici e saprà raccontarti la storia di ciascuna di esse, anche della più piccola. E dalle più grandi avrai romanzi, non amnesie”.

Tuttavia, oltre a questa consapevolezza personale, Michela Marzano intende giungere a una nuova coscienza collettiva. La scoperta della vita segreta del nonno Arturo, col suo fascismo convinto e il suo “cuore grande”, lo fa ritornare di nuovo in vita nel testo della nipote, “Nelle pagine di un romanzo che poi, forse, è anche la storia della nostra Italia” (p.385). Una comunità nazionale ha sempre più bisogno di prendere conoscenza delle proprie colpe e delle pagine vergognose, oltre che delle proprie bellezze. “Penso che non parlare di certe cose significa negarle. E che se si nega qualcosa è perché se ne ha vergogna. Penso che papà non ha mai voluto sentire questa vergogna. E che non averla voluta sentire abbia significato poi costruire un muro tra sé e gli altri: il male tutto da una parte, il bene dall’altra. E papà , sempre, dalla parte del bene. Mentre ammettere la propria storia significa ammettere le proprie fragilità e i propri dubbi, e smetterla di convincersi di essere sempre dalla parte del giusto” (p.295). Dovremmo sapere che ci si ammala ad inseguire la perfezione.

 

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