Elias Canetti.  Il frutto del fuoco. Storia di una vita (1921-1931), Il gioco degli occhi. Storia di una vita (1931-1937)

recensione a cura di Carmine Lazzarini

 
Ritengo che per gli appassionati lettori di autobiografie, e autobiografi, non possa mancare un viaggio straordinario nella vicenda esistenziale di Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura nel 1981, bulgaro d’origine, nato e cresciuto in una famiglia di ebrea sefardita, mentre la madre proveniva da una famiglia ebrea livornese. E’ un personaggio della cultura europea che emana un fascino particolare, anche perché la sua scrittura, come la sua concezione del mondo, non sono facilmente classificabili. Narratore? Antropologo? Sociologo? Studioso di miti? di psicologia di massa? Influenzato più dalla grande letteratura russa, da Gogol a Dostoevskij, o dalla Epopea di Gilgames, l’eroe antichissimo che viaggia nelle acque della morte per giungere alla vita eterna? Non è da tutti aver conosciuto direttamente Bertold Brecht, Isaak Babel’, Georg Grosz, Robert Musil, Alan Berg, il grande musicista Mahler, dei quali lasciò, come di molti altri, ritratti indimenticabili, nella Berlino e la Vienna degli anni ’20 e ’30.
Sicuramente un grande biografo ritrattista e autobiografo, la cui storia di vita, divisa in quattro parti, è riproposta quest’anno da Adelphi in e-Book, con la pubblicazione della II parte (Il frutto del fuoco. Storia di una vita (1921-1931) e della III ( Il gioco degli occhi. Storia di una vita (1931-1937)). La prima, era apparsa nel nostro paese nel 1980 (La lingua salvata. Storia di una giovinezza), e la quarta nel 2005 (Party sotto le bombe. Gli anni inglesi (1931-1938)). Veri e propri classici delle storie di vita, in quanto Canetti, dopo aver scandagliato miti, fiabe, storie, narrazioni di ogni parte del mondo, decide di raccontare (e capire) la storia di sé, della sua famiglia, delle sue origini, come fondamento della comprensione del mondo, che in ogni caso rimangono misteri irrisolti.
Un autore che scrivendo la propria storia di vita scopre la sua peculiare individualità: la rivolta contro il finire delle cose, soprattutto delle persone conosciute, illustri e non illustri. Un pensiero fisso da quando, bambino, sua madre lo rimproverò urlando: “«Tu giochi, giochi e tuo padre è morto! Tuo padre è morto!”». La sua ribellione contro la morte nasce da una concezione anticonsolatoria, che permea la cultura e la religione da duemila anni a questa parte. Da qui le migliaia di pagine di appunti, ritratti, annotazioni (più di diecimila ancora da pubblicare), per salvare le persone, la vita: «noi viviamo davvero dei morti. Non oso pensare che cosa saremmo senza di loro». E il ricordo, con la sua salvezza attraverso la scrittura, è davvero il protagonista delle sue migliaia di pagine, scritte a matita, lapis sempre ben “affilati”, che gli danno sicurezza assoluta. L’autobiografia è la sua vera arma contro la dissoluzione.

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