Eugenio BorgnaProtagonisti Festival 2018

    Dialogo con un maestro: Eugenio Borgna

    Novara, 10 Agosto 2017

    Sono molto emozionata al pensiero che, tra poco, giungerò a casa del prof. Eugenio Borgna per intervistarlo. Credo di aver attraversato, durante il viaggio, tutto l’arcipelago delle emozioni, tra le luci e le penombre, di cui il professore ha scritto in uno dei suoi bellissimi saggi.

    Sono arrivata davanti alla sua casa affacciata sul verde. Sono le dieci del mattino, almeno non sono in ritardo! Suono il campanello, ormai il passo è fatto. Il professore apre la porta e mi accoglie con un sorriso ed una calorosa stretta di mano,  mi domanda del viaggio.  Mi fa entrare in una stanza molto luminosa e resto incantata per i tanti libri che contiene, ma ancor  più mi colpiscono il suo  sguardo profondo e mite e i suoi gesti lenti e gentili.

    Ci accomodiamo su un divano ed iniziamo la nostra conversazione.

    Prof. Borgna, prima di tutto desidero ringraziarla. Quando al Corso di formazione presso la Libera Università dell’Autobiografia di cui le ho parlato al telefono mi è stato chiesto di fare un’intervista ad una persona che considero oggi un maestro, ho pensato subito a lei. Ho letto molti dei suoi libri con grande interesse  e condivido quei principi di fondo che animano il suo modo di intendere la psichiatria.  Avrebbe anche potuto non concedermi questo incontro, invece l’ha fatto, dunque, grazie!

     E’ un piacere!

    So che gli appellativi  come,  appunto, “maestro” o “guru”, con cui talvolta la stampa ha parlato riferendosi a lei non sono di suo gradimento e comprendo il suo punto di vista. Mi piacerebbe molto  se, dialogando insieme a partire anche da quanto ha scritto nei suoi libri, riuscisse a farmi partecipe della sua visione riguardo alla figura dello psichiatra, del medico e, più in generale, di chiunque operi in una relazione d’aiuto:  insegnante, avvocato, assistente sociale, figura spirituale …

    Sì, è vero, circa cinque anni fa un titolo di Panorama mi aveva definito “il guru della psichiatria italiana”. L‘ho trovata una definizione quanto mai infelice, assurda, intollerabile, quanto mai lontana non dico mille miglia ma astralmente da me. Talmente inconciliabile, talmente inaccettabile, come avevo dichiarato in un’intervista con Luciana Sica per Repubblica. Non sono un guru e non ho, non voglio proseliti. Pensi che, anche con i pazienti, tendo a non dare  consigli, a non fare domande. Tendo, se ci riesco, a fare in modo che chi sta male, riesca a dire le cose che sente e se le sente, perché non sono un poliziotto come tanti psichiatri o psicologi che fanno domande in continuazione perdendo di vista il rapporto terapeutico e la relazione. Per cui, i consigli possono essere solo quelli che vengono dalla testimonianza, dall’esperienza, dagli studi e dai libri di alcuni importanti psichiatri o filosofi fra i quali Basaglia o Jaspers (pur nella complessità dei suoi scritti).

    Ricordo di aver letto una sua intervista successiva al suo intervento al Festival di Pordenonelegge con  Alessandro Tonon, in cui lei si era espresso più o meno in questi termini

    Il prof. Borgna, sorridendo:

    Si è preparata benissimo!

    Ho letto tutte le interviste che ho trovato in rete, anche per non annoiarla ripetendo le stesse domande! Dunque, mi sembra che si stia già iniziando a delineare questa figura di “maestro”: una persona che non si ritiene un “guru”, che non dà consigli, che addirittura limita al massimo le domande per far sì che al centro ci sia chi sta male, con il suo racconto o il suo silenzio, in una relazione terapeutica con il medico.  I “consigli” in definitiva possono essere solo le parole di altri maestri, parole non astratte ma dettate dalla loro esperienza di vita e dalla loro profonda cultura. In molti dei suoi libri lei si sofferma sull’importanza dell’ascolto, dell’attenzione da parte del medico

     In “Responsabilità e speranza” mi sono espresso in modo molto chiaro riguardo alla figura del medico. Un medico non ha solo responsabilità civili e penali, ma è responsabile dei modi, delle parole, dei silenzi e dei gesti, dell’attenzione con cui saluta i pazienti, li guarda, raccoglie la cartella clinica, ne prescrive gli esami, e la cura, e non può non avere coscienza dell’importanza che questo ha nel dilatare le aree di dialogo e di cura, nelle diverse forme di sofferenza umana, così facilmente trascurate in questa nostra epoca dalle tecnologie trionfanti, che tendono a considerare inutile l’attenzione agli aspetti psicologici della malattia. E’ così facile che il medico non abbia tempo …

    Il tema del tempo è al centro di molte delle sue pagine.

    In un colloquio terapeutico è importante non farsi stritolare dai tempi inflessibili dell’orologio. Per alcuni pazienti può, talvolta, essere sufficiente in un determinato momento, una semplice stretta di mano, per altri occorre almeno un’ora  perché il dolore trovi le parole per dirsi. Ma, come lei mi chiedeva, allargando la visuale, anche a scuola, ad esempio, non si consacra tempo all’ascolto dell’insicurezza e della timidezza degli studenti, ci si concentra solo sui risultati; non si coglie la richiesta d’aiuto che c’è dietro un cattivo rendimento scolastico. Gli insegnanti tengono conto delle componenti intellettive, ma non di quelle emozionali, che spesso sono determinanti nell’andamento scolastico di uno studente. Tornando all’ambito della medicina, sempre per motivi di fretta spesso si ricorre agli psicofarmaci piuttosto che all’ascolto.

    Quindi è fondamentale, in una relazione d’aiuto, mettere a disposizione il proprio tempo

     Certamente, ma è importante anche darsi tempo. Nel mio libro La solitudine dell’anima, in particolare, ho parlato della necessità di coltivare la nostra interiorità e di recuperare una dimensione più creativa. Esiste una solitudine feconda, fertile, che può rigenerarci e che  è profondamente diversa dall’isolamento, in cui si è come muti e distaccati involontariamente dal mondo. E quindi di importanza fondamentale cercare momenti d solitudine.  In interiore homine habitat veritas”, dice Agostino: dentro di noi esistono fresche sorgenti,  coperte però dai detriti dell’abitudine, della fretta, del rumore, della incapacità della preghiera. Il pozzo è in noi, colmo di acqua freschissima, ma è contaminato dalla paura di guardare dentro di noi.

    Lei dove ricerca e dove trova questi momenti di solitudine?

    Nella lettura e nella scrittura. Mi reco spesso, inoltre, nel monastero benedettino a San Giulio, sul lago d’Orta.

    Crede in Dio?

    Credo in senso pascaliano all’idea del mistero. Non credo a un Dio razionale che ordina il mondo. Oltretutto, visti i risultati, sarebbe stato un pessimo architetto. Ciascuno deve fare bene il proprio lavoro.

    Un altro aspetto fondamentale a cui alludeva poco fa, accennando anche alla scuola,  è la tendenza a trascurare  gli aspetti più emozionali degli studenti, come l’insicurezza e la timidezza, che sono caratteristiche che rimandano alla fragilità, a questa condizione umana a cui lei ha dedicato un saggio significativo.

    Fragilità, timidezza, ansia, paura sono diverse forme di ricchezza umana, spesso presenti in un adolescente o in un bambino. Forme che bisogna rispettare, interpretare e spiegare ai bambini: – Sì, si può balbettare, essere timidi e insicuri- senza che questi siano elementi da cancellare. Patologica è invece quella vita infantile nella quale siano soppresse queste forme, o dove i bambini siano invitati a considerare i propri sentimenti come se fossero malattie o disturbi dai quali fuggire. Non solo insegnanti e genitori sono spesso fonte di anticura, di anti educazione, ma, anche i mass media che esaltano bellezza, forza, sicurezza, freddezza: i migliori sono i più freddi agli altri perché risucchiati dal raggiungimento della meta che viene loro proposta, fare i temi migliori anche nella vita. La fragilità fa parte della vita. La fragilità, negli slogan mondani dominanti, è l’immagine della debolezza inutile e antiquata, immatura e malata, inconsistente e destituita di senso; e invece nella fragilità si nascondono valori di sensibilità e di delicatezza, di gentilezza estenuata e di dignità, di intuizione dell’indicibile e dell’invisibile che sono nella vita, e che consentono di immedesimarci con più facilità e con più passione negli stati d’animo e nelle emozioni, nei modi d’essere esistenziali degli altri da noi. La coscienza della mia fragilità, inoltre, non mi consentirebbe di sopravvalutare il valore delle mie azioni, delle mie decisioni, e mi farebbe entrare in un dialogo senza fine con il mondo dei valori che sono negli altri.

    Un medico, dunque, e anche chiunque operi in una relazione d’aiuto, deve essere consapevole della propria fragilità, in un certo senso deve saper abbracciarla

    Esattamente. Personalmente, ho attraversato momenti dolorosi di depressione, in particolare dopo la morte di mia moglie Milena, compagna di una vita. Era una psichiatra infantile e aveva un carattere molto dolce. Sento ancora molto la sua mancanza. (int. Dott. Daniela Grazioli). Oggi queste sono considerate ferite da normalizzare frettolosamente, che non si conciliano con i paradigmi trionfanti della nostra epoca, come dicevo, siamo intimoriti e infastiditi dalla fragilità che pure, insieme all’ardente dolore, aggiunge spesso una profonda ricchezza alle nostre vite. Un’ ulteriore considerazione mi viene in mente: è un peccato che la formazione dei medici e degli infermieri oggi non sia sempre adeguata. Si assumono quelli più risoluti e tecnicamente più preparati, mentre le persone migliori per lavorare, ad esempio, in un ospedale psichiatrico sono quelle fragili: un medico che conosce la fragilità non aggredirà mai un paziente e cercherà di comprenderne i problemi. (int. Su Sette, marzo 2016) . Non bisogna stancarsi mai di ascoltare il timbro della fragilità che vibra, in particolare, nelle adolescenze folgorate dalla timidezza: cose, queste, che le famiglie, la scuola e la psichiatria dovrebbero sempre fare. Non c’è timidezza che non si accompagni a sensibilità e a insicurezza, e questa forma di vita è considerata come antiquata e inutile, dannosa e ai confini di un handicap e tuttavia quanti rischi e quanta violenza si nascondono nella sicurezza di sé mai incrinata dal dubbio e dalla riflessione sui propri limiti. Non si può fare psichiatria senza essere accompagnati, forse, almeno da qualche traccia di insicurezza, e di ininterrotta riflessione sul senso, e sul nonsenso, delle parole che si dicono e delle cose che si fanno.

    Quanto sono importanti le parole?

    Le parole sono dotate di un immenso potere: sono in grado di aiutare, di indicare un cammino, di recare la speranza, o la disperazione. Ci sono parole che curano, e ampliano gli orizzonti della speranza, e ci sono parole che feriscono e lacerano l’anima. Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a se stante, ma sono anche creature viventi, e di questo non sempre siamo consapevoli nelle nostre giornate divorate dalla fretta e dalla distrazione, dalla noncuranza e dalla indifferenza, che ci portano a considerare le parole solo come strumenti, come modi aridi e interscambiabili di comunicare i nostri pensieri. Ma le parole che ci salvano non sono facili da rintracciare, faticoso e febbrile è il lavoro necessario nel trovare parole che facciano del bene. La prodigiosa avanzata delle tecnologie consente di giungere alla conoscenza delle malattie, somatiche in particolare, alla diagnosi e alla indicazione delle cure, con una rapidità inimmaginabile nel passato: ma questo avviene, o rischia di avvenire, senza tenere presente la persona malata, le sue risonanze psicologiche e umane al dolore, e alla malattia, che sono così importanti nella evoluzione clinica, e nella cura.

    Come si fa a trovare le parole giuste da dire?

    Occorre tempo, pazienza, ascolto, umiltà: insomma, le parole che non fanno male, che aiutano le persone che sono nel dolore, o nella disperazione, non le troveremo mai se non siamo capaci di immedesimarci nelle loro emozioni, e di riviverle per quanto è possibile dentro di noi. Non ci sono ricette, non ci sono consigli, in questo campo, ed è solo necessario affidarsi alle antenne leggere della intuizione e della sensibilità personali. Ci sono psichiatri e psicologi che non le hanno, e persone semplici che le hanno: sono antenne almeno in parte innate, ma educabili, più o meno, in ciascuno di noi. Certo, occorre anzitutto evitare parole banali, ambigue e indifferenti, glaciali e astratte, crudeli e anonime. Le parole giuste insomma non possono se non essere quelle gentili silenziose che non rimarcano le differenze, ma colgono le affinità, immaginando quali parole vorremmo sentire dagli altri se fossimo noi a stare male e ad avere bisogno delle parole giuste. Costa fatica, costa tempo, questa educazione alla partecipazione ai pensieri e alle emozioni degli altri, ma è dovere, dovere inalienabile, farlo anche nella vita di ogni giorno; e quante infelicità, quante sofferenze, si eviterebbero, e quante speranze animerebbero le relazioni di cura.

     

    Bisogna quindi, in pratica, ascoltare con attenzione, affidarsi alla propria sensibilità cercando di auto-educarla sempre più e provare a mettersi, per quanto possibile,  nei panni dell’altro

    Sì, parlando di giovani, ad esempio, la sola cosa concreta che si può dire è che quanto più una madre, un padre ma anche uno psichiatra sa rivivere quello che è stata per lui o per lei l’adolescenza, quanto più ha memoria per ricordare quali emozioni e sentimenti ha provato in quel periodo, tanto più troverà delle sonde terapeutiche per avvicinarsi ai ragazzi e alle ragazze.

    L’importanza della memoria, del ricordo della propria storia per l’acquisizione di una maggiore autoconsapevolezza e, di conseguenza, di una maggiore capacità di lettura della realtà e di comprensione delle storie degli altri, tanto più di coloro che sono anagraficamente più indietro nel cammino della vita, è proprio al centro delle attività che hanno luogo alla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari.

    Leggendo i suoi libri, è impossibile non notare quanto, ai suoi occhi, sia stato e sia importante il contributo della Letteratura, della poesia, per la psichiatria

    La psichiatria, quando si confronta con le grandi emozioni della vita, ha bisogno della poesia (lo vorrei ancora ripetere) se vuole cogliere la palpitante dimensione umana delle esperienze con cui senza fine si confronta. Le aree tematiche della psichiatria si sono a mano a mano nel corso del tempo allargate, non occupandosi più solo dei disturbi psichici, della sofferenza psichica, della follia, ma anche della comprensione e della interpretazione di esperienze psicologiche e umane, di ferite dell’anima, di radicale importanza nella vita. Sono aree tematiche che i miei libri hanno cercato di descrivere e di analizzare in alcuni loro aspetti sulla scia delle loro esperienze di vita in psichiatria in una clinica universitaria, quella di Milano, in un ospedale psichiatrico e in un servizio di psichiatria ospedaliero, quelli di Novara.

    Può provare a spiegare quale può essere il contributo della poesia?

    Ci sono momenti in cui, andando alla ricerca di una forma di comunicazione che porti alla luce le nostre emozioni più profonde e più arcane, sentiamo come questa non possa se non essere la comunicazione mediata dalla parola poetica. Solo rileggendo, e tenendo nel cuore, alcune poesie, alcuni frammenti poetici, le nostre indistinte emozioni si chiariscono in noi, e si fanno riconoscibili nella loro concretezza, e nella loro comunicabilità. Ma non è forse per questo che la psichiatria, quella fenomenologica, già agli inizi della sua storia, si è richiamata alla poesia al fine di rendere dicibili il dolore e la tristezza, la gioia e la tenerezza, che fanno parte della sofferenza psichica? Cosa sia la poesia, come essa smuova i ghiacciai delle nostre distrazioni e della nostra impossibilità a dare voce alle nostre emozioni, è tema sconfinato e problematico, e solo brevemente vorrei citare il frammento di un discorso di Virginia Woolf, che da una vita mi accompagna con i suoi romanzi e con i suoi saggi: “L’effetto della poesia è così forte e diretto che per un attimo non esiste altra sensazione che quella prodotta dalla poesia stessa. Che profondi abissi visitiamo allora, com’è improvvisa e totale la nostra immersione! Qui non ci possiamo aggrappare a nulla; non c’è niente che contenga il nostro volo”

    Nelle sue pagine ho ritrovato tanti autori e autrici le cui parole anch’io, per usare la sua espressione,  “tengo nel cuore”:  Emily Dickinson, Virginia Woolf,  Simone Weil, Etty Hillesum, R.M. Rilke, Agostino, Leopardi e molti, molti altri poeti. Davvero, come scriveva Virginia Woolf, “Il poeta è sempre nostro contemporaneo”.

    Oltre all’importanza della parola, e delle parole letterarie, vorrei affrontare insieme a lei anche il tema del silenzio

    E’ un tema di vitale importanza. Spesso, superficialmente, si è tentati di   guardare al silenzio come a un modo di essere inutile e negativo, e alla parola come a un modo di essere sfolgorante e positivo. Ma dovremmo sapere che nella vita non tutto è dicibile, non tutto è esprimibile; e non dovremmo illuderci di poter spiegare i pensieri che abbiamo, e le emozioni che proviamo, con le sole parole chiare e distinte. La parola che tace è talora più importante della parola che parla. Sono cose che dice Etty Hillesum nel suo bellissimo diario scritto nel campo di concentramento olandese di Westerbork: ‘Bisogna sempre più risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle poche parole che ci sono necessarie, per riconoscerci e per riconoscere cosa c’è nell’altro. Questa nuova forma di espressione deve maturare nel silenzio. ’Cosa si nasconde nel silenzio di una paziente, o di un paziente, che chiedono aiuto, e non hanno le parole che dicano la loro inquietudine e la loro angoscia, il loro desiderio di morire, le loro allucinazioni e le loro esperienze deliranti? Il silenzio entra a far parte non solo di alcune forme di sofferenza psichica, ma di ogni forma di vita normale. Nelle famiglie e nelle scuole non sempre si riescono a tollerare i silenzi degli adolescenti, talora imprigionati nelle loro angosce, nelle loro attese ferite, nelle loro solitudini e nei loro sogni. Non è facile, e talora non è possibile, decifrare i significati che il silenzio ha in sé, e che riemergono solo quando la intuizione, la grazia dell’intuizione, ci aiuti a coglierli nella loro nascosta ragion d’essere; e la intuizione è la inclinazione del cuore che non ha nulla a che fare con la cultura e la formazione culturale di una persona, ma con la sua sensibilità, e la sua fragilità.

    Ancora una volta, dunque lei sottolinea l’importanza della sensibilità, della cura della propria umanità, soprattutto, appunto, se si è figure di riferimento come medici, psichiatri  o insegnanti

    Pensando al mondo della scuola, direi che non si può insegnare se non si è accompagnati da grandi risorse interiori che consentano d intuire quando parlare, e quando tacere, quando siano necessarie parole razionali, e quando parole emozionali, quando associare al linguaggio delle parole il linguaggio del corpo vivente, quello del volto e degli sguardi, del sorriso e della accoglienza, e quando non farlo. Non dico che sia facile, e talora non è nemmeno possibile, ma (ancora una volta) la cosa davvero importante è pensare a questi problemi, che abitualmente non ci sfiorano nemmeno. Tornando al mondo della psichiatria, negli anni della mia professione ho capito che o si tenta di rivivere le cause del dolore e dell’angoscia degli altri, con tutte le risonanze e i rischi personali, oppure si è destinati al fallimento.

    Che cosa, quindi, la fa sentire soddisfatto del suo lavoro?

    Il sorriso di un paziente reduce dalla depressione che vede uno spiraglio.

    Dare qualcosa di noi agli altri ha un enorme significato terapeutico e psicologico. La riconoscenza che devo ai pazienti e alle pazienti che vedo e che continuo a vedere non è una forma retorica: spesso chi ascolta riceve più aiuto da chi viene ascoltato. Sono cose che sono scritte nei grandi testi di psichiatria.

    Gentilissimo professore, anche con me ha mostrato di non guardare le lancette dell’orologio e mi ha concesso davvero molto tempo.

    Un po’ mi dispiace che questa intervista sia solo immaginaria. Ma credo che, se fosse avvenuta, le sue parole sarebbero state più o meno queste, è d’accordo? Anche perché, per la maggior parte, le sue risposte sono esattamente e fedelmente riprese dai suoi testi o da sue interviste, che ho, spero opportunamente, combinato

    Non posso che darle ragione!

    Ho avuto il piacere di incontrarla e di parlare un po’, realmente, con lei, il 2 aprile 2014, dopo una sua conferenza alla Biblioteca delle Oblate a Firenze, quando stava presentando il suo ultimo libro di allora, La dignità ferita. Alla fine, molte persone si fermarono, chi per un autografo, chi per una parola; io la osservavo e vedevo come con tutti era attento e paziente. Ero venuta alla conferenza con un amico. Aspettammo e fummo gli ultimi a parlare con lei e, benché breve, dato il contesto e l’ora tarda, non fu una conversazione superficiale, né frettolosa,  restai colpita dalla sua gentilezza e umanità. Un’umanità che ho ritrovato leggendo i suoi libri, che mi hanno consentito di dialogare con me stessa, su temi che mi stanno profondamente a cuore, che mi toccano visceralmente. Credo che sia questo, in ultima analisi, il compito di un vero maestro: aprire domande e portare ad un dialogo interiore.

    Quindi grazie, maestro, e grazie anche alla Libera, maestra, per questa nuova e originale occasione di autoconoscenza e di formazione.

    Prato, 29/8/2017
    Teresa Ramunno

     

    BIBLIOGRAFIA

    • Borgna, Responsabilità e speranza, Einaudi, 2016
    • Borgna, La fragilità che è in noi, Einaudi, 2014
    • Borgna, Parlarsi, Einaudi, 2015
    • Borgna, L’arcipelago delle emozioni, Feltrinelli, 2001
    • Eugenio Borgna, La solitudine dell’anima, 2011
    • Borgna, La dignità ferita, Feltrinelli, 2014
    • Borgna, Le passioni fragili, Feltrinelli, 2017

     

    INTERVISTE

    • Antonio Gnoli, Eugenio Borgna: “L’anima non guarisce mai del tutto, le resta sempre accanto un’ombra”, in it, 26 maggio 2014
    • Intervista a Eugenio Borgna, pubblicata su Sette, Corriere della Sera, 25 marzo 2016
    • Luciana Sica, Eugenio Borgna, La solitudine dell’anima, in La Repubblica, 18/01/2011
    • Alessandro Tonon, Intervista a Eugenio Borgna: tra psichiatria e filosofia, 30/10/2016, fonte: Internet
    • Rodolfo Casadei, Il mendicante, la sofferenza e la ricerca dell’infinito. Grande intervista a Eugenio Borgna, 28 /6/2015, fonte: Internet
    • Asia (associazione Spazio Interiore Ambiente) : Intervista a Eugenio Borgna, 20 /7 /2007
    • Marcello Giordani, La passeggiata sui baluardi con lo psichiatra Borgna: Oggi non sappiamo più ascoltare chi soffre, 18/ 01/ 2016, fonte Internet
    • Stefania Berbenni, Lo psichiatra Eugenio Borgna: il lato buono della paura, in Panorama, 26/ 6/2014
    • ssa Daniela Grazioli, Intervista a Eugenio Borgna, Depressione, fonte Internet
    • Intervista su “Azione”, settimanale della Svizzera italiana, fonte Internet
    • Claudia Furlanetto, Intervista a Eugenio Borgna attorno al libro La comunicazione perduta, Pordenonelegge, 2015
    • Marina Corradi, Occidente, il tempo del silenzio (intervista a Eugenio Borgna), Avvenire, 30/ 9 /2009
    • Valeria Pini, Gioventù bruciata, come aiutare gli adolescenti tristi ammalati di fragilità, Repubblica.it, 23/5/2017
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