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di Duccio Demetrio

Le parole dell’ autobiografia

    •    Passato 
La scrittura autobiografica si fonda sul passato. Sfata la convinzione che noi si viva solamente nel presente, nelle sue felicità o drammatiche ferite. Siamo il nostro passato anche quando non vorremmo più fare i conti con lui; desidereremmo dimenticarlo per sempre. Il passato, ci può perseguitare, far gioire e desiderare il presente e il futuro. Accoglierlo, accettarlo è uno degli scopi della scrittura autobiografica. La sua è una dimensione esistenziale, indica la totalità del nostro essere stati ed essere, si impiccia del nostro futuro anche quando preferiremmo di no. La sua lingua è ora poetica, ora drammatica; ora dolcissima e malinconica, ora preziosa ora maligna. Insomma, se siamo in fuga da noi stessi, se non vogliamo rivisitare quello che ci è accaduto affidandoci alla scrittura, tra ragioni e sentimenti,  meglio sarà sceglieremo di dedicarci ad una scrittura creativa, fantasiosa, piuttosto che affrontare con coraggio, trasfigurandoli con la penna, i fatti che hanno marcato indelebilmente la nostra storia.

    •    Memoria
La memoria nell’ antichità classica era considerata una dea ( Mnémosine), era la madre di ogni arte. Poiché i nostri talenti – per i greci – oltre ad essere un dono degli dei affondavano nelle radici, nel passato, di chi ci aveva preceduto. La memoria era considerato un destino fecondo, fortunato, generativo: chi avesse accettato di raccoglierlo, talvolta di riscattarlo, in premio avrebbe ricevuto il dono, oltre che della fama, di sapere quale fosse il proprio destino. Le memorie sono molte: nella nostra mente vanno e vengono a seconda delle esigenze pratiche del presente o della rievocazione autobiografica: sono di tipo emotivo, sensoriale, fattuale, relazionale…La scrittura in solitudine o quando ci si affidi ad un laboratorio di scrittura ( come quello che per il secondo anno terrò al Circolo dei lettori da gennaio ), si incarica di farci sperimentare questa tipologia, ma soprattutto è affascinante e entusiasmante offrire alle diverse memorie trame, intrecci, plot. Il suo compito è  dunque di carattere ri-compositivo. Un’ operazione, questa,  che se soltanto mentale o orale, se di una certa complessità, è destinata all’ insuccesso. Ed è in questo processo di riorganizzazione narrativa, romanzesca,  autoanalitica dei nostri vissuti che man mano dalle pagine affiora il nostro profilo. Scopriremo che se anche esse non saranno mai  la copia esatta di quel che crediamo di essere, ci assomiglieranno non poco.

3 Altro

Nel corso del nostro scrivere la nozione di Altro, assume significati diversi: ci sono gli altri, innanzitutto, il nostro prossimo. Ogni storia è legata a chi ci ha nutrito, educato, insegnato a camminare a leggere e a scrivere, ad amare, a credere e via dicendo. In una certa misura un’ autobiografia, pur affidata alla sensibilità e al discernimento di un Io narrante, assume quasi sempre un valore corale. Affiorano volti dal passato, gli incontri fatali, gli affetti, le fedeltà e i tradimenti, le colpe e le espiazioni dei quali gli altri sono stati responsabili o rispetto alle cui vite abbiamo avuto un peso. Gli altri sono il banco di prova della nostra  maturazione umana, del nostro altruismo, piuttosto che del nostro egocentrismo e narcisismo. Ma, con questo concetto, dobbiamo anche intendere, i tanti momenti “altri” della nostra vita: mi riferisco a tutto quanto è rimasto enigmatico, non abbiamo ben compreso, irrisolto, misterioso. Mi avvalgo di un esempio: amori perduti e mancati, scelte disattese, cose rimaste avvolte tra le nebbie dei ricordi. L’ altro, insomma, è tutto quanto non siamo riusciti ben a capire, a definire, a possedere, a desiderare. In una autobiografia, anche questi lati oscuri, queste ombre, queste domande inevase e inquietanti contano non poco e con esse non fa male confrontarsi, sfidandole mutandole in storie dedicate ai nostri incontri, appunto, con l’ Altro.

4 Parola

Le parole ( scritte ) sono l’ anima più autentica dell’ autobiografia. Non v’ è dubbio che possiamo raccontarci usando anche altri mezzi espressivi: il corpo, la fotografia, la musica, la pittura… Tuttavia se vogliamo essere coerenti con questo genere narrativo ( e qualche volta anche letterario ) è al termine Gràphein ( scrivere ), che dobbiamo il merito di consentirci di recapitolare  nella consapevolezza e nella coscienza di essere esistiti la nostra storia, anzi le tante storie che abbiamo interpretato in una realtà di cui sovente ci sfuggivano possibilità e limiti: unica comunque sempre; simile a quella di tanti altri, in assoluto però soltanto nostra. Sono le parole scritte quindi, che potranno in seguito essere lette o ascoltate. Però  redatte da noi in prima persona, nell’ orgoglio di saperle agire, muovere a piacere, andare a cercarle, affinarle, correggerle finalmente anche senza maestri. Sono parole che aiutano chi decide di scrivere perché ha bisogno di ritrovare il filo della sua intricata matassa; parole che ci fanno sentire autori, ancora con un filo di energia e di attaccamento alla vita. Scopriamo così che scrivere è arte della cura, talvolta persino una via terapeutica. Secondo la lezione filosofica più antica: terapia come coltivazione di sé, della propria anima, del proprio presente afflitto nel quale facciamo posto, sempre, al passato allo scopo di liberarcene, paradossalmente, però trattenendolo sulla carta..

    •    Oblio
Oblio, obliare, obliato: sostantivo, verbo, aggettivo. Dobbiamo considerarle tutte e tre queste parole: rappresentano gli avversari dannosi che attentano imperterriti ai benefici di Mnémosine, come ho sottolineato. L’ oblio non è la smemoratezza, inutile è tentare di arginarlo, di uscirne vincitori. Noi dimentichiamo, ed anche per nostra fortuna e salvezza; in caso contrario il perdono, la misericordia, la riconciliazione sarebbero eventi impossibili. Nella grande sua caverna ( l’ inconscio?) finiscono i giorni, le persone conosciute, i nostri atti e misfatti,  che siamo ben contenti di obliare. L’ oblio ( anch’ esso una divinità: Lete ) è amico e nemico al contempo: ci impedisce di racimolare ricordi e rimembranze, quando cerchiamo la materia necessaria per la scrittura autobiografica. Però nondimeno la sua ineliminabile presenza e voracità;  ci aiuta, diceva Marguerite Yourcenar, a scolpire la nostra storia. Ci pensa lui a aiutarci a scoprire quanto di più essenziale è importante scrivere. I fatti quindi obliati, e irrecuperabili, occorre accettare che restino la zavorra che abbiamo buttato a mare, coscienti o meno. Può darsi, qualche volta, che la penna riesca a riportarli a galla, misteriosamente, e allora sarà una gran festa offrire il nostro libro alla dea della memoria.

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