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Sulla “Lettura”, inserto del Corriere della Sera del 5 aprile 2020, è comparsa una bella e lunga intervista a Edgar Morin, uno dei pensatori più importanti del nostro tempo che ha dedicato molte opere con acume e sensibilità ai temi dell’educazione e della formazione. Iniziatore del “pensiero complesso”, ossia della necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di educare gli educatori ad un pensiero della complessità. Si tratta di una riforma che riguarda la nostra attitudine a organizzare la conoscenza. Per spiegare questo concetto Morin richiama una frase di Michel de Montaigne: “È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”. Egli perciò distingue tra “una testa nella quale il sapere è accumulato e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso” e una “testa ben fatta”, che comporta “un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi; principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso”. Secondo Morin, una “testa ben fatta” consentirebbe di rispondere alle formidabili sfide della globalità e della complessità nella vita quotidiana, sociale, politica, nazionale e mondiale.
Ricordiamo tra i moltissimi libri da lui scritti, oltre a La testa ben fatta (2000) anche I sette saperi necessari all’educazione del futuro (2001). Come cultori di autobiografia:  I miei demoni (1999), un racconto-saggio nel quale lo scrittore, lo storico e il pensatore si fondono. Vi si ritrova lo sguardo del sociologo attento agli eventi del presente, quello dell’antropologo che si rivolge al mito e all’immaginario e infine quello dell’autore de “Il metodo”, per la quale la complessità è diventata la sfida che l’animo umano deve affrontare. Un affresco nel quale la vita dell’uomo e la storia si uniscono sintetizzando la crisi di un secolo.; ma anche il delizioso libro di memorie La mia Parigi, i miei ricordi (2013).
(Anna Maria Pedretti)

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