Con questo testo di Andrea Sciffo, poeta e scrittore, che ringraziamo per questo suo contributo al progetto “Scrivere di sé ai tempi del coronavirus” lanciato dalla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, avviamo la condivisione di scritture donate a tutti noi.
“DISP. = Il dispiacere di non sentire nell’aria il profumo della pioggia che bagna la terra. Il dispiacere di svegliarsi al mattino, e il rombo delle macchine sovrasta il silenzio, distrugge il fresco dove gli uccelli cantano senza essere uditi. Il dispiacere di non poter ascoltare le foglie frusciare se soffia il vento caldo di mezzogiorno; e non percepire sulla pelle la brezza leggera che mormora quando l’ombra è sullo sterrato rovente dei cortili, quando l’onda s’infrange sulla spiaggia deserta. Il dispiacere di non sentire nel silenzio quando ronza l’insetto, frullano delle ali, la fontana sgorga un suono acqueo cristallino. Il dispiacere di non poter pranzare tutti insieme, la famiglia più larga con il parente e l’ospite: dopo aver scambiato due parole col vicino di casa. Il dispiacere di non vedere la propria amata tutto il giorno, i figli crescere, impercettibilmente i propri vecchi invecchiare. Il dispiacere di non poter vivere di lavoro onesto delle proprie mani, collaborando, cooperando, andando d’accordo con quelli con cui si lavora. Il dispiacere di non potersi guardare attorno e dire «sin dove arriva il mio sguardo, mi sento a casa tra chi conosco: ma più in là ci sono altri, che sicuramente mi saranno amici». Il dispiacere di non sentir passare il tempo e la giornata, perché il pomeriggio sembra lungo ma il tramonto viene di sorpresa e si sente un suono muto che chiede di interrompere la fatica. Il dispiacere di non poter più rincasare davvero, senza portarsi dentro il veleno del giorno. Il dispiacere di non essere mai davvero soli e mai davvero in compagnia. Il dispiacere di vedere che la musica è la cosa più bella del mondo ma, chi ci crede? Il dispiacere che oggi è già finito e ancora nessuno sogna o parla di segreti o del mistero che evapora… il dispiacere di tutto che ammutolisce davanti a uno schermo pc o tv o cellulare. Il dispiacere di non vedere nubi nel cielo basso della sera; di non avere sopra la testa nuvole gonfie come vele nel cielo: non sentire la brina d’inverno gelare le mani, la nebbia sul vestito a fine autunno, il ghiaccio sotto i piedi per scivolare per un istante. Il dispiacere che mai rivedremo la neve, qui, bianca silenziosa sul rumore della città disperata. Il dispiacere di non incontrare per caso un amico mentre si va da un posto all’altro: il dispiacere di dover stare sempre nello stesso posto. E il dispiacere di non poter stare sempre nello stesso posto. Il dispiacere di non potersi almeno per un po’ fermare. Il dispiacere di non saper guardare le cose mentre stanno; di non osservare quelli che amiamo (e avere il tempo di farglielo capire senza dirglielo); di non poter dire «oggi non ti devo niente» oppure «te la senti?». Il dispiacere di non sentire quella sorgente scaturire, quella fonte bagnare: di non saper baciare, di non avere finalmente niente da fare se non stare, amare.
Questo è il mio dispiacere: ne ho detta qui una piccola parte, e dentro sta una ferita mille volte maggiore: lo strazio di un dispiacere che neanche ricordo di riuscire a elencare. Il dispiacere di non potermi guardare attorno e dire: anche tu te ne vuoi liberare? Il dispiacere di dovermi sempre guardare da. Di stare in guardia. Il dispiacere che dura tutta la notte, alta di stelle in un’aria sporca, e dice: non abbiamo bisogno di parlarci, per comunicare. Devi cambiare. O che ripete sempre, come quel poeta: ciò che uno ha, è respirare.”
Andrea Sciffo