di Patrizia Larese
Ricordare, riempire una mancanza, ringraziare: questa la triade che ispira nella sua ricerca Patrizia Larese – parola piana, ma il padre sosteneva che avrebbe dovuto pronunciarsi Làrese, da “larice”. Un albero simbolico che porta la luce. E’, infatti, citato con affetto da Mario Rigoni Stern, quando scrive del “suo” larice, su cui da bambino saliva per “poter guardare più a lungo il sole che tramontava tra nuvole infuocate e navigare con la fantasia verso avventure infinite”. Un viaggio nello spazio e nel tempo, quello dell’autrice, mescolando con sapienza i registri autobiografico, diaristico, la biografia individuale, quella collettiva, testimonianze dirette e ricerca storica.
L’inizio è assai suggestivo, in quanto parla di un timido tarlo, che dentro di lei scava facendosi sempre più invadente, come il “Bolero” di Ravel, che inizia con un singolo quasi silenzioso tamburo, seguito da un flauto, fino ad arrivare alla finale esplosione liberatoria di tutta l’orchestra: “Ho iniziato da sola, determinata a portare avanti il mio progetto. Lungo il percorso, ho incontrato uomini e donne che si sono uniti a me in una danza corale di ricordi e sentimenti. Ognuno con la sua originalità mi ha accompagnato per un tratto, poi, con riserbo, ha lasciato il posto ad altri con altre storie. Con ciascuno di loro ho condiviso i miei ricordi, le loro memorie. Ognuno mi ha donato con semplicità ciò che aveva dentro coinvolgendomi in un turbinio di emozioni fino alla meta, come nel finale del Bolero. Giunta al termine del viaggio, ho raccolto le narrazioni di cui era cosparso il mio cammino e le ho consegnate alla pagina”.
Il tarlo di cui parla è l’isola di Creta, presente nei racconti di Severino, suo padre, che infiammava la sua fantasia di bambina, terra che incontrò poi al liceo, carica di miti nelle infinite traduzioni di greco. Nel 1987 la prima visita, che coincise col sorprendente mutismo del padre, forse ancora preso dall’angoscia di dolorose tragedie belliche. “Non c’è presa di coscienza senza dolore”, diceva Jung. Ne arriverà una seconda, nel giugno 2017, quando per la prima volta sente parlare della “battaglia di Creta”: “In seguito scoprirò che è stata una delle più feroci del secondo conflitto mondiale, conclusasi con l’occupazione dell’isola da parte della Germania nazista”. Altri viaggi: estate 2018, gennaio 2020: Creta come un’Itaca, dunque, meta di infiniti ritorni, descritta da Omero: “Levasi in mezzo al mare purpureo la terra di Creta, bella, feroce, tutta recinta di flutti”.
Ma la scossa per intraprendere una ricerca pluriennale esplode di colpo, quando vede in “Dunkirk”, di Chrisopher Nolan, la scena di un gruppo di soldati su un peschereccio, affondato nella Manica. “Nel buio, la scena del naufragio squarcia lo schermo e prende vita dentro di me. Tra quei giovani vedo mio padre a venticinque anni e per la prima volta mi rendo conto dell’orrore cui era sopravvissuto”. Da qui si innesta il secondo tema nascosto del racconto: rimediare al senso di vuoto, a una mancanza, al non aver capito, per decenni, il padre, col quale preferiva scontrarsi per affermare la fedeltà a sé stessa. Di non aver parlato con lui di troppe cose, di non conoscere nulla della sua gioventù nell’esercito, i suoi sentimenti, i suoi pensieri. E decide di andare a raccogliere le storie che lo possono riguardare. Storie di donne, uomini, giovani, anziani, vecchi. Greci, Italiani, Tedeschi, Inglesi: “Le storie non le inventa l’uno o l’altro, ma sono nell’aria, come le foglie” (Claudio Magris).
Raccoglie ancora testimonianze di narratori novantenni. Si documenta per conoscere il contesto storico dove si decise il destino di suo padre, nell’affondamento del “Petrella”. Ma anche le vicende dello sbarco tedesco a Creta, dell’occupazione nazista e fascista, dei partigiani greci, dell’8 settembre 1943, dei soldati prigionieri affondati come Severino, circa 20.000 meno fortunati naufragati nell’Egeo. Ma la sua non sarà mai Storia, come comprende bene, nella Prefazione, Paolo Fonzi: “Scrivere di Storia è sempre un tradimento, il tradimento delle aspettative di coloro che ci narrano i loro fatti, della loro visione di quella storia. Insomma, per trasformare quelle storie in Storia bisogna strapparle ai loro protagonisti, spogliarle del senso che esse hanno nella loro biografia”. Rimane così, il suo, un viaggio verso una possibile pacificazione, un abbraccio fortissimo a suo padre, un ringraziamento per aver colmato un vuoto. “I racconti dei sopravvissuti a tragedie di tale orrore mi hanno fatto riflettere sul “dopo” di quei giovani, compreso mio padre”. Le storie degli altri colmano i vuoti della propria storia.
Per Ivo Andric, premio Nobel bosniaco, la più grande invenzione dell’uomo è il ponte: un simbolo di incontro tra soggetti e popoli di sponde lontane (rivali). Per Patrizia Larese invece è il faro, la più grande invenzione altruistica, costruito non per sé, ma per offrire soccorso ad altri in difficoltà: portatori di luce. “Adoro i fari, e da velista, provo per loro un affetto quasi reverenziale”. Aveva ragione Rigoni Stern: anche il larice è portatore di luce. Costruzioni non molto diverse, il ponte e il faro. Simboli di umanizzazione.

