di Lisa Bentini
Nella collana «Lapilli» (curata da Antonio Sanseri per l’editrice Kalós di Palermo) da qualche mese è uscita una narrazione di Lisa Bentini, Cose che nessuno vede, che combina tre aspetti interessanti per la scrittura autobiografica.
Intanto il fatto che il lavoro di memoria e di elaborazione riguardi contemporaneamente la propria e l’altrui vita. La vita è certamente un luogo di relazione e anche la propria identità si definisce via via rispetto alle relazioni con le persone e le cose. Per cui il fatto che la profilazione di sé avvenga, in questo racconto, anche tramite vite altrui, due in particolare, quella della cana Beverly e quella della Zia Bambina, costruisce un filtro per la percezione di sé. In realtà, per dar conto di questo racconto, sarebbe più giusto dire che è la morte ad essere fonte di riflessione, quel punto da cui il tema della costruzione di una personalità comincia a farsi urgente, non solo per riparare ma anche per progettare. Beverly e la Zia Bambina non si incontrano mai, se non nell’immaginazione dell’autrice, perché una è l’animale da compagnia di un tratto di vita adulta dell’autrice, mentre l’altra è un’ombra che non ha mai potuto incontrare, la zia morta bambina molto prima della nascita dell’autrice. Ci sono coincidenze e apofenie che riguardano gli anni di vita delle due creature, che muoiono entrambe a nove anni (tra l’altro è numero letterariamente non neutro); ma tra di loro c’è forse una convergenza più forte e astratta, quella di non poter dire e di non poter continuare a dire. Due personalità fragili: del tutto priva di parola l’una, ma non di segnali e linguaggio, di intelligenze ed emozioni, che a suo riesce a comunicare e condividere; l’altra, in possesso di una parola ancora non matura, ma che già ha saputo trasformarsi in scrittura, in un taccuino da cui si pescano tracce documentarie. L’autrice dunque si fa come carico di queste parzialità, e insieme a loro esce gradualmente dalla sfera dell’indicibile.
Il secondo motivo di interesse sta nel modo di pensare la fluidità della narrazione autobiografica: le pagine di Bentini non sono ordinate in senso tematico e temporale. Piuttosto rilasciano l’impressione, ma anche richiedono l’attenzione, di un insieme spezzettato che può essere ricostruito nella lettura. La domanda da porsi, cui non sarebbe facile dare una risposta e che anzi neppure si può immaginare come univoca, dovrebbe essere: la rinuncia a costruire una continuità logica, come aiuta, a cosa serve, che tipo di percezione della realtà produce?
Una risposta parziale già sta nel terzo motivo di interesse di Cose che nessuno vede: se da una storia vi aspettate una conclusione, non avrete piena soddisfazione. Qui, le cose raccontate, invece di cercare una sintesi, sembrano voler essere registrate e colte nel loro passaggio, nella loro instabilità, nella loro potenza di traccia non definita né definitiva. La scrittura non conclude, non sigilla, non sempre e non necessariamente, non spiega: però non dimentica e non fa dimenticare le migliaia di transiti che caratterizzano il nostro vissuto. Ma dato che il passato, certe volte, ti cade addosso, e ti trascina, qualche volta scrivere ripara e frena.

