RECENSORE: Carmine Lazzarini, .

Titolo: La scrittura infinita. Saggi su letteratura, psicoanalisi, riparazione.

Autore: Stefano Ferrari

Editore: Nicomp Laboratorio Editoriale (Firenze)

Collana: Saggi

Anno edizione: 2007

Pagine: 286

ISBN: 9788887814620

 Saggi su letteratura, psicoanalisi, riparazione.

di Stefano Ferrari

Per ricordare Stefano Ferrari come studioso, penso sia un gesto di riconoscenza rileggere il suo secondo testo sulla scrittura come riparazione, edito nell’ormai lontano 2007, ma che non cessa di suscitare riflessioni, approfondimenti, ulteriori ricerche,. Si tratta di una singolare “antologia” di scritti già pubblicati, che vanno dal 1988, con “Proust, Freud e il lavoro del lutto”, a “L’autonomia della scrittura nella terapia” del 2006, con un’eccezione, il saggio “Jean Jacques Rousseau. Confessione, ricordo, fantasticheria”, rielaborazione di un “vecchio” corso universitario. Saggi ruotanti intorno al tema centrale della sua attività di studioso, “lo scrivere, cioè, inteso come modalità per contenere ed elaborare l’affetto, sia esso dolore di una perdita o un generico disagio esistenziale, oppure l’angoscia, la paura, il senso di colpa o forme non meglio identificate di sofferenza psichica”.

L’assunto di fondo del testo, che parte dal rifiuto delle ormai inaccettabili ricerche della “psicoanalisi applicata” all’arte e alla letteratura – quando si puntava a “psicoanalizzare” artisti e scrittori e si consideravano le opere come “sintomi” – nasce dalla costatazione che “ogni psicologia del profondo si è costituita e si continua a costituire facendo necessariamente ricorso a una sintassi e a un’ispirazione generalmente letteraria – Edipo, Narciso… i fantasmi, gli archetipi, e la lunga teoria di psicologie mitologiche, che percorrono l’inquieto fronte di questa scienza paradossale, che ha poi comunque bisogno di strutture e moduli di tipo “narrativo” per potersi appunto raccontare”. Già questa tesi dirige lo studioso a cercare convergenze possibili, in quanto anche l’arte, e in particolare la letteratura, sono quasi naturalmente proiettate ad indagare la psicologia del profondo, tanto è vero che sono stati proprio artisti e scrittori a diventare i primi indagatori dell’inconscio.

Bisogna allora trovare, secondo l’autore, un orizzonte metodologico che consenta di spiegare il senso e la portata di questo confronto tra due settori di ricerca così diversi ma anche tanto convergenti. “Per quanto mi riguarda, questo orizzonte è quello della nuova fenomenologia critica” – che faceva capo a Luciano Anceschi e Renato Barilli – indagando le funzioni psicologiche in parte parallele dell’arte e della letteratura, calando e risignificando la teoria psicoanalitica nell’universo della poetica. Incrociare i contributi teorici della psicoanalisi con le testimonianze di artisti e scrittori, che hanno indagato soprattutto la propria attività e se stessi, portando consapevolezza riguardo a stati d’animo, riflessioni, intuizioni celate in ciascuno.

Esemplare in questo senso il parallelismo tra il lavoro del lutto in Proust e Freud, entrambi impegnati, ciascuno nel proprio campo, in un percorso di autoanalisi, per il superamento della propria malattia e della propria nevrosi: parallelismo ricco di convergenze e ineliminabili differenze, riscontrabile nella “Interpretazione dei sogni” e nella “Recherche”: “due opere non solo apparentemente autobiografiche, che di quel percorso sono il risultato e la testimonianza”. Di fronte al trauma e al lutto, al senso di vacuità, insensatezza, inutilità della società e della Storia, “invece dell’elaborazione mediante la speculazione e la costruzione del sapere analitico, Proust decide di scrivere. Scrivere per riscrivere il mondo, riordinarlo, rielaborarlo: dare un senso a ciò che altrimenti  non ne avrebbe. Con la scrittura redime non solo se stesso, il proprio tempo perduto, ma, ai suoi occhi, il mondo; ridà un senso alle cose, al desiderio, al dolore, e perfino all’oblio e alla morte”. Quindi come riparazione del lutto nato dall’insensatezza e dal perturbante, Proust scrive la propria opera, come Freud scrive la propria in uno sforzo di autoanalisi: un destino d’artista da un lato e di scienziato dall’altro. Abbinati dall’iniziale “impronta di soggettività autobiografica che fa della psicoanalisi qualcosa di più (e di diverso) da una scienza, e della Recherche qualcosa di più (e di diverso) da un semplice romanzo”.

Di conseguenza Rousseau, Proust, Svevo, Kafka diventano i suoi autori privilegiati, anche se il volume contiene pure preziose indagini sui meccanismi della fantasticheria e del fantastico – in cui entra come protagonista anche Buzzati – sulla musica, sulle lettere e la poesia d’amore, sull’ascolto del testo poetico, sull’autonomia della scrittura nella terapia.
La riparazione, stando a Ferrari, abbisogna di un lungo scavo e di una tensione che si sviluppa nel tempo, al di là di una prima risposta abreattiva, come scarica emozionale. Per questo parla di “lavoro”, un concetto che richiama un procedere faticoso, lento, che scava sotto la superficie: “lavoro del ricordo”, “lavoro della confessione”, “lavoro del lutto”, “lavoro della scrittura”.  Attività riparative, queste, tra loro collegate, ognuna con una propria specificità, ma che si richiamano e si intrecciano, con una ineliminabile differenza: il lavoro del lutto e del ricordo nella terapia si lega ad un’esigenza di purificazione sempre dolorosa, per non dire penosa, mentre il lavoro della scrittura porta spesso con sé momenti di piacere, di leggerezza, di creatività liberatoria, di cui parlano varie volte sia Proust che Rousseau, ma anche Kafka. A cui si può aggiungere Leopardi, quando, ancor giovane, legava il piacere della scrittura a quello del ricordo, pur in momenti disperati.

La scrittura in funzione riparativa si realizza di norma nella prosa, sia breve, episodica, sia di lungo respiro. Ma che avviene nella poesia lirica, dove i processi identificativi tra lettore e scrittore sono di fatto ineliminabili e fanno parte del particolare piacere del testo e della continua rilettura? Il libro di poesie spesso viene messo sul comodino, per riprenderlo, risentirlo, riscoprirlo. La funzione della lirica sta essenzialmente nel tentativo di salvare dalla caducità l’emozione intensissima che l’ha generata. Interpretandola quasi come formula magica, che fa rivivere l’occasione, il momento particolare, le somiglianze dell’incontro “fatale”. “Ecco, ci sono correlazioni importanti tra l’amore e la magia – ne sanno qualcosa gli innamorati, che si compiacciono tra loro di certe coincidenze che sembrano miracolosamente avvallare la potenza del loro sentimento”.

Chiude questo testo di Ferrari un piccolo prezioso saggio sulle lettere d’amore di Kafka, già pubblicato in “Adultità” nel 2005. Tali lettere, spesso studiate come luogo privilegiato per entrare nel laboratorio della scrittura di Kafka, nel suo stile, nel ritmo della sua mente, sono invece riconsiderate qui come semplici lettere d’amore – anche se è impossibile prescindere dall’eccezionalità dell’autore.  – le quali rappresentano una ben strana forma di comunicazione, che si origina dal bisogno di ribadire  al mondo un “ti amo” ripetuto in mille modi diversi, “tradotto in un segno che resta, in qualcosa di duraturo e soprattutto di rileggibile”. Scrive Ferrari: “Nella lettera in quanto “corrispondenza”, questo “ti amo” ripetuto all’infinito presuppone, esige  naturalmente la sua risposta: “ti amo anch’io”. Si attua all’inizio una specie di circolo virtuoso dell’emozione amorosa, una sorta di feed-back automatico fatto più di segnali e di richiami che di una vera e propria comunicazione, così che la lettera si trasforma in un feticcio dove le parole scritte sono semplici immagini o pittogrammi del sentimento d’amore: come colui che scrive più che dire ha bisogno di testimoniare di esserci, così colui che legge cerca nelle parole soprattutto una conferma della presenza dell’esserci dell’altro”.

La paradossalità della comunicazione nella lettera d’amore porterà Kafka prima a volere scrivere tutto, anche gli aspetti più interiori e “vergognosi” della propria intimità, in seguito ad accorgersi che nella realtà è impossibile comunicare tutto, anzi del danno che tali lettere procurano: “Come sarà nata mai l’idea che gli uomini possano mettersi in contatto tra di loro attraverso le lettere?”. Attraverso la lettera d’amore si comunica in realtà tra fantasmi – il fantasma dell’altro e il fantasma di sé – non tra persone reali. Si giunge così, scrive Ferrari, ad “una sorta di epitaffio nei confronti di ogni strategia di comunicazione basata sullo scrivere lettere”.

Per concludere questo ricordo-omaggio al nostro Stefano, non mi resta che citare il senso di questo suo studio sulla “scrittura infinita”. “Al di là dunque del gesto retrospettivo e vagamente nostalgico che caratterizza ogni raccolta di una parte dei propri scritti (una variante del solito lavoro del lutto nei confronti della caducità delle cose – che nel caso delle proprie scritture sembra ancora più assoluta e crudele), vorrei credere, o almeno mi auguro, che nel loro insieme questi saggi costituiscano una prova della attualità e della fecondità degli studi sulle dinamiche psichiche della scrittura … infinita è la scrittura che insegue e mima la pluralità inesausta dei diversi percorsi cui obbliga l’esigenza, intesa in senso lato, della riparazione psichica, così come infinita è la scrittura che la racconta, attraverso l’inesauribile molteplicità dei modelli e dei possibili esempi”.

Rimane sempre stupefacente questa sua coerenza nel sondare un tema centrale – la scrittura come riparazione per favorire l’elaborazione del lutto – e nel declinarlo in una molteplicità di esempi e contesti specifici: i processi psicologici della scrittura di sé, l’arte e l’autoritratto, potenzialità terapeutiche dell’attività artistica, la musica, le differenze tra narrazione e poesia, la lettera d’amore, la lettura e l’ascolto, la fantasticheria. Da lì sono nati tanti rivoli che alimentano il grande fiume della “scrittura infinita” anche alla LUA.

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