di Anna Lazzarini
Ci sono studiosi che amano le certezze, le conquiste sicure, le conclusioni che appaiono dirimenti sull’ambito di ricerca affrontato. Altri invece che lasciano sempre aperte le opzioni, non fornendo al lettore un minimo di orientamento. Anna Lazzarini invece si iscrive nel non folto gruppo di coloro che sfuggono le semplificazioni, che non cedono alla tentazione, conoscitiva, etica, e soprattutto politica, di spezzettare un problema complesso, isolandone parti, proponendo soluzioni ideologiche.
Tale atteggiamento non viene applicato solo nei confronti di posizioni assai distanti dalla sua forma mentis, come quelle di chi propugna il ritorno a cittadinanze chiuse, che poi sfociano spesso in concezioni di comunità “etniche”, alla ricerca di un “diverso” da emarginare e spesso punire, ma anche di chi sviluppa una concezione evoluta di cultura e di cittadinanza, che però ragiona in termini di “multiculturalismo” e di “seconde generazioni”. Visioni però che non tengono conto della complessità delle culture, della vita concreta di uomini, donne, giovani, da anni lontani dalle “patrie” d’origine, delle loro storie reali, dei loro vissuti, delle loro narrazioni.
“Superare l’approccio culturalista significa muovere da una visione statica, essenzialistica delle culture verso un paradigma relazionale, che riconosca la complessità costitutiva delle identità e delle culture e che promuove una nuova educazione alla pluralità e alla relazione fra molteplici diversità”, elaborate nel concreto delle storie di singoli soggetti (pp.99-100). Un discorso analogo lo si può fare con il concetto ambiguo di “seconde generazioni”: “In base a cosa chiamiamo migrante o immigrato un ragazzo che è nato in Italia o vi è giunto nella primissima infanzia? La condizione di migrante si tramanda forse di padre in figlio?” (p.103).
Il concetto di “cittadinanza” si presenta dunque fin da una prima analisi, complesso, mobile, pluriarticolato, nato con lo stato-nazione, ma in continuo divenire, soprattutto con l’avvento di “comunità sovranazionali”, con le migrazioni di massa e con le “dichiarazioni dei diritti” che valgono per ogni appartenente al genere umano. Ed è variamente articolato al suo interno attraverso molteplici dimensioni in tensione reciproca.
La cittadinanza è, certo, appartenenza ad uno stato nazionale, l’essere riconosciuti parte della comunità politica che diventa la “tua” comunità politica, che ti fissa diritti, ti attribuisce uno status legale, ti assicura l’acquisizione di tutele politiche, civili, sociali, educative, sanitarie ecc. Ma non va trascurato, sottolinea la studiosa, il fatto che l’acquisire diritti è un processo che assume costitutivamente una dimensione personale, soggettiva, riflessiva: un soggetto diviene cittadino italiano in modo completo quando “si sente” parte di una comunità politica, è consapevole di aver acquisito una identità civile, sociale, politica, quando “esercita” il diritto di cittadinanza, quando “pratica” la cittadinanza nella totalità delle sue dimensioni.
Qui si colloca una svolta cruciale di ogni discorso sulla cittadinanza, che è certo pedagogico ma anche in senso lato politico: “Il fare, la dimensione attiva e attivistica diventano costituivi della cittadinanza. Questi “acts of citizenschip” sono azioni attraverso le quali i soggetti diventano e si costituiscono come cittadini” (p.49). E dato che questi processi globali avvengono localmente, città dopo città, quartiere dopo quartiere, la ridefinizione di “cittadinanza” non va affrontata in astratto ma nel qui e ora delle comunità locali, nelle quali i processi di partecipazione divengono decisivi. Dato che dobbiamo vivere in un mondo umano in costante divenire, fluido, “liquido”, globalizzato e globalizzante, nel quale le costruzioni identitarie sono messe e rimesse in discussione, definire la cittadinanza all’interno di paradigmi nazionali, ancora legati a vecchie idee di “confine” e di “frontiera”, di per sé divisive, finisce per fissare il discorso pubblico su idee obsolete, spesso pericolose.
Tutto ciò richiede un profondo cambiamento sul piano culturale, politico, educativo, dentro e fuori la scuola. Senza dimenticare che: “Nella sua singolarità, l’essere umano è costitutivamente plurale: ciascuno rivela ed esprime la propria umanità nella rete di relazioni che struttura il suo campo vitale. Rigenerare le forme della convivenza con gli altri e la possibilità stessa di un mondo comune è, dunque, un compito educativo ineludibile” (p.124). Reinventare la cittadinanza significa dunque anche reinventare sia l’educazione sia il fare politico, il che implica allora la trasformazione degli spazi delle pluralità, affinché ciascuno possa, insieme con gli altri, ricercare soluzioni per i problemi comuni, realizzando se stesso.

