di Duccio Demetrio
Un’opera, quella di Duccio Demetrio, che rappresenta un ulteriore sviluppo della ricerca ormai più che decennale sulle religiosità, le spiritualità, le filosofie, le etiche che cercano risposte al mistero e al senso dell’esistenza (Ascetismo metropolitano, 2009; La religiosità degli increduli, 2011; Beati i misericordiosi, 2012; La religiosità della terra, 2013; Scrivi, frate Francesco, 2013). Ora l’autore presenta “Spiritualità metropolitane. Guida per i non credenti”, Mimesis, 2025), in cui si nota un più frequente riferimento a sé in prima persona e alla storia del suo essere studioso, alla sua autobiografia intellettuale, alle proprie convinzioni più profonde:
- “Fin da ragazzo mi attraevano le parole e le inquietudini dei “vagabondi” del pensiero, mi ritrovavo nei sentimenti di quanti non avessero mai cessato di interrogare a mente lucida i misteri dell’esistenza”.
- “l’autore di questo mio libro non crede in Dio: ma come sosterrà in seguito, tuttavia non si ritiene ateo, né agnostico e tanto meno incredulo: perché incapace di abbandonarsi all’uno o l’altro credo. L’affermazione può sembrare un paradosso, ma poiché anche l’ateismo è una fede, a ben vedere la sua visione del mondo è limitata, parziale e per tale motivo non fa parte del mio modo di intendere il divino (l’immortale e non il trascendente) come una possibilità oppure come un’assoluta negazione”.
- «La sacralità della mia vita, anche se non la colloco in un orizzonte di fede, è l’unica certezza che ho a disposizione».
Cita i propri padri e le proprie madri spirituali, che mai hanno cessato di interrogare il mondo naturale e l’universo interiore: Heidegger, Camus, Sartre, Jaspers, Abbagnano, Pareyson, Paci, Marcel, Zambrano, Hillesum, Arendt, Severino. Scrive: “Ho dedicato i miei studi alle filosofie dell’esistenza che non inseguono risposte, tuttalpiù la formulazione cauta di almeno qualche domanda pertinente da fare e da rifare”. Il mio, scrive l’autore, è “un meditare ascetico non fine a se stesso, ma volto a generare occasioni di riflessione filosofica. Quando si tratti di un meditare esistenzialistico la cui natura spirituale si avverte nel mettere al centro la propria autoanalisi non psichica, ma morale, affettiva, contemplativa nell’atto di adempiere al dovere di un esame della propria vicenda soltanto umana”. Una postura questa, diversa ma non distante dall’interrogarsi di Carlo Sini giunto a 92 anni: “Ho chiesto all’inizio: che significa «umano»? E «Che cosa siamo noi umani oggi»? Forse che, dopo tanto almanaccare, hai le risposte?” (“Filosofia e memoria. La vita come scrittura”, Il saggiatore, 2025).
Come si vede, sono passati i tempi di un “ateismo carico di rancore” verso le religioni codificate e di una “religiosità impietosa”, che non accetta e non perdona chi non crede nelle proprie dogmatiche “certezze”, ritenendole le “verità ultime”. Certo è che nessuna religione riesce a dare risposta al problema del dolore del mondo, tanto che tutte arrivano a mascherare, ma alla fine ammettono, la loro impotenza. Duccio Demetrio, col suo testo si propone di indagare i confini, i limiti, gli interrogativi di questa tensione verso il senso ultimo dell’esistenza, sollevando interrogativi ulteriori sulla possibilità o meno di una risposta che in ogni caso rimane avvolta nel mistero: “Non credo in Dio, ma credo – ammetto qualche traccia agnostica in questa tesi – nel problema irrisolvibile di Dio”.
Il testo implicitamente affronta una domanda cruciale: se le posture di fronte al mondo e a se stessi sono nuove, mai esplorate prima, come trovare le parole che le possono esprimere? Queste pagine si presentano dunque come una ricerca anche espressiva, linguistica. Molti poeti e assai numerosi filosofi si sono trovati in questa posizione. Lo ammetteva anche il Cardinale Martini, dopo un incontro col Dalai Lama: “io parlavo di Dio, lui del nulla. Ma alla fine ci siamo accorti che ci interrogavamo sulla stessa cosa”.
L’autore è sollecitato a ricercare, certo non da oggi, sempre nuove definizioni della propria impostazione teoretica ed esistenziale, adottando una terminologia inusuale: asceta metropolitano, incredulo dubitante, non credente indocile, asceta miscredente, monaco non credente senza saio, che esplora vie, vicoli, parchi della città, convinto che la ricerca del sacro si realizzi meglio nella scrittura autobiografica, meditativa. Rifiuta quindi, la definizione secolare “nulla salus extra Ecclesiam”, per riformularla in: nessuna salvezza fuori dalla coscienza inquieta della scrittura autobiografica. Un filosofo-asceta in cammino che porta nella tasca, con una penna, il suo eremo.
Convinto che ogni spiritualità muove dal “bisogno non edonistico di interrogare, rileggere, condurre la propria esistenza verso valori umani interiormente coltivati. E tutto questo è ascetismo non credente, laico, spirituale ma non religioso”, elidendo il superfluo nel sentire, nel pensare, nel fare, nel vivere le relazioni, alla ricerca di verità definitive che tuttavia rimangono solo orizzonti. Persuaso che l’essere umano è sempre, ontologicamente, alla ricerca di verità, affamato di mistero, di sacralità dell’esistenza umana, di ulteriorità, di trascendenza. Come a dire che la sete di infinito e di senso è intrinsecamente calata nell’essere donne e uomini: «Vivere anche con spiritualità i propri giorni è quindi un orientamento conoscitivo, uno stile meditativo, una condizione intellettuale che reputo non possa ritenersi attribuibile a questa o a quella espressione religiosa».
Molti scelgono la campagna, il bosco, un cammino solitario, nel silenzio, una passeggiata in montagna o lungo una spiaggia non frequentata, calati nella natura per catturare momenti di incontro con le parti più intime della coscienza e della memoria, per ripensare la propria vita, tornare a percepire il proprio corpo calato nel paesaggio. Ritrovare una cura di sé, rinnovare l’incontro con la parte più nascosta dell’Io, magari prendendo spunto da una vecchia immagine spersa nella campagna, da un’edicola. Demetrio, che pur pratica una filosofia in cammino, intende accettare una sfida più difficile: indagare la propria spiritualità nelle metropoli del solo presente, in un ambiente disturbato, ostico, disturbante, metafora per eccellenza del non senso, della solitudine tra folle ammassate, dell’effimero, della fretta, dell’idolatria dell’ego, con le sue disperazioni, con le sue brutture, le sporcizie, le crudeltà, i conflitti. E’ proprio in tale ambiente che va rinnovato l’incontro con le cose piccole, senza valore apparente. Non a caso cita Salvatore Natoli: “Ogni cosa è divina nella sua unicità e va rispettata e custodita per quel che è, così come nella sua irripetibilità. Il divino non è una potenza che prevarica le cose, ma l’atteggiamento che le custodisce. Dio è questa pianta, questo fiore, quest’uomo”.
Soprattutto, le spiritualità metropolitane, necessariamente plurime, trovano la loro ricchezza nell’apertura al senso cristiano della misericordia, della caritas, della pietas, quando tentano di aprirsi all’altro, nella ricerca di risposte e speranze più ampie. E conclude: “come si può amare il nulla, averne pietà, così anche una metropoli è disseminata di domande e di gesti d’amore invisibili”.