di Claudia Apablaza
Si leggono volentieri i diari, pagine di persone che frammentano l’architettura narrativa in segmenti brevi e come agganciate a un altro tipo di temporalità che non sia quella del testo. A volte si distingue tra tempo del racconto e tempo raccontato, cioè tra la temporalità dell’occhio che legge, seguendo l’ordine dell’argomentazione, e la temporalità che non dipende da chi narra, ma indica ciò che accade indipendentemente dal punto di vista. Davanti a pagine di diario, questa divisione non funziona del tutto, un po’ perché la voce narrante egemonizza l’attenzione, un po’ perché il tempo non ordinato del racconto comunque riabilita una temporalità che non appartiene alla narrazione, il momento in cui la scrittura intercetta ciò che sta accadendo. Il testo è, in genere, una creatura aliena che fagocita, mangia l’esperienza, la riduce a poltiglia masticata, spezza le linee del tempo naturale, crea una situazione virtuale che pare sempre pura simulazione in cui ci si confonde. Per questo, forse, un dispositivo testuale che si produce sull’intermittenza delle cose che accadono nel tempo, e non secondo un piano narrativo, alla fine appare più sincero e autentico.
Claudia Apablaza pratica questa forma con grande sicurezza e arte: Diario de quedar embarazada (2017), Diario de las especies (2008) e autoformato (2006), per dirne alcuni, non ancora tradotti in italiano, appartengono a questa linea. Questa volta lo fa su un soggetto focalizzante e agglutinante, che ha la forza di richiamare vari strati dell’esistenza percepita di un sé: la lingua. Organo e strumento, la parola lingua racchiude ciò che non è cedibile e ciò che è adottabile. Non dovrebbe apparire faccenda magica che un organo assolva al compito di metterci nella relazione impersonale che si chiama linguaggio (in fondo siamo animali). Che naturalmente esiste anche senza l’organo (come nella scrittura o nella lingua dei segni), e che ha anche altre origini e altre manualità (per esempio la vista e l’arte figurativa).
C’è una storia in questo diario; quella di una scrittrice che si trova a vivere in una città, Madrid, in cui si parla uno spagnolo diverso da quello in cui è cresciuta, pensa e si esprime con spontaneità, il cileno. Sua figlia, ch’è giovane studente, diventa così la più prossima cartina tornasole di queste differenze che la circondano: non è solo questione di capirsi, che infatti ci si capisce benissimo, ma semmai è tanto quella di non sentirsi percepita dalle altre persone come corpo omogeneo di quella cultura, quanto quella di dover ridefinire nella lingua la propria interiorità emozionale. Qui però questa riformulazione del lessico non è solo un fatto privato, si mescola con il mestiere di scrivere, anzi ne interpreta lo sforzo di adeguamento/distinzione che caratterizza l’attività letteraria. E che la drammatizzazione del rapporto tra lingua-organo e lingua-linguaggio si svolga sullo sfondo di ciò che stiamo leggendo, cioè la scrittura, si capisce dal fatto che molto raramente e in maniera pallida questa lingua diventa voce, cioè esistenza sonora, esternazione sonorizzata. Diciamo che quella raccontata da Apablaza è una lingua afona; comunque più afona di quanto ci saremmo aspettati di ascoltare.
Questa cosa che teniamo in bocca e con cui ci mostriamo verbalmente al resto del mondo, la lingua, va completamente derazionalizzata per essere davvero capita e amata (nel doppio significato che ha la parola lingua). E pare proprio ciò che fa Apablaza con Storia della mia lingua, che ha un formato autobiografico eletto a sottile riflessione sull’appartenenza della lingua (in che misura quella sia mia) o alla lingua (in che misura essa mi possieda). Quel «mia» del titolo se da un lato richiama a un complice gesto di intimità, ci mette dall’altro in un vicolo cieco, come ogni irrinunciabile aggettivo possessivo: irrinunciabile perché, vale la pena chiederselo in modo pienamente retorico, a quale altra identità dovrebbe essere vincolata la lingua se non a quella del mio corpo?
Ma la scatola narrativa di Apablaza fa l’occhiolino anche ad un’altra dimensione del racconto, ch’è quella saggistica. La convergenza tra racconto di sé, senza essere completamente autobiografia, e interpretazione del mondo, senza essere completamente trattato, è una misura molto antica, quasi inutile ricordarlo. Però in questo libro, che ha una copertina molto bella disegnata da Hernán Chavar, l’antica tradizione si pone su una tonalità particolare, ha un “punto particolare di autobiografico”, potremmo dire: il punto è la sensazione di trovarsi sempre sull’orlo del nulla, che fa pensare al fatto che si scriva anche proprio per non cadere nel vuoto. In questo senso, mi pare che Apablaza abbia trovato la metafora giusta, scegliendo questa posizione incredibile che è la bocca; chiaro limite tra due spazi, per un oggetto, la lingua, cui è sempre bene aggrapparsi.

