RECENSORE: Carmine Lazzarini, .

Titolo: Ti amo.

Autore: Hanne Ørstavik

Editore: Ponte alla Grazie (Firenze)

Anno edizione: 2021

Pagine: 96

ISBN: 9788833316680

di Hanne Ørstavik
Come ebbe a scrivere Duccio Demetrio: Un reperto autobiografico è prima di tutto il fantasma di quella donna o di quell’uomo che furono e che non si accontentarono solo di essere, ma, senza saperne il valore, in umiltà, vollero lanciare nel cosmico il loro grido o un sussurro. Con le parole di Ungaretti più di un secolo fa, queste urla lanciate al cielo rischiano di ricadere impaurite. Ma in ogni caso vengono pronunciate, testimonianza di esistenze che cercano sopravvivenza e verità, doni estremi per l’altro.
L’esperienza tragica del soffrire insieme, che vede uno dei due partners morire di tumore, è purtroppo quasi universale: una delle sofferenze tipiche del nostro tempo, nel quale il cancro è diventato di per sé simbolo di morte. Tuttavia, a osservare con attenzione, le emozioni e le riflessioni su tale passaggio traumatico non hanno nulla di simile tra loro: sono “individualizzate”, differenti, peculiari di ogni soggetto in relazione. Se poi a darle voce è una grande scrittrice come Hanne Ørstavik, allora si toccherà con mano quanta vicinanza e quanta distanza ci sia nelle relazioni, esaltate dalle scelte stilistiche della narratrice, che cercano di bucare l’opacità del reale, l’incolmabile distanza dell’altro, la pulsione insopprimibile a fingere pur desiderando la verità.
Ti amo. Ce lo diciamo tutto il tempo. Ce lo diciamo, invece di dire altro. Cosa sarebbe questo altro? Tu: Sto per morire. Noi: Non lasciarmi. Io: Non so cosa fare. Prima: Non so cosa fare senza di te. Quanto tu non ci sari più. Ora: Non so cosa fare di tutti questi giorni, di questo tempo, in cui la morte è la cosa più visibile che c’è. Ti amo. Questo è l’incipit, che contiene tutta la tenerezza  e tutto l’abisso che unisce e separa i due amanti. Una prosa secca, scarna, ridotta all’essenziale fino ad essere crudele. La ripetizione quasi ossessiva del “ti amo” nasconde la solitudine di entrambi. Che sono lì, uno accanto all’altra, presenti uno all’altra, senza però riuscire a sfondare la porta dell’incomprensione. Lui non dirà mai “Sto per morire”, non è disposto a porre in comune l’esperienza decisiva dell’esistenza giunta al suo termine. E lei si trattiene dal confessare: “Sono disperata perché stai morendo: lo sarò per tutto il tempo a venire”. Che è “questo morir, questo supremo / scolorar del sembiante” si chiedeva Leopardi nel “Canto notturno”. Dice Hanne all’uomo che ama: Tecnicamente sei bravo. Ma che ti servono i quadri se non ti permettono di entrare in contatto con qualcosa che va oltre il motivo rappresentato?
Al di là del sentire di ciascuna o di ciascuno, al di là delle parole che lo descrivono e tentano di comunicarlo, il rapporto con la realtà rimane insondabile, il rapporto con l’altro rimane altrettanto imperscrutabile. Che cos’è vivere insieme l’esperienza del morire? Mistero e silenzio. Hanne fa propria la visione di Brigitta Trotzig, scrittrice svedese incontrata da bambina, quando scriveva: L’avvenimento reale mi colpisce con troppa forza, complicato, enormemente incomprensibile – e trasforma ogni discorso, ogni descrizione diretta in un irreale fruscio di foglie. E’ da qui che nasce questa autobiografia che apre ad interminabili, irrisolvibili interrogativi.
Anche questa scrittura privata dell’io alla fine non rischia di diventare che “un irreale fruscio di foglie”? E allora, perché scriverla? La risposta si trova in un altro passo di Brigitta: Tuttavia mi rendo conto, nel mio profondo, con una forza che credo costituisca la forza stessa della vita e il desiderio di sopravvivenza, che in un modo o in un altro, io debba attraverso le parole […] venire in contatto con l’avvenimento reale, raggiungerlo, entrarvi, ottenerne calore.  
La voce narrante lo esplicita più avanti nel testo: Questo romanzo lo finisco perché è l’unica cosa che posso fare. Non posso fare nulla per aiutarti. Non posso fare nulla nemmeno per me stessa, se non questo. Finire il romanzo. Perché è questo che io faccio. Scrivo romanzi. E’ così che io esisto nel mondo, creo un luogo, o il romanzo crea un luogo per me, lo facciamo insieme, e poi essere lì, nel romanzo. Scrittura è vita, crea il luogo in cui si esiste. La vita è scrittura: e trova il suo senso in questo gesto di infilare le parole le une dopo le altre, scegliendole con cura, per ottenerne calore.
La scrittura di Hanne Ørstavik si arricchisce nello scorrere delle pagine di un’ulteriore cifra stilistica: non solo e non sempre prosa essenziale, scabra, ma spesso anche flusso di coscienza, con frasi, espressioni, aperture improvvise, associazioni mentali, flash, analessi e prolessi ripetute, che richiamano le libere associazioni della seduta analitica. Una prosa alla Giuseppe Berto de Il male oscuro, anche se non così torrenziale Dove là il “male” era psichico, pur con forti componenti psicosomatiche, che costituivano l’angoscia dell’esistere, mentre qui la malattia è estremamente fisica, compenetrata nel corpo, con le sue malformazioni, il suo progressivo “putrefarsi”, decomporsi in sanguinamenti, perdita di umori, spasmi: io ho scritto quattordici romanzi e se c’è una cosa essenziale per me nello scrivere, è che deve essere vero. Ciò che scrivo deve essere vero. Vale anche nella mia stessa vita, nel rapporto con gli altri, nel rapporto con me stessa. […] Carl Gustav Jung ha detto che ciò in cui possiamo sperare nel corso del viaggio della vita è di formarci un io abbastanza forte da poter sopportare la verità su noi stessi.
Ma quale può essere la verità su noi stessi, si chiede Hanne. Che la persona che ami al limite della disperazione, in realtà è sempre stata irraggiungibile? che non è poi stata quell’amante appassionato e un po’ selvaggio che tu desideravi? che un’incolmabile distanza tra voi vi ha accostato e sempre diviso? Oppure che anche nella disperazione del presentimento della fine, con la tua mente sempre invasa dall’ombra della morte, il tuo corpo, all’insaputa di te, manifestava la pulsione a vivere, desiderava, voleva piacere e felicità da un altro corpo? Possibile che ciò accada nella vita, pur nella presenza della morte? Al termine, anche questa tenace ricercatrice della verità scopre, attraverso lo scrivere, di essere a tratti una fingitrice, perché anche la finzione fa parte della verità della vita, della verità della scrittura offerta come dono, che abbisogna del sogno per scorrere e raggiungere l’eternità: Ancora entri dalla porta la sera. Sei ancora qui, con me. E quel che ho scritto qui, è il modo più vero con cui ho potuto essere vicino a te.

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