di Joan Baez
Ci lasciamo travolgere dalla febbre della delusione (…)
Come facciamo a rimetterci diritti? (…)
Come si fa? Tornando al nostro io bambino, superando gli ostacoli in buona fede.
Perché i bambini operano nel perpetuo presente, vanno avanti,
ricostruiscono i loro castelli,
depongono gessi e stampelle, e tornano a camminare.
Patti Smith
La citazione in esergo, tratta dal recente memoir di Patti Smith ‘Il pane degli angeli’, mi è sembrata sintetizzare in maniera esemplare il percorso tratteggiato da Joan Baez nel racconto in forma poetica della sua vita, quasi un diario intimo; d’altronde è noto che l’autrice di Quando vedi mia madre…chiedile di ballare ha inserito Patti Smith, insieme a Martin Luther King, a Bob Dylan e al Dalai Lama fra i pochi “visionari coraggiosi che ha conosciuto e che hanno ispirato grandi cambiamenti sociali”.
“Cosa devo dire a voi che avete, per caso o di proposito, preso in mano questo libriccino? (…) Che è pieno di chiarezza e di mistero, di fuoco e di tenebra, di eureka e di cantonate, divinità e demoni. (…) la poesia è come l’amore, non la si può forzare. Potevamo solo aspettare che nascesse e festeggiare il suo arrivo.” Con queste parole l’autrice avvia un percorso riflessivo intenso, supportato dal sostegno di psicologi considerati alla stregua di artigiani che “si adoperavano per aggiustarmi”, senza omettere la descrizione di zone grigie della vita immaginate come “pustole di veleno” che svelano, al termine del percorso una essenza della propria persona paragonabile ad un diamante.
I ricordi appuntati negli anni su quaderni e fogli sparsi contribuiscono, nella seconda parte dello scritto, a tratteggiare ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza per raggiungere nell’ultimo paragrafo denominato ‘Fobia’ una potente descrizione di un viaggio interiore: “Ho iniziato a tuffarmi nel profondo dell’inconscio e ho scoperto una comunità sempre crescente di esseri interiori; ho recuperato ricordi, disegnato, dipinto, ballato, scritto poesie, tenuto un diario; ho urlato, inveito, spaccato vetri, scoperto il dolore sotto la rabbia e consolato e confortato me stessa (…) in breve ho trasformato, ho trovato la libertà invece di funzionare e basta, sono guarita invece di mettere toppe, un intero invece di cocci rotti.”
Nella terza parte dello scritto prevalgono incontri con persone conosciute che vengono ricordate, ma anche con artisti e star internazionali che hanno lasciato tracce profonde nella vita di Joan Baez; fra questi, solo per citarne alcuni, Jimi Hendrix (Suonasti appena prima di me / all’isola di Wight / e in qualche modo / riuscisti ad / accendere / gli / animi. // Io suonai/ nella tua scia / che ancora / balenava / nei riflettori.) e Leonard Cohen (…Suzanne, quel fantasma sbadato, pura come le nostre convinzioni giovanili, bella come la nuova era, figlia dell’alba dell’Acquario, una seduttrice distratta che lanciava borsoni di bontà ai sognatori bloccati in coda a Woodstock.). Ma emergono anche spunti poetici più ‘tematici’, come nel paragrafo su ‘La scrittura’ che recita: La scrittura è come l’amore, / non può essere forzata / o muore in corso d’opera. // La scrittura è come l’amore, / non può essere forzata / o diventa / cemento / in un tubetto di dentifricio.
La quarta ed ultima parte, infine, è dedicata a “Oggi”. Ai pensieri e alle rievocazioni del padre, fisico messicano-statunitense scomparso nel 2007, e della madre, di origini scozzesi, centenaria scomparsa nel 2013, si succedono versi dedicati in particolare ad altri familiari e amici stretti, per concludere con il brano poetico che richiama il titolo del libro, dove l’autrice sogna una situazione romantica che vede protagonista sempre la madre e un cantante d’opera svedese che in casa ascoltavano spesso da un grammofono.
Penetrante, profondo e un po’ malinconico l’ultimo saluto dell’autrice che recita: L’ultimo addio è / l’inizio dell’accettazione.