RECENSORE: Carmine Lazzarini, .

Titolo: Il pane perduto.

Autore: Edith Bruck

Editore: La nave di Teseo ()

Collana: Oceani

Anno edizione: 2021

Pagine: 128

ISBN: 9788834604519

di Edith Bruck

Non inganni la semplicità del titolo e la brevità di questa testimonianza autobiografica di Edith Bruck, Ditke il suo nome da ragazzina. Ma l’immagine del “pane perduto” in quel lontano 1944 in Ungheria solleva un vortice di riferimenti simbolici, che si amplia sempre di più fino a toccare tematiche decisive della nostra civiltà e dell’esistenza delle persone, quando sentono il dovere del ricordo, dell’assunzione su di sé della responsabilità verso il passato, il presente e il futuro. Pure Enzo Bianchi ci ricorda: “Noi uomini abbiamo fame, siamo esseri di desiderio e il pane esprime la possibilità di trovare vita e felicità…  E in tutto questo impariamo che la nostra fame non è solo di pane ma anche di parole che escono dalla bocca dell’altro”. Purtroppo Dio, scrive l’autrice, dopo la Parola del Libro, non offre più alcuna parola di conforto.
L’evento cruciale nel racconto è la lievitazione del pane nel corso della notte, ma all’alba arrivano i nazisti, che catturano tutta la famiglia per deportarla insieme agli altri ebrei del villaggio. Un semplice episodio di deportazione, con il pane preparato dalla madre, che si è costretti ad abbandonare in casa, senza poterlo cuocere, portare con sé, sfamarsene. “La madre parlava delle pagnotte da infornare mentre buttava alla rinfusa dei vestiti nell’unica valigia e nei sacchi. Ditke cercava la sua bambola che, nella confusione, non si sa come, era finita schiacciata sotto una delle ciotole con la pasta da lievitare… La madre ripeteva “il pane, il pane” come se volesse salutare le pagnotte e difenderle, e persino controllarne la lievitazione”. In quei momenti il pane perduto diviene il nutrimento, la casa, il luogo natale, il villaggio, la comunità originaria, distrutti dalla malvagità. Perduta è la famiglia, perduta è l’infanzia.
La partenza improvvisa della famiglia ebrea si carica di richiami all’Esodo, quando Mosè avvisò tutti di prepararsi rapidamente per la partenza e di portare pane azimo, in quanto non c’era il tempo per la lievitazione. Ma ora, quando l’impasto lievitato è quasi pronto, non si va verso la Terra promessa: “Sembrava l’esodo d’Egitto senza un Mosé, senza che apparisse l’Eterno”. All’orizzonte c’è solo il buio, l’oscurità di un destino. Perduto col pane è anche il Dio invocato dalla madre con fede incrollabile. “Dio, Dio, pane, pane!” invocava ancora la mamma, spinta nel caos più totale dai gendarmi e da giovani croci frecciate”. Perduto è dunque anche “Colui che è”, che ha abbandonato il suo popolo, e quanti ancora lo pregano. “Mi chiedo da sempre e non ho ancora la risposta: a che servono le preghiere se non cambiano niente e nessuno, se Tu non puoi fare niente o non senti, non vedi o se sei l’invenzione di una mente superiore, inimmaginabile o sei Tu che hai inventato Te stesso?”. Un Dio a cui Edith scrive alla fine una lettera, che non avrà mai risposta. “Scrivo a Te, che non leggerai mai i miei scarabocchi, non risponderai mai alle mie domande, ai pensieri di una vita”.
E’ alla perdita del pane che, con un tocco da grande scrittrice, Edith Bruck, cambia la postura della voce narrante, che da bambina si ritrova improvvisamente adulta. All’inizio c’è la cadenza della fiaba: “Tanto, tanto tempo fa c’era una bambina che, al sole della primavera, con le sue treccine bionde sballonzolanti correva scalza nella polvere tiepida”. Ma quando arriva il treno con i carri bestiame, compare l’Io: “Il treno, il treno! Lo stesso di Ende! [un fratello]” sfuggì dalla mia bocca, improvvisamente adulta”. E più avanti: “Nessuno avrebbe potuto dire se il viaggio stesse durando molto o poco, il tempo reale, come la mia infanzia, era sparito e quello interiore ciascuno lo viveva solo secondo i propri sensi”. Poter dire Io significa allora prendere coscienza della propria condizione nel mondo e dunque soffrire? “Io mi sono partorita da sola in un anno di travaglio”.
La ragazzina si salverà e diventata adulta e poi molto anziana – è del 1931 – riprende il coraggio di ricordare e narrare la sua vita da esule. Dopo Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen, lei e la sorella, si era ormai nell’aprile 1945, incontrano il primo soldato alleato: “America Jewish, jew, hebrew american. You are free!” Ritorneranno alla loro casa, ma “il pane è perduto”: non c’è più la comunità originaria, né il calore degli affetti familiari di un tempo. L’incontro con altre sorelle è dolorosissimo: “tra noi e chi non aveva vissuto le nostre esperienze s’era aperto un abisso”. E domande lancinanti: “Ma in che mondo siamo tornate?”. Anche il viaggio in Israele, come il matrimonio, come il ballo, si rivela una delusione, ricominciano perciò altri Esodi, in giro per il mondo, fino a raggiungere l’Italia che diventa la patria d’elezione, di cui si adotta la lingua per ricordare, scrivere e narrare. Giunta a Napoli la prima parola che impara è “Ciao”, unita ad un sorriso, al sole, al mare, alla musica. “Ecco, mi dicevo, questo è il mio paese”. Poi Roma, e l’incontro con Nelo Risi, il grande, incomprensibile amore per i futuri sessant’anni.
Nelle ultime pagine Edith rivive le grandi conquiste della sua vita da scrittrice, giornalista, donna riverita da lauree ad honorem. Ma sente una nostalgia dolorosa: “di me scalza , in corsa nella tiepida polvere della primavera sulla viuzza di Sei Case dove ero IO, senza passato, solo futuro, una vita fa. Non la protagonista di una specie di favola, a fianco a un rettore con l’ermellino, e io con la toga nera e un bavaglino bianco da bambina privilegiata”. Da qui il lettore si pone una domanda: esistono forse due IO, quello della ragazzina inconsapevole del male della vita, e quello della donna che prende coscienza della sofferenza indistruttibile del mondo? Forse hanno ragione quegli studiosi che ritengono l’essere umano originariamente sdoppiato, e perciò malato. Una salvezza si rivela solo la scrittura di un quaderno personale: “E’ indistruttibile, è scritto dentro di me e nessuno potrà cancellarlo”.

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